Intervista a Nicola Rocca




A tu per tu con l’autore

A cura di Loredana Cescutti


 

 

 


Innanzitutto, devo farti i miei complimenti, perché nel giro di un anno, in breve tempo, ho letto ben tre dei tuoi romanzi (“Scheletri nell’armadio”, “La morte ha l’oro in bocca” e “Il discepolo”) oltre ai racconti brevi e tutti, si sono rivelati, anche se in modo diverso, letture estremamente avvincenti e a tratti inquietanti. Proprio sulla base di questa mia breve esperienza con i tuoi scritti ho deciso di proporti qualche domanda per dar modo anche agli altri di conoscerti.

Nicola, come prima domanda, citando il tuo precedente nuovo romanzo pubblicato a novembre del 2019 (“Scheletri nell’armadio”), non posso che chiederti: hai più scheletri nell’armadio o più manoscritti nel cassetto?
Più scheletri nell’armadio, ovviamente. Anche se, nel cassetto, ho già qualche storia pronta per i miei lettori. Ti svelo un segreto, che resti tra noi: ho tanti scheletri nell’armadio quanti difetti. Per alleggerirmi, ne ho regalati alcuni a Roberto Marazzi e altri al commissario David Walker. Ora mi sento decisamente meglio.

Roberto Marazzi (protagonista di “Scheletri nell’armadio”), ad un certo punto dice che nelle sue storie sono i personaggi stessi che prendono il controllo della trama. Ebbene, durante la lettura, in più di un’occasione mi sono ritrovata a cercare di capire chi fosse il vero scrittore di “Scheletri nell’armadio”, per cui ora ti chiedo: quando scrivi, sei sempre tu a ad avere il controllo della storia o ad un certo punto, sono i tuoi personaggi a prendere il sopravvento mettendoti all’angolo, per poi portare avanti il resto della trama a modo loro?
Una domanda davvero interessante, che mi metterà a nudo, pur lasciandomi addosso i vestiti.
Diciamo che di mio, oltre al nome sulla copertina non c’è nulla. I miei romanzi vengono scritti dal mio alter ego, che fa comunella con i personaggi. Quando mi siedo di fronte al pc, infatti, subisco una sorta di trasformazione. Non sono più la stessa persona, entro in un’altra dimensione. Il vero Nicola Rocca non sarebbe in grado di scrivere certe storie… Lui ha perfino difficoltà a trovare le idee per mettere giù due righe su un biglietto d’auguri.

 

 

Due personaggi a confronto, mi riferisco ovviamente a Roberto Marazzi (lo scrittore) e David Walker (il commissario), due personaggi completamente diversi ma che immagino abbiano acquisito qualcosa che li contraddistingua anche da te. Ce ne vuoi parlare?

Sono i miei personaggi preferiti, tanto è vero che ho deciso di dare un seguito sia all’uno che all’altro. Ne vedremo delle belle. E (Spoiler Allert) tra qualche romanzo si incontreranno. Ho già detto troppo! Mi fermo qua, altrimenti vi svelo anche l’assassino.
Detto questo, eccomi a rispondere alla tua domanda. Come ho già detto, avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a portare il peso dei miei difetti e dei miei scheletri. Che sono molto pesanti e ingombranti, credetemi. Così, ho dato vita a questi due personaggi, che si sono spartiti tutti i miei lati negativi. In parole povere, i difetti di Walker e Marazzi sono i miei; mentre i pregi… be’ quelli sono i loro. Io, purtroppo, non ne ho (ride… anche di gusto).

 

 

Tornando al tuo nuovo romanzo, “Il discepolo”, Walker è un personaggio abbastanza particolare, mai completamente sereno perché c’è sempre qualcosa che lo tormenta. In “La morte ha l’oro in bocca” tentava di superare la morte della madre e di combattere la solitudine nella quale era sprofondato a seguito di questo evento. Adesso, invece, non si dà pace perché è convinto di sapere chi sia il Discepolo del killer della cravatta ma nessuno lo ascolta e anzi, ritengono la sua una fissazione fuori luogo e per questo motivo in poco tempo ha perso sia le amicizie che l’amore e il lavoro. Quanto è stato difficile, per te scrittore, riuscire a mettere così in difficoltà il tuo personaggio, senza avvertire mai, durante le stesure, il bisogno di alleggerirgli le pene che quotidianamente lo hanno fatto sprofondare verso il baratro?

Ad essere sincero non è stato difficile, anzi, tutt’altro. Fatico molto di più a descrivere la serenità che la sofferenza. Forse perché la sofferenza è parte di me. Io soffro perennemente. No, non nel vero senso della parola. Intendo dire che sono un eterno insoddisfatto, che non si accontenta mai di ciò che ha e che fa. Quindi voglio e voglio fare sempre di più, e questo comportamento porta una enorme sofferenza.
È come credere che svoltando l’angolo si riesca a trovare la felicità, ma poi, una volta svoltato, ci si dirige verso il successivo. E poi verso il prossimo e quello dopo ancora. Si continua a girare in tondo (anzi, visto che si parla di angoli, sarebbe più giusto dire in quadrato), senza mai trovare ciò che ci renderebbe soddisfatti. Ma il senso della vita è anche questo. Continuare a correre, per inseguire qualcosa. Non importa che siano la felicità, i sogni o una chimera.

 

 

Tornando per un attimo a “Scheletri nell’armadio”, dopo essermi ritrovata a fare congetture per buona parte del romanzo, giunta verso la fine una frase si è palesata nella mia mente: “Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile che sia, deve essere la verità.” che ovviamente ho rubato al buon vecchio Sherlock Holmes. Devo dirti che una parte di me, dopo una serie di cambi di pensiero continui, ha iniziato a ipotizzare da un certo punto in poi quello che non possiamo scrivere qui in modo esplicito ma, c’era sempre qualcosa che mi mancava perché tu abilmente lo avevi camuffato a dovere ovvero il come, quel filo sottile che mancava per ricomporre IL TUTTO, per dare un vero senso al piano del killer. Mitico però il finale ricostruito da Gervasoni, che come in una sceneggiatura americana, appunto, ha ricreato a parole tutta la storia per come “avrebbero” potuto essersi verificati i fatti. Avrebbero, però. Questo finale lo avevi in mente già da quando hai iniziato a scrivere scheletri o piuttosto, è la storia in sé che ti ha indicato la strada da seguire?

Non saprei dirti esattamente a che punto della stesura mi sia venuto in mente il finale definitivo, ma so per certo che non lo conoscevo già dall’inizio. Spesse volte mi faccio scalette, prima di iniziare a scrivere. Sono indispensabili, almeno per me, anche se poi, durante la scrittura, vengono squassate bellamente dai personaggi (guastafeste!). Ti posso dire, però, che quando mi venne l’idea per quel finale, dentro di me sentivo che era una buona idea. Inoltre, era un finale degno del mio stile. Avendo letto alcuni dei miei libri, potrai confermare tu stessa che nessuno di loro ha un finale standardizzato, un finale alla “vissero tutti felici e contenti”. Ho il piacere di spiegarti il motivo. Ciò che mi aspetto dai miei romanzi è che siano più vicini possibile alla realtà della vita. E, siccome la vita non termina mai con un “vissero tutti felici e contenti” (al massimo con “nella speranza della resurrezione…”)… Be’, hai capito, no?
 

 

Anche il finale de “Il discepolo” mi ha lasciata letteralmente di stucco, non me lo aspettavo proprio. L’ho trovato altamente imprevedibile, spiazzante, sconvolgente e sicuramente alquanto inquietante. Ti chiedo, ovviamente senza fare spoiler, come sei giunto ad una conclusione di questo tipo?
Quando scrissi “La morte ha l’oro in bocca”, per me la vicenda del Killer della Cravatta era conclusa così, anche se avevo lasciato un finale semi aperto. C’era un’indagine che era stata chiusa, un colpevole catturato, e tutti potevano vivere finalmente felici e conten…
E, invece no! Ho detto prima che amo questi finali (ride. Poi inizia ad auto schiaffeggiarsi in maniera compulsiva).
Poi, diverso tempo dopo, mentre ero nella doccia in un albergo, durante una vacanza, ripensai alla vicenda del Killer della Cravatta. Mi dissi che non poteva finire così. E mentre me lo ripetevo, l’altro emisfero del mio cervello costruiva in maniera rapida e perfetta “Il Discepolo”. In questo caso sì, sapevo già che sarebbe finita così. Epilogo a parte. Quello è stata la ciliegina sulla torta. Una torta al cianuro, ovviamente.
Tu, qualche domandina fa, hai rubato una frase a Sherlock, io ora mi permetto di rubarne una a te. Tue testuali parole: “L’ho trovato altamente imprevedibile, spiazzante, sconvolgente e sicuramente alquanto inquietante”. Non mi faccio mai complimenti, ma in merito a quel colpo di scena be’, me li sono fatti. Convengo con te, con tutta la tua frase. Tant’è che, quando parlo de Il Discepolo ai lettori che non lo hanno ancora letto, lo descrivo in quattro parole: “Una Bomba Nello Stomaco”!
Ora, spero che anche tu convenga con me.
 

 

Una volta affrontato tutto il percorso di preparazione, quando la tua nuova creatura spicca il volo, dopo l’iniziale emozione per le varie presentazioni, per il periodo della promozione, dopo aver verificato che il libro stia viaggiando e che comunque il tuo lavoro sta ottenendo i risultati che speravi, a caldo, qual è il tuo primo pensiero? Vivi anche tu, come il tuo personaggio di “Scheletri nell’armadio”, una sorta di stanchezza, di abbandono, di svuotamento per un’altra avventura che si chiude?

I sentimenti e le sensazioni che prova Marazzi sono i miei. Il primo senso di distacco lo provo nel momento esatto in cui il romanzo vede il termine della prima stesura. Poi, quando ha subito editing e revisioni, quando è pronto per il lettore, è lì che vengo assalito da un senso di abbandono e di svuotamento. È una delle emozioni più grandi che abbia mai provato. E la provo ogni volta, anche dopo dieci libri.
È come avere un orgasmo amplificato alla (pensa al numero ordinale più grande che ti viene in mente) potenza.
 

 

Nella vita di Nicola Rocca, che parte ricopre lo spazio dedicato alla scrittura e soprattutto, cosa significa per te scrivere? In una normale giornata, quanto è il tempo che dedichi alla scrittura e quali sono gli orari che prediligi per dare vita alle tue storie?

La scrittura è entrata nella mia esistenza coma una cosa piacevole. Poi è divenuta una sorta di sfida con me stesso; poi, ancora, una passione. E in seguito una forte passione, una droga, direi. Ora, la scrittura è la mia vita. Ho bisogno di scrivere tanto quanto di respirare. Non ti dico quante ore dedico ogni giorno alla scrittura. Non ci crederesti. Ti dico solo che per lei ho rinunciato a tutto, proprio come se fosse la ragazza più bella dell’Universo. Ho messo la scrittura al primo posto, nella mia vita. Davanti a tutto, perfino davanti a me stesso. Prima viene Lei, poi viene Lei e in seguito ancora Lei. Infine, forse (e dico forse), arriva il mio turno.
 

 

Qual è, fra i libri che hai scritto, quello per il quale avverti l’attaccamento e il legame più forte e che, consiglieresti di leggere a tutti e soprattutto, perché?

I libri a cui sono più legato, per due motivi differenti, sono appunto due: “La morte ha l’oro in bocca” e “Scheletri nell’armadio”.
Il primo perché è il romanzo che mi è costato più sacrificio dal punto di vista della ricerca e della stesura. Quando l’ho concluso ero un pezzo di vecchio straccio. Ma soddisfatto e gioioso come un bambino di sei anni la Notte di Natale.
Il secondo perché è quello in cui mi ci rivedo di più, anche solo per il fatto che il protagonista è uno scrittore che prova ad emergere. Ecco, Nicola Rocca è quel Roberto Marazzi, mi auguro solo che riesca ad ottenere il suo successo.
 

 

Parlando di letture in questi mesi così particolari, in cui abbiamo assistito ad un blocco delle uscite di novità, per poi ritrovarci, da un giorno all’altro sotto il bombardamento amico di una miriade di nuove pubblicazioni, ti chiedo, ad oggi, qual è stato il libro più bello che hai letto? Perché?

A me è rimasto nel cuore “Io uccido” del grande e compianto Maestro Giorgio Faletti. Non c’è un perché, perché quando una cosa ti arriva al cuore, folgorandolo, non puoi spiegare il motivo.

A nome mio e di tutta la redazione di Thrillernord, ti ringrazio per la disponibilità che ci hai accordato.
Loredana Cescutti

Io mi sento in dovere di ringraziare Voi. Per l’ospitalità, per la chiacchierata e per quello che fate per la cultura e il genere thriller. Vi abbraccio.
Nicola Rocca


Acquista su Amazon.it: