Intervista a Mattia Insolia




A tu per tu con l’autore

 

 

 

 

Come è nata l’idea di scrivere Gli affamati? Quale percorso hai affrontato di scrittura e lavoro sul testo per arrivare al romanzo?

Non so come sia nata l’idea. È nata e basta. Anzi, sono nati loro: Antonio e Paolo. Un giorno non c’erano, il giorno dopo stavano lì, in un angolino della mia testa, e strepitavano perché gli dessi retta. La storia, poi, è venuta fuori naturalmente. Come se a suggerirmela fossero loro, come se io stessi solo in ascolto. Il romanzo l’ho cominciato nell’estate del 2017 e l’ho finito nella primavera del 2019, quasi due anni. Le prime settimane le ho passate a strutturare, a creare l’intelaiatura della storia stessa; gli avvenimenti, i conflitti, i personaggi, gli ambienti. Poi ho iniziato a scrivere. Sono un tipo molto ansioso, torno indietro ogni giorno per rileggere, modificare, tagliare, aggiungere a ciò che ho fatto; quasi sempre maledicendo me e tutta la mia stirpe. Alla fine sono saltati fuori loro, gli affamati, i fratelli, Antonio e Paolo, e parevano carichi e pronti al mondo. Spero lo siano, in effetti.

 

 

Qual è la dieta di letture per uno scrittore. Quali romanzi e autori apprezzi e ti sono cari?

Quale sia la dieta migliore per uno scrittore non lo so – e, in realtà, non credo proprio che esista. Io una vera e propria dieta non la seguo. Mi lascio trasportare dall’istinto, leggo molto gli autori di cui mi fido, a cui sono particolarmente affezionato e quelli che, secondo me, potrebbero avvicinarcisi. Sono legato agli autori contemporanei, sia italiani sia stranieri. Niccolò Ammaniti, sopra tutti e sopra tutto, poi Teresa Ciabatti e Paolo Giordano, con cui sono cresciuto, Wanda Marasco, Marco Missiroli, Valeria Parrella, Domenico Starnone, Sandro Veronesi e tanti altri. Adoro Bret Easton Ellis, trovo che abbia un’abilità narrativa fuori dal comune, ma anche Donna Tartt, Andrew Sean Greer, Elizabeth Strout, Michel Houellebecq, Sally Rooney, Hanne Ørstavik e Margaret Atwood, regina indiscussa. Il mio romanzo, quello che leggo più e più volte l’anno, è “Come Dio comanda”, di Ammaniti.

 

 

 

 

Scrivi tutti i giorni? Quale approccio hai con la pagina bianca? Hai seguito corsi di scrittura? Li trovi utili e per quali aspetti?

Ci provo, a scrivere tutti i giorni. Sì. Certo, non è facile. La scrittura molto raramente diventa un mestiere e c’è tanta altra roba a cui debbo dare conto durante la giornata. Per la pagina bianca nutro parecchio rispetto, una bella dose di paura e, alle volte, rabbia. Il bianco sul computer mi mette sempre addosso molta ansia mista a euforia, è qualcosa per cui provo sentimenti contrastanti; credo sia questo che mi ci attrae. Sì, ho seguito dei corsi di scrittura; diversi, in realtà. E penso siano utilissimi, se ben strutturati e ben assimilati. Ti danno un’idea pratica della scrittura, a mio avviso. Ti aiutano a mettere in ordine le idee, a creare una mappa mentale, a organizzare il lavoro. Io, per mia natura, ho sempre bisogno di avere tutto sotto controllo, pure nella scrittura – per quanto possibile, lì – e i corsi, credo, danno degli attrezzi giusti, in tal senso.

 

 

Presumo che i personaggi e la storia siano parte di te, come hai vissuto nel procedere della costruzione della trama l’evoluzione delle vicende narrate? Ti aspettavi quanto poi è risultato alla fine?

Per certi versi sì, per altri no. Non scrivo buttandomi alla cieca, faccio un lavoro di strutturazione che abbraccia praticamente ogni aspetto della storia. Da un punto di vista strettamente contenutistico, quindi, sapevo come si sarebbe sviluppata la trama. Sapevo fin da subito come sarebbe andata a finire, quale dei fratelli, Antonio o Paolo, sarebbe morto. Da un punto di vista conflittuale, invece, certe cose le ho imparate io stesso dai protagonisti. Per me la scrittura è innanzitutto ascolto. Io ci metto la storia, i personaggi ci mettono le emozioni, le azioni, le parole. È come se mi bisbigliassero all’orecchio. Scritto un brano, mi rendo conto che è esattamente così “che è andata”, ma manco io so bene il perché.

 

 

Quale consiglio daresti ad una persona che accarezza il sogno di pubblicare un libro? Cosa dovrebbe fare e anche evitare?

Mi sto affacciando adesso sul mondo dell’editoria, non credo di essere la persona più adeguata a rispondere a una domanda del genere. Non saprei dirti cosa una persona che sogni di pubblicare debba o non debba fare. Posso dirti quel che ho fatto io, roba che per ora si è rivelata azzeccata, sì, ma chissà come andrà. La lettura è fondamentale, potrebbe suonare banale ma credo sia sempre bene ribadirlo. Leggo tantissimo e cerco sempre di mistificare, andando dai romanzi in cima alle classifiche a quelli considerati di nicchia. Da un punto di vista puramente pratico, poi, trovo che i corsi di scrittura siano utili, come dicevo prima; certo, facendo attenzione ad apprendere quanto si può senza snaturarsi o cadere in logiche commerciali. L’editore giusto, se non ci si arrende e se ci si impegna ad affinare il proprio talento, arriva. Insomma, molte letture, qualche corso di scrittura, tanto, tanto lavoro sulla pagina e la giusta dose di fiducia in se stessi. Questi sono i miei consigli – per quel che vale, s’intende.

Mattia Insolia 

A cura di Francesco Morra


 

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