Intervista a MARINA VISENTIN






A tu per tu con l’autore

 

A tu per tu incontra oggi Marina Visentin. Per Thrillernord abbiamo recensito “La donna nella pioggia” e  abbiamo chiesto all’autrice di raccontarci qualche dettaglio sul suo lavoro.

1)  Dalla sua biografia si legge che ha una laurea in filosofia. Come si è preparata per affrontare un thriller psicologico la cui chiave sono i traumi subiti durante l’infanzia e mai risolti?
Sono argomenti di cui mi occupo da tanti anni, che ho approfondito in vari modi, oltre agli studi universitari. Nel corso degli anni mi è capitato di scrivere sia libri di filosofia che di psicologia. Quindi posso dire che sono temi che conosco, ma soprattutto che mi interessano. Parlando di thriller, devo dire che quello psicologico è l’unico che mi interessa davvero, anche come lettrice. Trovo che il terreno della famiglia sia fra i più interessanti da esplorare, poiché si tratta di dinamiche estremamente “vicine” all’esperienza di tutti noi, e al tempo stesso oscure, nebulose, sfuggenti. L’infanzia, anche quando non è stata attraversata da  violenze o veri e propri traumi, resta comunque un paesaggio in ombra, un dipinto dai contorni sfumati, un intreccio complesso di ricordi, a volte vivissimi e a volte quasi del tutto svaniti. E non è affatto detto che i ricordi più precisi siano quelli più autentici.

 

 

2) La figura di Stella Romano, la protagonista del racconto, è una donna che si divide tra famiglia e lavoro, ma fin dalle prime pagine si percepisce l’insoddisfazione in entrambi gli ambiti. Esiste una formula magica per noi donne? È possibile raggiungere un equilibrio che ci appaghi?
Non so nulla di formule magiche. Sicuramente l’equilibrio fra famiglia e lavoro è sempre fragile e precario, soprattutto per le donne. Ma vorrei aggiungere che il fulcro vero dell’insoddisfazione – per gli uomini come per le donne – spesso è semplicemente la fatica del quotidiano. La ripetizione, giorno dopo giorno, degli stessi schemi, il riproporsi delle medesime abitudini. La vita adulta non è mai, e sottolineo mai, quella che ci si aspetta da bambini e nemmeno da ragazzi. Anche quando le cose vanno bene, anche quando ci sembra di aver raggiunto gran parte degli obiettivi che c’eravamo posti.
Diventare adulti, entrare nel mondo del lavoro, assumersi la responsabilità di una famiglia sono tutti cambiamenti che possono essere positivi, entusiasmanti addirittura, rispetto alle incertezze, alle inquietudini a volte sterili dell’adolescenza o della prima giovinezza. Ma poi passano gli anni e tutto tende a farsi un po’ grigio, comunque meno sfavillante.
Il problema delle famiglie felici o presunte tali è che è sempre difficile confrontarsi con quello che succede dopo l’ultima riga della fiaba, dopo quella fatidica promessa: e vissero per sempre felici e contenti…

 

 

3) Come è nata l’idea di inserire la drammatica pagina storica dei desaparecidos argentini in un thriller psicologico?
È un tema che mi interessa molto, ho sempre pensato che sia un drammatico esempio di ingiustizia assoluta, soprattutto pensando al dramma dei bambini, i figli dei desaparecidos, sottratti ai genitori e adottati dai loro stessi carnefici, o comunque da famiglie vicine al regime militare argentino. Più che la ricostruzione d’ambiente, mi interessava affrontare certi aspetti etici e politici di quell’epoca. Gli anni Settanta nel mio romanzo sono anche gli anni del terrorismo in Italia, quindi degli attentati e delle stragi. Visti però dal punto di vista di una persona – la mia protagonista, nata alla fine degli anni settanta – che quell’epoca non l’ha vissuta, e non solo: non la conosce, non ci ha mai riflettuto sopra, non ha mai pensato che in qualche modo potesse riguardarla. E il suo sguardo ha quindi un’ingenuità, un’immediatezza di cui avevo bisogno per affrontare un tema che mi sta a cuore da un punto di vista etico, più che politico.

 

 

4) Durante la permanenza in Argentina, la protagonista incontra un testimone del dramma dei desaparecidos che fa una distinzione fra la giustizia, che può arrivare fuori tempo massimo, e la verità, che non ha scadenze e nessuno ti può togliere. Possiamo definire una verità che arriva fuori tempo massimo come un fallimento della giustizia?
Da un punto di vista filosofico, verità e giustizia non sono in alcun modo la stessa cosa. Sono concetti proprio diversi, che rispondono a esigenze diverse. L’esigenza di giustizia deve per forza fare i conti con leggi e tribunali, prove a carico e testimoni a difesa, un vero e proprio procedimento giudiziario, che inevitabilmente soffre limitazioni di tempo. Il sistema giudiziario può rivelarsi lacunoso, fallace, incapace di assicurare la punizione del colpevole. La verità con tutto questo c’entra poco, in realtà. La verità è un concetto più astratto, ma anche più potente. È un concetto etico. Però non vorrei spaventare il lettore… La donna nella pioggia è un romanzo, non un trattato su verità e giustizia.

 

 

5) Stella Romano è un personaggio molto realistico. Io stessa mi sono riconosciuta in alcuni aspetti del suo carattere. C’è qualcosa di lei in Stella?
Assolutamente sì, tante cose: paure, ansie, inquietudini, un certo modo di guardare il mondo. Io tengo da alcuni anni corsi di scrittura autobiografica e credo fermamente che nella scrittura d’invenzione ci sia inevitabilmeente qualcosa di noi. Certo, poi per scrivere un romanzo bisogna anche prendere una distanza. Giocare su questa distanza, anche per riuscire a scrivere ciò che direttamente, in prima persona, non sapremmo dire.

 

 

6) La domanda di rito per i nostri lettori: è anche lei una fan del thriller nordico? Conosce o segue un autore in particolare?
Ho amato alla follia Lisbeth Salander, il personaggio creato da Stieg Larsson. Ho letto con piacere autori come Jo Nesbo o Anne Holt; mi incuriosiscono gli islandesi perché l’Islanda è un luogo incredibile, dove sono stata e vorrei prima o poi tornare.

Marina Visentin

(a cura di Francesca Giovannetti)

Di Marina Visentin:

la donna nella pioggia marina visentin

IL LIBRO – Pensavo di conoscere il posto di ogni cosa, il nome di ogni strada, la mappa della mia vita. Invece. Stella Romano non saprebbe dire quando le ore che compongono le sue giornate abbiano cominciato a scomparire. In una quotidianità senza imprevisti, scandita dalle attività ripetitive e confortanti delle figlie, dai viaggi di lavoro del marito, dai piccoli gesti di una vita agiata in cui continua a sentirsi un’estranea, a Stella mancano dei momenti; ore intere di cui non ha alcun ricordo, in cui compie azioni che poi si smarriscono nelle profondità della mente…