Intervista a Mauro Biagini




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Vorrei iniziare l’intervista facendole i complimenti per il libro, l’ho apprezzato molto e ho amato particolarmente il personaggio principale, la fantastica magliaia Delia. La mia prima domanda verte proprio su quest’ultima; come mai la scelta di un personaggio così peculiare?

Grazie a voi di Thrillernord e grazie naturalmente per i complimenti, che danno sempre gioia. La magliaia Delia nasce dal mio desiderio di scrivere gialli in cui la risoluzione del caso non sia affidata alle tradizionali tecniche investigative. Il mio obiettivo è sempre di raggiungere la giusta suspense che soddisfi gli appassionati del genere, ma quello che più mi piace è la creazione dei personaggi, andando a scavare il più a fondo possibile nella loro psicologia. Così ho pensato che sarebbe stato bello inventarmi una figura di detective “anomala”, che avesse più attenzione per la complessità della natura umana che non per i fatti nudi e crudi. L’idea di utilizzare un personaggio come Delia è un po’ un voler dare una caratteristica ben precisa al romanzo e volersi allontanare un po’ dai tratti caratteristici di un giallo. Ho avuto l’impressione che è come se, scegliendo un personaggio del genere, si voglia rimarcare l’idea, giusta a mio avviso, che non serve il supereroe di turno per risolvere un mistero, ma anche l’intuito di una persona semplice diciamo comune, può essere fondamentale. Mi dica lei se è una interpretazione veritiera o del tutto errata. Sì, è proprio così. E all’intuito, aggiungerei anche  tanta umanità e, soprattutto, empatia. Ho voluto attribuire a Delia una grande dote: saper comprendere gli altri, anche chi è molto diverso, senza mai esprimere un giudizio. Delia non ha tabù e preconcetti di alcun genere ed è per questo che arriva più facilmente a scoprire la verità. Senza il bisogno di celle telefoniche, prove del DNA, telecamere, ma solo con il cuore e una continua attenzione verso gli altri. In un certo senso, senza voler scomodare Flaubert e la sua madame Bovary, è come se lei fosse il mio “mezzo” per avventurarmi io stesso, a modo mio, alla ricerca del colpevole.

 

 

 

Come mai la scelta di concentrare il racconto in un punto specifico e ben riconoscibile di Milano? Come mai la scelta di Porta Venezia?

Per due motivi. Il primo è che amo scrivere solo di quello che conosco bene, e Porta Venezia è il quartiere in cui vivo, con immenso piacere, da molti anni. Il secondo motivo è che mi piace circoscrivere le storie che racconto in ambienti non troppo ampi, per meglio descriverne l’atmosfera nel dettaglio. La mia Porta Venezia, addirittura, non è il quartiere intero, ma soprattutto il quadrilatero che ruota intorno alla chiesa di San Carlo al Lazzaretto: via Lecco, via Lazzaro Palazzi, via Panfilo Castaldi, viale Vittorio Veneto, al massimo. Sarà che la mia magliaia Delia si muove con le stampelle, ma io stesso faccio fatica a spingermi lontano dall’ambiente che mi è più familiare.

 

 

Durante la lettura ho amato particolarmente il poter immergermi in quel microcosmo descritto nel libro ovvero, Porta Venezia; ho amato poter scoprire le storie dei commercianti e anche i loro segreti. Quando ha deciso di scrivere il romanzo aveva già in mente di raccontare anche storie secondarie come quelle dei commercianti di Porta Venezia o l’idea le è venuta durante la stesura?

È un’idea che ho avuto fin dall’inizio. Già nella prima indagine della mia magliaia, “Il rumeno di Porta Venezia”, ho inserito tra i personaggi un buon numero di commercianti del quartiere, prendendo spunto dalla realtà e reinterpretandola con la mia fantasia. Anche Delia, peraltro, ha un laboratorio su strada, dove addirittura si ferma a dormire la notte. Mi è sembrato naturale farla interagire con tutti i “colleghi” di ogni giorno. In più, è una meravigliosa opportunità per descrivere tante personalità, così diverse l’una dall’altra.

 

 

 

Generalmente quando inizia a scrivere un libro ha già tutto uno schema in mente e poi sviluppa la storia o si fa trascinare dalle emozioni e dalle sensazioni che la stesura del libro stesso le porta? Aggiungendo semmai qualche episodio, qualche evento inaspettato?

Innanzitutto parto sempre da un tema che mi interessa affrontare. Nel caso de “La ragazza del Club 27”, per esempio, volevo parlare di “amori morbosi”, di affetti mal riposti. Subito dopo mi dedico al plot giallistico. Prima di cominciare a scrivere, devo sapere esattamente chi è stato ucciso, da chi e perché. Tanti episodi, poi, possono arrivare durante la stesura del romanzo. Magari in un momento di relax, quando, passeggiando per le strade sotto casa, vedo qualcosa o qualcuno di speciale che cattura la mia attenzione.

 

 

 

Alla fine del libro si scopre un segreto quasi sconvolgente e ho amato particolarmente il finale. Secondo lei, quanto può essere pericoloso un sentimento come l’amore quando diventa morboso e possessivo?

Qui sono in difficoltà a rispondere. Parlare dell’amore è da sempre un compito arduo per tutti. Di certo, è un sentimento che può essere vissuto in modo ambiguo e diventa interessante per creare una storia delittuosa. Non sono il primo a dire che l’amore spinge spesso a compiere le azioni più terribili. Tutto sta a capire, se in questi casi possa continuare a definirsi ancora “amore”, che dovrebbe significare ben altro, ovvero desiderare sempre e soltanto il bene dell’altro.

 

 

 

La mia ultima domanda verte sul suo essere lettore. Penso sia interessante conoscere i gusti degli scrittori in quanto, a volte, amano leggere generi completamente diversi da quelli che scrivono. Quali sono i generi che predilige come lettore? Cosa ne pensa del thriller nordico?

Sono un lettore onnivoro. Più che il genere, scelgo le storie, o meglio ancora i temi trattati, e naturalmente l’autore. Ci sono classici che reputo imprescindibili. “Lo straniero” di Camus, per esempio, è forse il “noir” più avvincente che abbia mai letto. Mentre, parlando di gialli veri e propri, prediligo quelli che mi lasciano un sapore, che mi catturano per l’atmosfera. Tra gli italiani, amo molto Renato Olivieri e la sua Milano grigia e malinconica. Oppure i “romanzi con delitto” di Gianni Farinetti ambientati nelle Langhe piemontesi. Anche i nordici mi piacciono, e proprio perché mi fanno entrare in un mondo ben definito, particolare, non omologato. Dirò di più: se mai dovessi aprire una casa editrice mi piacerebbe pubblicare gialli e noir da ogni parte del mondo, perché sono forse la migliore espressione letteraria per andare alla scoperta dei diversi territori.

 

 

 

La ringrazio, infine, per la disponibilità e il tempo dedicato per rispondere alle mie domande e le pongo una ultimissima domanda; vedremo ancora la mitica signora Delia impegnata nella risoluzione di qualche altro omicidio?

Direi proprio di sì. Ho già in testa un tema ben preciso e mi sono chiari anche la vittima, l’assassino e il movente. Su tutto il resto sto lavorando.

E vorrei concludere questa intervista ringraziando ancora per l’attenzione riservatami.

Mauro Biagini

A cura di Costantino Giordano


 

 

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