Intervista a Marco Drago




A tu per tu con il traduttore

 

 

Sei un personaggio piuttosto eclettico: autore, traduttore, conduttore radiofonico, direttore di un’importante rivista letteraria, con al tuo attivo parecchie pubblicazioni. Come ami definirti? Qual è l’immagine che vorresti fosse associata al tuo lavoro?

Domanda difficile, come hai giustamente premesso faccio tante cose diverse e non sempre compatibili una con l’altra. Purtroppo il pubblico è generalmente poco flessibile quindi non sono mai riuscito a portarmi dietro chi mi segue (o meglio mi seguiva) come romanziere nelle altre cose che faccio e il risultato è che spesso chi mi ama per i programmi radio che ho fatto per Radio3 o Radio24 o Rsi non abbia mai letto un mio libro e viceversa. Non so come vorrei essere definito, ma l’etichetta di “autore” mi va bene, ho scritto anche canzoni, ho fatto il ghost writer e quindi sono un autore in senso largo.

 

 

 

 

Anche se indubbiamente hanno un denominatore comune, come riesci a conciliare le molteplici sfaccettature del tuo lavoro?

Ci riesco? Non è molto facile, specie quando ci sono le scadenze che si accavallano. Però ormai ho acquisito un minimo di quello che si chiama “il mestiere” e dunque arranco ma alla fine faccio tutto.

 

 

 

Il lavoro del traduttore da sempre mi incuriosisce e mi affascina. Lo vedo come la ricerca di un equilibrio tra gli intenti dell’autore e l’interpretazione, inevitabilmente personale, della sua voce. Dove si trova il confine, se c’è, tra queste due esigenze? Dove e quanto può spingersi, un buon traduttore, nel dare voce all’autore?

Sono un traduttore per modo di dire, nel senso che sono capace di tradurre, forse sono anche abbastanza bravo, ma non ho mai passato un anno intero a tradurre, spesso passano mesi e mesi o anni tra una traduzione e l’altra. Ogni volta è una nuova avventura, ogni autore o autrice è un capitolo a parte. Certi traduttori molto più addentro a questo mestiere si fanno mille domande, hanno una consapevolezza spaventosa, riescono a complicarsi la vita in modo spettacolare. Io approfitto della mia condizione di outsider e mi affido all’incoscienza, vado a tentoni finché sento che più o meno sto facendo un buon lavoro. Poi la voce originale dell’autore è comunque spesso molto chiara, quindi non c’è bisogno di chissà quali alchimie, basta trasporre in italiano quello che hanno scritto in inglese, molto meno arcano di quello che uno pensi.

 

 

 

 

Qual è la tua ricetta per tradurre un’opera? Se ce n’è una?

Capire al volo se si tratta di un’opera raffinata e piena di rimandi letterari o un’opera semplice, di intrattenimento. A quel punto bisogna poi stare attenti a non sbandare di qua e di là, a tenere dritto il volante sulla strada già segnata dal testo originale.

 

 

 

Adesso vorrei chiederti qualcosa riguardo al romanzo “Gennaio di sangue” di Alan Parks, edito da Bompiani, che hai superbamente tradotto. E’ stato una delle mie ultime letture e ho anche avuto l’onore di recensirlo per il nostro sito. Un romanzo decisamente forte, con un’ambientazione incredibile, scioccante per certi versi e un protagonista destinato a fare tanta strada!

Per me che ho letto sì e no tre noir in tutta la mia vita è stata una piacevole sorpresa, un bel libro, in alcuni punti ho trovato dei cliché tipici del genere ma nel suo insieme mi sembra un romanzo molto onesto e soprattutto privo di fronzoli. Glasgow è una città molto interessante e il 1973 un anno affascinante, nel bel mezzo dei grigi anni ’70 del Regno Unito, nel pieno della crisi economica che stava portando lentamente al thatcherismo. Parks è più o meno mio coetaneo, ho avvertito una certa familiarità e poi è uno che come me ha trafficato molto anche nella musica e nella discografia e certe cose avvicinano molto le persone.

 

 

 

 

Come è stato addentrarsi dentro l’anima di McCoy?

Facile, conosco molte persone che gli somigliano, con retroterra e abitudini simili, è stato come fare un tuffo nella mia lontana adolescenza, un’adolescenza in cui la droga e il mal di vivere erano cose normali, quotidiane. Non sono il tipico scrittore tutto libri e film d’essai, decisamente, ho avuto una vita piena di discreti casini, di buio e luce, di errori e intuizioni felici, proprio come quella di McCoy.

 

 

 

 

Il romanzo descrive ambienti degradati e introduce personaggi dalla dubbia moralità. Come si pone il traduttore di fronte all’utilizzo di parole “gergali” non troppo ortodosse? Parole, frasi, dialoghi che sicuramente non trovano posto in un dizionario…

Sarò sincero: la rete ormai certi problemi te li risolve in un secondo. E poi ho la fortuna di avere un amico coetaneo di Dundee, sul gergo scozzese con lui sono tranquillo, tra l’altro ora vive in Francia e quindi a volte riesce perfino a farmi venire in mente qualche soluzione ricorrendo al termine francese analogo.

 

 

 

 

Infine, qual è il genere letterario che preferisci leggere? E quello che preferisci tradurre?

Non ho generi, anzi non amo i generi, mi piacciono i libri senza genere, ma la mia preferenza non va ai romanzi, amo soprattutto le biografie. Come traduttore non ho preferenze, ho tradotto anche libri per ragazzi, mi sono sempre divertito.

 

 

 

 

Ultima, ma immancabile domanda: cosa pensi degli autori thriller del nord Europa?

Non saprei cosa dire: non ne conosco nemmeno uno ?, a parte Parks.

Marco Drago


A cura di Laura Salvadori