Intervista a MIRKO ZILAHY






A tu per tu con l’autore

 

 

1)  Ho letto con molto interesse il tuo ultimo romanzo e ne ho apprezzato non solo la storia e lo stile narrativo, ma anche le tue conoscenze artistiche e la precisione con cui descrivi la Roma sotterranea.
Vuoi dirci da dove nasce questa tua innegabile competenza in materia e quanto tempo hai impiegato per documentarti e scrivere il romanzo?
Impiego un anno per scrivere un romanzo e una parte importante del mio lavoro è proprio la ricerca dei materiali. Venendo dall’Università ho questa forma mentis per cui devo sempre andare a fondo di qualunque aspetto, sia esso legato al setting dei miei libri, alla storia dei luoghi, agli oggetti, addirittura alla struttura fisica, chimica, alle loro funzioni, sviscerando tutto quello che si può e costruendovi intorno un reticolo di parole che faccio reagire l’una con l’altra per trovare il suono che rappresenti i luoghi e produca l’atmosfera del libro che scrivo.
 

 

2) Come dicevo nella domanda precedente, il tuo romanzo ha una marcia in più proprio perché aggiunge a una storia avvincente, una competenza in materie artistiche notevole, il che mi ha ricordato parecchio alcuni romanzi che ho amato come “Il silenzio degli innocenti” o “Il codice Da Vinci”, con i quali ha in comune l’unire una forte tensione narrativa a un contorno istruttivo e interessante. Quali autori ti hanno influenzato o a quali ti sei ispirato quando hai iniziato a scrivere?
Prima di essere uno scrittore, traduttore o editor sono un lettore, quello è il terreno da cui nasce tutto. E in realtà credo che siano proprio i miei autori di riferimento, quelli che considero maestri riconosciuti a lasciare di più il segno nella mia scrittura. E la marcia in più a cui fai riferimento (grazie!) viene da personaggi, storie ed atmosfere che Dickens, Wilde, Stevenson e Poe, su tutti, sono stati in grado di costruire nei loro grandissimi romanzi. Nonostante apprezzi moltissimo i miei contemporanei, italiani e non (Carrisi, Deaver, Nesbo) devo ammettere che la maggior parte di idee e suggestioni mi viene dai grandi nomi della letteratura di lingua inglese di fine Ottocento. E da un thriller incredibile su cui ho lavorato anni fa, Io ti troverò di Shane Stevens.
 

 

3)  I tuoi personaggi sono tutti ottimamente caratterizzati, al punto da non sembrare frutto della tua fantasia. Si nota particolarmente il tuo attaccamento al commissario Enrico Mancini con il quale sembri avere molta empatia. Come hai dato vita ai tuoi personaggi e a Mancini in particolare? E quanto c’è di te in lui?
Io mi “divido” sempre fra tutti i miei personaggi. Mancini ovviamente è il primo genito, la scintilla, diciamo, da cui è nato tutto. Era il 2009 e avevo una agendina su cui appuntavo idee e disegnavo il viso sfuggente del mio commissario, i suoi guanti, la sua storia dolorosa. Ma devo dire che in ognuno dei miei personaggi, donne comprese, anzi soprattutto le donne, c’è una parte di me. Quelli però a cui do il massimo in termini di forma e voce sono i serial killer, l’Ombra nel primo romanzo e lo Scultore ne La Forma del Buio. Mi diverte dotarli soprattutto delle mie paure o di prospettive diciamo “particolari”, perturbanti nel senso morale e/o sociale del termine. E poi, va detto, sono loro il vero motore dei miei romanzi.
 

 

4) Il tuo killer non solo è spietato e inarrestabile, ma anche competente in materia di anatomia e dei cambiamenti che un corpo subisce dopo la morte. Ti sei appoggiato a qualcuno per poter entrare così nel dettaglio di una materia molto complessa?
Ho un padre medico e molti buoni manuali di anatomia, ma è l’immaginazione ad avere la meglio sulla materia tecnica, medica, in questo caso. Parto sempre dall’idea base e poi cerco di creargli attorno i presupposti scientifici necessari per giustificarne la veridicità. Lo Scultore doveva portarsi dietro una carica negativa legata al suo rapporto “particolare” con la realtà e per costruirlo ho letto molti articoli di psichiatria, criminale e non.
 

 

5)  La passione per la scrittura si sta diffondendo sempre più adesso che chiunque, con il self publishing, può pubblicare un romanzo. Visto che i tuoi romanzi stanno ottenendo un meritato successo non solo in Italia ma anche in Europa, quali consigli ti senti di dare a chi vuole iniziare a scrivere e quali caratteristiche deve avere un buono scrittore secondo te? Al tempo stesso, quali caratteristiche non deve assolutamente avere?
L’unica cosa che posso dire è di affidarsi sempre a professionisti e mai cadere nel gioco delle case editrici a pagamento. Bisogna essere grandi lettori, soprattutto, poi coltivare una passione per la scrittura che sia vicina all’ossessione. Essere insomma un po’ maniacali, rituali, nell’approccio alla scrittura. Esistono tanti ottimi autori tutti piuttosto differenti tra loro che le caratteristiche sono sempre diverse. Per quello che mi riguarda io scrivo come vorrei leggere e secondo me la cosa migliore da fare è farsi leggere, come dicevo, da professionisti, evitando di affidarsi ai pareri “amici”. Un buono scrittore deve però avere di certo un grande orecchio e una fantasia combinatoria prodigiosa: essere capace di tirare dentro alle sue pagine il lettore dalle prime righe del suo romanzo, stupirlo e incuriosirlo, soprattutto, poi la profondità di sguardo e di costruzione di personaggi non stereotipati.
 

 

6 ) Immagino tu stia scrivendo una nuova avventura con protagonista il commissario Enrico Mancini. Possiamo avere una piccola anteprima sulla nuova sfida che lo aspetterà?
In realtà al momento sono impegnato nella traduzione di un libro molto bello che uscirà in autunno e di cui non posso rivelare nulla. E fra una presentazione e l’altra del mio tour ho iniziato a scrivere l’ultimo capitolo della trilogia di Roma e Mancini che inizia con È così che si uccide e prosegue con La Forma del Buio. Questa volta racconterò, con la lente deformante della mia scrittura, la Roma delle rovine, rovinosa, catastrofica che i turisti non vedono, abbagliati dalle bellezze sfolgoranti della mia città e con il concetto di identità. Di più, per ora non posso dire…
 

 

7 ) Quali sono i tuoi autori e romanzi preferiti tra quelli degli scrittori nordici? E qual è, sempre tra i romanzi nordici, quello che avresti voluto scrivere?
Ho letto con grande curiosità e piacere Steig Larsonn e mi piacciono i romanzi di Lars Kepler ma il più originale degli autori nordici resta Jo Nesbo. Il suo libro che mi ha più impressionato, quello che mi ha lasciato addosso un profondo senso di spaesamento (e la voglia di scrivere prima o poi qualcosa di altrettanto spaventoso) è L’uomo di neve.
 
Mirko Zilahy
 

(a cura di Kate Ducci )

Kate Radix è autrice dei thriller “Le conseguenze” “Le apparenze” e “Le identità” e dell’antologia “La verità è una bugia”, una raccolta di quattro racconti di generi che spaziano dal thriller al fantastico.

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