Intervista a Marcello Fois




A tu per tu con l’autore


A tu per tu incontra oggi Marcello Fois, per Thrillernord abbiamo recensito il suo romanzo “Del dirsi addio” e abbiamo avuto il piacere di fargli qualche domanda.

In “Del dirsi addio”, Sergio Striggio, da bambino, scrive i suoi immaginari dialoghi tra Leon Battista Alberti e i suoi committenti. Da dove nasce l’idea?

Da un dato assolutamente autobiografico: quei tre spezzoni di dialoghi impossibili tra Leon Battista Alberti e i suoi committenti io li ho scritti effettivamente quando, a tredici anni, mi sembrava indispensabile fare qualcosa contro l’oblio che circondava quell’artista meraviglioso. Romanticismi adolescenziali direi, comunque ho deciso di inserire quei pezzi esattamente come li avevo scritti.

“Ti piacevano le parole, e ti piacevano i concetti dentro le parole” dice Pietro al figlio Sergio. Quanto c’è di lei in questa frase?

Tantissimo. Il romanzo si muove sul doppio strato del commissario Striggio che riconosce se stesso nel bambino scomparso, ma sta di fatto che anche io in qualche modo ero un bambino del genere. E, dirò di più, anche mio figlio è stato un bambino del genere: innamorato delle parole , abbastanza enciclopedico, appassionato di storie.

Lei ha un modo molto poetico di scrivere, eppure così naturale. Lei scrive la realtà come io mi immagino che debba essere raccontata. Come ha sviluppato questo suo stile così particolare?

Penso dipenda dal fatto che sono un narratore che legge molta poesia. Ho rispetto e timore della poesia perché necessita di una sintesi che non perdona, richiede concentrazione, senso e ritmo. Non si può barare con la poesia. Credo che uno strascico di questa passione si trasferisca, anche inconsciamente, in quello che scrivo.

Mentre leggevo, è stato facilissimo vedere nella mia testa le immagini evocate dalle sue parole. Però, mi piacerebbe molto vederle davvero… c’è la possibilità che questo libro diventi un film?

Non dipende certo da me. Vedremo.

Uno dei temi trattati è come il nostro modo di fare, di essere, il nostro vissuto, può influenzare negativamente la vita degli altri. E quanto noi stessi subiamo tutto questo. Gea, alla fine capisce; Sergio riesce a tirar fuori il vero sé. Dunque, voleva raccontarci che… c’è una luce, in fondo al tunnel?

Volevo raccontare, tra l’altro, che DIRSI ADDIO non significa necessariamente distaccarsi con dolore. Qualche volta significa salutare un pezzo di noi che non ci appartiene, o non ci appartiene più, e salutare una nuova, nascente, fase. Volevo provare a raccontare quello strano sentimento in cui la paura di un dolore è peggiore del dolore; quella fase della nostra esistenza in cui sopportiamo l’inferno per non avere il coraggio di prospettare un paradiso, che, troppo spesso, pensiamo di non meritare.

Mi piace l’idea del tatuaggio “Hai vinto tu”. Lei ha qualche tatuaggio?

No, ma mi sarebbe piaciuto. Se avessi avuto più coraggio da giovane l’avrei fatto, ma ora sono troppo vecchio…

Il titolo è molto malinconico, come del resto, lo sono moli aspetti di questo suo romanzo. C’è qualche addio che non è riuscito a dire nel modo migliore?

Tanti. Ma i fallimenti fanno letteratura e si tende a rubricarli e ricordarli più delle vittorie. Qualche volta attraverso le storie si tentano risarcimenti che nella vita reale sarebbero impossibili.

Questo libro racconta anche una bellissima storia d’amore, quasi troppo bella per essere vera. Si è ispirato a qualcuno?

In parte alla mia storia coniugale, poi, come scrivo nei ringraziamenti, a varie piccole storie di amici che ho tediato fino all’inverosimile con domande anche molto intime. Ho scoperto la cosa ovvia che le coppie si assomigliano tutte: quelle solide e quelle labili, quelle ricattatorie e quelle menefreghiste, quelle enfatiche e quelle low profile. La composizione, maschio/femmina, maschio/maschio, femmina/femmina, è solo una variante accessoria.

Che rapporto ha con i suoi lettori? Quale sua caratteristica pensa che venga da loro maggiormente apprezzata?

Credo apprezzino che non li ho mai trattati da minus habens. Non ho mai tentato di ridurre la portata della mia elaborazione pensando che non era “roba per tutti”. Nella mia testa io sono un narratore assai tradizionale. Quindi contemporaneo, ma non attuale.

Non possiamo non farle la nostra domanda di rito: conosce il thriller nordico? Segue in particolare un autore?

Mankell è un autore che mi piace moltissimo, così Nesser e Holt. Ma la meraviglia della scrittura del Grande Nord è che mantiene sempre un che di thriller, penso a Strindberg, Hamsun, ma anche al recentissimo, ponderoso, Knausgaard…

Marcello Fois

Maria Sole Bramanti e Giorgia Usai