Intervista a Marco G. Dibenedetto




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Come nasce la passione per il noir?

Nasce dalla lettura di tutto quello che mi è capitato sotto mano. In verità, non so da dove nasca. Il noir è vita, è sincerità e falsità. Il noir è leale, perché ti mostra quello che c’è, ma è falso nello stesso tempo, perché cela quello che è accaduto o che potrebbe accadere. Però non mi chiedere a quale autore io mi ispiri e quale sia il mio preferito. È una domanda che non ha senso e a cui è difficile rispondere. Ogni libro che hai sfogliato ti ha lasciato una frase, una parola o, semplicemente, una sensazione che poi riporti in un tuo scritto. È come domandare: a chi devi dire grazie per ciò che sei oggi? A te stesso e a quello che hai saputo prendere dalle persone che hai frequentato, assaporato, vissuto e amato. Si è sofferto, si è stati contenti, si è stati tristi, si è stati…si è stati. Punto è basta.
E il noir è questo: lo si è stati e lo si è! Nero-bianco, bello-brutto.

 

 

Nel suo racconto L’Assassino di Giocattoli, vittime e colpevoli si confondono. Chi è davvero il colpevole?

Il colpevole sono io, siete voi… lo siamo tutti. Tutti abbiamo sbagliato e sbaglieremo. Tutti abbiamo detto frasi stupide e abbiamo avuto comportamenti che hanno fatto soffrire qualcun altro. Questa è la vita, questo è il noir. Forse ora ho risposto alla prima domanda.
L’Assassino di Giocattoli è un piccolo racconto di 28 pagine che però ci fa capire, forse e lo spero, come chi commette degli errori non è per forza il colpevole. È solo una vittima di qualcosa più grande di lui o di lei. Una bella frase che mi ha detto una volta una paziente, e che mi ha fatto riflettere molto, è stata: un fiore non si accorge dei fiori che nascono vicino a lui,  la sua unica preoccupazione è quella di sbocciare, di essere quello che è. Il resto, se è bello o meno, non sono affari suoi. E il noir è così: è la vita che evolve, e l’assassino non è sempre colpevole, anche se fa del male agli altri. Forse sta soffrendo anche lui. Il noir è bello per questo, ti fa comprendere delle vicende tragiche ed emotive anche se non sono giustificabili.

 

 

 

Racconto o romanzo, quale tipologia di narrazione preferisce?

Il racconto mi piace. È uno scorcio che apre diverse finestre. Finestre non descritte che è il lettore a scegliere se aprire o meno. E soprattutto cosa vedere attraverso di esse. Il racconto è fantasia pura, è immaginazione sincera, è proiezione verace. È difficile scrivere un racconto. Ventotto pagine sono poche per raccontare una vita… però alcune volte, se si trova la vena giusta, si riesce.

 

 

Nella sua esperienza di insegnante quali generi letterari preferiscono i ragazzi?

A questa non so rispondere… boh! Bisognerebbe chiedere a un insegnante di lettere. Se vuoi un paio di nomi te li posso passare.

 

 

Psicologia e scrittura, come descriverebbe questo binomio?
Domanda da un milione di dollari. Chi scrive lo fa per raccontare, per evadere e per isolarsi da una realtà che gli sta un pochino stretta. Non che sia frustrato… questo no, ma…
A cosa serve la fantasia, d’altronde? Se non andare in posti in cui non riesci ad andare? O per fare cose che non potresti fare? O per avere quello che si desidera? O, naturalmente, quello che si vorrebbe?
Non voglio dire che chi scrive gialli vorrebbe ammazzare delle persone (sigh, l’ho detto!!), ma è bello raccontare e scrivere qualcosa che non sia alla tua portata.
Ritornando alla domanda: Psicologia e scrittura? Un dilemma che dura da duemila anni. E non sarò certo io a svelarne il connubio. Semplicemente perché non ne sono capace.

Marco G. Dibenedetto

A cura di Cristina Bruno


 

 

Acquista su Amazon.it: