Intervista a MAURIZIO BLINI






A tu per tu con l’autore


 
1) Prima che allo scrittore, desideriamo sempre fare alcune domande di carattere personale, per conoscere meglio l’uomo che c’è dietro la “penna”: perché la scelta, in gioventù, di laurearsi in Scienze dell’Investigazione? Cosa l’aveva attratta o affascinata? Nel momento in cui Lei ci ha pensato, molto più che negli ultimi anni, risulta una scelta fuori dal comune… Ed entrare nel corpo della Polizia, ne è stata una naturale conseguenza?

In verità il mio primo corso di laurea è stato quello di Scienze Politiche. (Ero già un poliziotto perché mi ero arruolato nel 1978 all’età di soli 19 anni.) Quando venne introdotto il percorso – all’epoca rivoluzionario – di Scienze dell’Investigazione, ero ormai quasi al termine degli studi universitari, tuttavia, non ho tergiversato un solo istante, e mi sono catapultato con grande entusiasmo verso la nuova avventura. Si trattava infatti di acquisire ulteriori strumenti culturali a sostegno di un’esperienza professionale molto particolare e impegnativa.2) Quanto la sua esperienza di vita ha influenzato il genere di storie che Lei racconta? E quanto di vero c’è nelle sue storie?, nei suoi romanzi? E’ tutto frutto di fantasia, oppure la base portante dei suoi scritti poggia sulla realtà che Lei ha potuto toccare con mano?, dato il Suo lavoro.

Spesso la realtà supera la fantasia. E’ sufficiente leggere i giornali o guardare i notiziari ogni giorno. La professione, pertanto, mi ha aiutato, ovviamente. Poi però è stato necessario utilizzare anche la fantasia. In realtà è proprio questo strano mix a realizzare, come una buona ricetta in cucina, una storia da raccontare. Un delicato equilibrio che deve però sempre risultare credibile, pertanto, senza troppi voli pindarici.3) Rabbia e stupefacenti: da dove è nata l’idea?

Beh, di norma, evito di parlare della sostanza stupefacente per non dare troppe anticipazioni al lettore. Tuttavia, l’idea è nata leggendo alcuni articoli sulle deviazioni sociali negli Stati Uniti d’America. E’ sufficiente infatti analizzare con un minimo di attenzione alcune dinamiche criminali d’oltre oceano per poter anticipare alcuni fenomeni in via di diffusione ed «esportazione».

4) Per quanto riguarda i personaggi all’interno del corpo di polizia: ci sono similitudini con persone da Lei realmente incontrate? Come nasce un suo personaggio? Diciamo sia un personaggio votato al bene come Meucci – che dà l’impronta alla serie, sia al personaggio cattivo di turno… che in questo caso sembra di poter riconoscere nella ns realtà… Un cattivo quasi per caso, senza volontà di fare del male a priori…

Tutti i miei personaggi sono assolutamente reali, nel senso che esistono veramente. Sono poliziotti, investigatori o altre figure che conosco da sempre. Ed è proprio la conoscenza delle loro virtù ma anche delle loro contraddizioni, debolezze e fragilità a farmeli descrivere e raccontare in modo così realistico e coinvolgente. La narrazione ha bisogno di conflitti e risoluzioni, continuamente. Bene, io attraverso le loro peculiarità cerco di avvicinare il lettore, di portarlo all’empatia, al riconoscimento. Il bene, il male non sono che facce della stessa medaglia in fondo. Importante, per me, è raccontare le contraddizioni di questa società, le sofferenze, le ingiustizie e, perché no, la rabbia, filo conduttore dell’intero ultimo romanzo.

5) Cosa Le interessa sviluppare in una serie – che non può fare in un unico romanzo? Anche se i romanzi che compongono la serie del Vice Questore Meucci sono autoconclusivi. Perché farne una serie? Il lettore naturalmente si affeziona, ma che significato ha per un romanziere scrivere una serie?

E’ una scelta ben precisa. Innanzi tutto legata proprio all’affezione da parte del pubblico che spesso si identifica nei vari personaggi, e poi perché le storie di una professione come quella dei miei protagonisti non possono esaurirsi in un unico libro. Sono infatti storie di lavoro, certo ma anche di vita quotidiana. Troviamo indagini ma anche amore, sofferenza, depressione, odio. Il tutto condito da quelle che sono le grandi passioni della mia vita, l’enogastronomia, la buona musica e i libri.

6) Perché – e quanto è difficile – far morire un personaggio importante, in una serie? Pensiamo ad esempio a Favaro, che nei suoi romanzi, soprattutto nell’ultimo “Rabbia senza Volto” – riveste un ruolo molto forte, pur non essendo il protagonista della serie.

Fare uscire di scena un personaggio importante risulta sempre alquanto difficile. E lo è stato indubbiamente per Favaro, un poliziotto all’antica, tutto d’un pezzo, ma con un gran cuore. Tuttavia, a volte, sono proprio il tipo di narrazione e la trama che impongono sacrifici estremi. Tutto deve risultare realistico. Altrimenti si correrebbe il rischio di restare imprigionati in stereotipi banali come in molte serie tv dove sono tutti belli, bravi e soprattutto immortali. Empatia significa, a volte, anche distacco, sofferenza, lutto. Molti mi hanno scritto in passato, quando ne «Il purificatore» il buon Meucci era stato sul punto di morte. Altrettanto è successo con quest’ultimo romanzo. Ho ricevuto testimonianze di vero affetto. Molti si sono commossi, e questo significa che sono riuscito a solleticare le corde della loro sensibilità. Per uno scrittore questo è importante.

7) Intervallare i Capitoli della Sezione Omicidi con la Questura e la vita da poliziotti di volante – ed ancora con le emails tra Meucci e l’ex capo Vivaldi: un escamotage, per quanto riguarda le emails, che Le ha consentito di raccontare la vicenda di Vivaldi anche ai lettori che non avevano letto le precedenti avventure?, permettendo di seguire meglio la vicenda? Oppure un modo conciso per riflessioni di vita?

Entrambe le cose. Intervallo sempre percorsi diversi. Salto tra fasi emotive diverse, tra un inseguimento e un momento intimo di sofferenza, tra un momento di azione pura come un conflitto a fuoco e un lirismo che sa trasportare lontano. Scelte narrative consolidate nel tempo e che, proprio perché provengono da lontano, hanno il bisogno di essere ricordate. Anche per i nuovi lettori che in questo modo si possono sentire subito a proprio agio ed entrare appieno nella storia. La parte epistolare, riflessiva e analitica, è studiata per raffreddare una certa emotività legata all’azione e per ricordare che dietro o dentro a un indagine esistono mille dubbi e, a volte, anche mille sbagli. Alcune considerazioni, alcuni teoremi, servono a comprendere le reali difficoltà di un mestiere difficile.

8) Torino e le volanti: ci parli un po’ di questa città – che nel suo romanzo è così bene descritta, quasi come fosse una costante dichiarazione d’amore da parte Sua – e del lavoro dei poliziotti di turno sulle volanti. Tra baruffe familiari, risse, rapine, clandestini ed immigrati. E’ veramente sempre così anche nella realtà? E nei suoi romanzi?

Torino è una protagonista al pari dei personaggi. E’ la mia città e sicuramente la descrivo e racconto con amore. Resta una costante in tutti i miei romanzi anche se a volte mi sposto anche verso l’astigiano, altra zona che conosco molto bene. Quanto alle volanti, beh, è proprio il caso di dirlo. Ho voluto dare spazio alla storia di un equipaggio alquanto particolare proprio perché, normalmente, i poliziotti in divisa fanno da corollario alle indagini degli investigatori. Normalmente li si vede un po’ ai margini. Pertanto, una scelta precisa e doverosa. La pattuglia in questione è la volante 9, zona Mirafiori. E le storie che si raccontano al suo interno sono di assoluto interesse. Perché all’interno di quello spazio ristretto, di quell’abitacolo, ho inserito due mondi diversi. Un poliziotto all’antica, come dicevamo, Favaro, e un poliziotto giovane e laureato, terza generazione di origine giapponese. Un scontro titanico tra culture diverse che arricchirà il lettore e darà finalmente risalto a quello che nel libro definisco il mestiere più bello del mondo. La volante, appunto.

9) Possiamo sperare in un’altra avventura della squadra Meucci, Vivaldi, Federico e il poliziotto della volante, il “giapu”?

Certamente sì. Quest’anno sarà l’anno del mio decimo romanzo. Un appuntamento importante che condividerò con gli amici di sempre.

10) Domanda di rito, per i nostri lettori di Thrillernord: all’inizio del romanzo, Lei fa acquistare al Vice Questore Meucci il romanzo “Educazione di una Canaglia” di Edward Bunker. Libro che piace anche a Lei, oppure mera scelta descrittiva? Che tipo di libri legge, se ha un genere preferito? Gialli, Thriller, Noir, Polizieschi: legge questo tipo di romanzi? Se sì?, quali autori prediligete? Qualche lettura di autori “Nordici”?

Quando tanti anni fa ero il segretario generale di un sindacato di polizia, decisi di regalare proprio quel libro agli iscritti, per Natale. Mi ricordo che con alcuni colleghi andammo direttamente da Einaudi, qui a Torino, e acquistammo un numero veramente importante di libri. Mi aveva incuriosito quella strana storia di Edward Bunker, che da criminale di primo piano era riuscito a riscattarsi diventando scrittore, sceneggiatore e autore affermato (memorabile la sua parte nelle Iene di Quentin Tarantino.) Quella copertina mi era rimasta impressa, era la foto segnaletica del California Prison. Quanto alle letture, beh, posso considerarmi onnivoro. Gialli sicuramente, da quelli contemporanei di alcuni italiani (tra questi quelli dei miei colleghi di Torinoir, associazione di cui sono co-fondatore) finanche a stranieri come Nesbo, Deaver, Montalban, Vargas etc. Ma anche letture diverse come ad esempio, Michel Houellebecq, Svetlana Aleksievic e Rhodes.

Maurizio Blini

Intervista a cura di Marina Morassut


Di Maurizio Blini su Thrillernord:

IL LIBRO – Maurizio Blini scrive l’ottava indagine che ha come protagonista il Vice Questore Meucci, ma al contempo dà vita ad una storia che è anche corale – ed in questa coralità riesce magistralmente a raccontare il Mondo della Polizia – e di chi gli uomini appartenenti all’arma perseguono – dividendo in modo sapiente il romanzo tra squadra omicidi, squadra narcotici e le volanti…