Intervista a Massimo Carlotto




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Molti dei protagonisti di questi racconti sono uomini e donne comuni nei quali scatta la molla di una rivalsa violenta. Cosa trasforma un uomo in un assassino?

Denaro, sesso, vendetta e passioni malate o esasperate sono i moventi più comuni ma in questi racconti ho privilegiato la premeditazione come elemento centrale dell’agire dei personaggi. Mi interessava mettere in evidenza logiche frutto di culture criminali e carcerarie, la scelta della vendetta come ineluttabile da parte di vittime di abusi impuniti e infine la percezione dell’omicidio negli psicopatici. L’interesse, l’ingiustizia e i disturbi antisociali di personalità sono ragioni che possono trasformare gli individui in assassini. Ve ne sono altre ovviamente ma queste sono a mio avviso le più interessanti da raccontare.

 

 

La vendetta è uno dei fili conduttori dei racconti. Si può cortocircuitare il sentimento impedendogli di diventare violenza?

Sì, per fortuna. Ma non è affatto semplice e la condizione essenziale è di possedere gli strumenti culturali, ambientali e umani per poterla evitare, esorcizzare, disinnescare. In romanzi come L’oscura immensità della morte e nei racconti selezionati per questa antologia, ho affrontato il tema della vendetta con l’obiettivo di squarciare il velo di ipocrisia sul tema. Questa società ha relegato un sentimento così potentemente reale e umano in un ambito esclusivamente intimo e personale, dato che non è nemmeno legittimo manifestarne il desiderio. Un peccato per la religione, una violazione dei principi di legalità per lo Stato. Ma la solitudine del dolore associato al rancore, all’ingiustizia, all’assenza di affetti strappati con la violenza, possono innescare miscele esplosive. Anche se il colpevole è punito dalla legge, la pena sembra sempre irrisoria. Tra l’altro nelle cultura dei paesi del Mediterraneo è ben radicata la faida. Dall’Italia all’Albania, dalla Spagna alla Grecia famiglie si uccidono di generazione in generazione. In uno dei racconti parlo invece di una forma di di faida poco nota che è quella carceraria. Condanne a morte emesse sulla base di codici non scritti che vengono eseguite talvolta dopo molti anni e per questo non vengono ricollegate dagli inquirenti e dalla stampa.

 

 

 

 

I protagonisti di questi racconti sono o vittime o carnefici. Anche la nostra società risulta così divisa?

Non in modo apparente. Siamo dominati da una cultura distorta che divide tra vincenti e perdenti. Una cultura diffusa sottotraccia, in modo informale, dai media, da parte della politica e dalla pubblicità per esempio, che rivendicano alcuni primati come quello del successo, del denaro e la sua ostentazione, della bellezza. Il riflesso di un modello economico e sociale spietato che sviluppa sconfitte esistenziali, condanna alla solitudine, alla disparità di trattamento nell’usufruire di diritti universali come quello alla salute. D’altro canto se osserviamo il fenomeno della corruzione e il suo impatto sociale in termini numerici e di percezione del reato, ci rendiamo conto che ormai non ci sono più limiti per raggiungere quegli standard di benessere che permettono di distinguersi nella scala sociale e offrono qualità. Ogni corrotto è un po’ carnefice perché produce vittime. Ogni inquinatore è carnefice dell’ambiente e attenta alla salute delle comunità. Altrimenti che giudizio siamo in grado di dare sulla “terra dei fuochi” e delle centinaia di persone morte di tumore? Sono convinto che il romanzo noir sia oggi uno strumento fondamentale per ridefinire le categorie di vittima e carnefice.

 

 

 

Quanto conta il destino nell’agire umano?

Tra le poche certezze che posso vantare alla mia età, una posso condividerla con Honoré de Balzac: Il caso è il solo legittimo sovrano dell’universo. Il romanzo poliziesco classico lo ha escluso dalla narrazione in nome del trionfo della razionalità, ma il caso è in grado di influenzare le esistenze delle persone come gli esiti di piani criminali che sembravano perfetti. La realtà l’esperienza insegnano che il caso merita maggiore attenzione e considerazione.

 

 

Racconto e romanzo hanno due dimensioni narrative diverse. Quale delle due è più vicina al suo sentire?

Ho scelto da tempo di non avere preferenze tra le forme narrative per non creare gerarchie. Sono convinto che uno scrittore debba essere in grado di affrontare ogni tipo di scrittura, dal romanzo al fumetto, dalla sceneggiatura cinematografica e televisiva al teatro perché nel loro complesso fanno parte dell’immaginario dei lettori. Tra l’altro il mio metodo di approccio alla costruzione della trama e dei personaggi è identico tra romanzo e racconto, impiego lo stesso tempo, le stesse energie.

 

 

L’Italia di oggi e quella degli anni ’70: in cosa è eguale e in cosa diversa?

Di quell’esperienza politica non è rimasto nulla. Il mondo è cambiato radicalmente. Mezzo secolo al passo del tempo della modernità tecnologica ha un peso diverso. Però l’eredità culturale continua  ancora oggi a influenzare la società perché pochi momenti storici come gli anni ’70 sono stati in grado di produrre una tale ricchezza di idee in campo artistico.

Massimo Carlotto

 

A cura di Cristina Bruno

 

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