Intervista a NICOLA RONCHI






A tu per tu con l’autore

 


 

1) Per descrivere così bene le sensazioni del protagonista, facendo in modo che il lettore possa immedesimarsi quasi da sentirle al posto suo, in che modo ti sei documentato e quanto tempo hai impiegato per farlo?

La caratterizzazione dei personaggi è uno dei punti chiave di ogni mio romanzo. All’inizio mi concentravo più sulla storia in sé, la fabula come punto focale. Poi ho capito che raccontando qualunque storia, anche la più banale, possiamo renderla unica creando empatia con i protagonisti, un filo sottile ma solido che unisce il lettore al libro, nel suo insieme. E per fare questo dobbiamo avere ben chiaro ogni fattore, arrivando a “sentirlo” dentro. Quindi ogni individuo che si incontra deve risultare vivo, come se fosse tra noi, come uno di noi. Solo così possiamo rendere vera una storia di fantasia. Oltretutto non si possono scrivere cavolate, il lettore se ne accorgerebbe subito, quindi dobbiamo trovare un riscontro reale per ogni comportamento tenuto dalle persone. Ecco che ci viene in aiuto la rete: senza internet sarei perso. Non sono un medico, né un santone, né uno psichiatra, ma mi informo su internet (spesso anche parlando con amici del settore) per delineare i caratteri in maniera che risultino più veri possibile. Per questo romanzo, La strada della follia, ci ho messo più tempo del solito: due anni. L’ho letto e riletto, aggiungendo sensazioni e togliendo banalità. Ogni volta trovavo qualcosa. Alla fine ho detto basta, altrimenti sarei ancora qui a modificarlo. Ma alla fine credo sia venuto fuori un ottimo lavoro.

2) C’è uno scrittore o più scrittori che hanno ispirato il tuo modo di scrivere? Quale (o quali) e perché?

Devo essere sincero: credo di non avere avuto ispirazione da nessuno. Leggo molto, ovvio, non solo thriller. E apprezzo tanti autori, famosi e non, ma penso che il mio stile non assomigli a nessuno di loro. Forse, quello in cui mi identifico di più è Wulf Dorn. L’ho scoperto da poco, dietro consiglio di un amico, e devo dire che mi piace un sacco il suo stile semplice, diretto, senza troppe descrizioni: Dorn sa creare suspense e tensione dalla prima all’ultima pagina.

3) Tra i tanti generi letterari perché la tua scelta è ricaduta sul thriller?

Intanto devo precisare che il mio genere esula dal solito “giallo”. Difficilmente seguo il classico cliché con un serial killer, un poliziotto – triste, cupo, situazione sentimentale disastrosa, fuori dagli schemi, mal visto dai colleghi ecc. – che lo insegue, che mette insieme gli indizi e riesce, grazie a un intuito geniale, a catturarlo. No, il mio genere è psicologico, a tratti drammatico, dove un omicidio, se avviene, fa solo da contorno a un disagio caratteriale molto più intricato. Certo è che sono cresciuto, come dico spesso, a “pane e Dario Argento”, quindi la scelta del thriller è venuta di conseguenza. Col tempo, ho capito che fa molta più paura la mente del sangue. Per fare un paragone pittorico: più Munch che Caravaggio.

4) Il finale de La strada della follia può ingannare perché sembra finire in un modo, magari l’unico che un lettore immagina e invece ha più finali. Sembra finire e invece continua. Perché hai scelto di dare al protagonista un finale più dolce se così si può dire?

La scelta del finale aperto mi ha sempre affascinato. Non si deve spiegare tutto. Io punto sull’immaginazione del lettore e le sue deduzioni, soprattutto se è riuscito a entrare dentro la storia vivendola come i protagonisti, insieme ai protagonisti. Sta quindi al lettore crearsi un dopo, assimilando le informazioni ed elaborare le conseguenze. Molti mi scrivono immaginando il proprio finale, chiedendomi un consiglio o un semplice parere. Io ribadisco che se loro lo vedono così, allora va bene. Questo mi piace del mio pubblico, il suo essere ampio e di vedute diversissime fra loro. In sostanza, per la fine preferisco i tre puntini di sospensione all’esclamativo.

5) Ti sei mai affezionato nei tuoi romanzi al cattivo della situazione più che agli altri personaggi? Nel caso fosse così come lo spieghi?

La risposta è piuttosto scontata: mi affeziono a ogni mio personaggio perché ricalca le personalità della gente che incontro, che conosco da molto tempo oppure da pochissimo. Ognuno di loro vive nei protagonisti, o almeno una parte di loro. D’altronde, si scrive di ciò che si conosce… Certo è che i miei amici non sono terribili come il cattivo di turno, ci mancherebbe. Di solito prendo spunto da qualcuno e ci ricamo sopra, enfatizzando una sua caratteristica fino a renderla, appunto, cattiva. Nel romanzo La strada della follia Lars è terribile, ha le sue manie, le sue perle di saggezza, sa essere comprensivo e spietato. Un mix di caratteri che lo rende unico. Come si può non affezionarsi a lui? E poi ce lo insegna la storia letteraria e cinematografica: ci ricordiamo il nome dei cattivi, mentre quello dei buoni, spesso – non sempre però – svanisce. Esempi? Jason di Venerdì 13, Leatherface di Non aprite quella porta, Freddy Krueger di Nightmare, Keyser Söze dei Soliti sospetti, Norman Bates di Psycho, fino ad arrivare al mitico Hannibal Lecter. Per non parlare di Crudelia De Mon, Bonnie e Clyde, Jack lo squartatore… Insomma: in questi film, a parte Il silenzio degli innocenti, i buoni passano non in secondo, ma in decimo piano. Passando alla seconda parte della domanda, ci si affeziona al cattivo di turno per contrasto, per ribellione verso la solita favola del “…e vissero per sempre felici e contenti”. Tuttavia, ognuno è consapevole che si tratta di fiction, di narrativa, nient’altro. Ed è anche per questo che possiamo fare il tifo per gli assassini senza problemi.

6) Cosa hai in serbo per le prossime uscite?

Un sacco di cose. È già pronto un nuovo romanzo che farò uscire l’anno prossimo. Si tratta di una vicenda realmente accaduta da cui ho preso spunto, una sorta di “possessione”. Ma qui cerco di evidenziare lo scontro fra ateismo e religiosità, fra uomo e donna, fra i genitori di un bambino con evidenti problemi psicologici e comportamentali. Sto progettando un altro romanzo e ho già buttato giù un centinaio di pagine: una storia di stalking in un centro diurno per disabili. Intanto vado avanti anche con altri progetti, non solo thriller e non solo romanzi. Vedremo.

7) Che libri hai sul comodino?

Ne ho circa una trentina. Ma sul comodino non ci stanno e quindi li ho racchiusi tutti nel mio tablet. Più che altro sono autori esordienti: mi piace scoprire qualche scrittore valido, anche se poco conosciuto. Non amo particolarmente quelli che riempiono le vetrine delle librerie, gli scaffali interni dei supermercati o degli Autogrill. Credo di essere un po’ snob in questo aspetto.

8) Conosci il genere thriller nordico? Apprezzi qualche autore in modo particolare?

In questo periodo gli scandinavi stanno dominando la scena: qualcuno è davvero valido, qualcun altro non lo so. In netto contrasto con la risposta precedente – che strani questi scrittori… – mi sono fumato la trilogia di Stieg Larsson, anche se avrei tagliato un bel po’ di pagine. Ma apprezzo molto anche i coniugi Lars Kepler, soprattutto L’ipnotista (un originalissimo capolavoro), L’esecutore e L’uomo della sabbia. Poi, come ormai è prassi consolidata di questi tempi, anche loro hanno rispolverato il protagonista di successo e si sono buttati sul genere “serie TV”, che non amo. Per me un libro inizia e finisce. Punto. Poi si ricomincia con altri temi, altri protagonisti, altri scenari. Siamo dei creativi, no? E allora creiamo, lavoriamo di fantasia, immaginiamo, senza adagiarci su un modello che ha già vinto in passato. Lo so, il pubblico apprezza questo e senza pubblico lo scrittore è nulla. Però… I miei autori preferiti comunque sono due tedeschi: al già citato Wulf Dorn aggiungo Sebastian Fitzek: anche lui un maestro di thriller psicologici. Poi altri di nazionalità varia: dalla statunitense Gillian Flynn al nostro Carrisi (ma anche lui adesso ha intrapreso la strada “serie TV”, peccato…), dal grande Jeffery Deaver fino ai “piccoli” e semi sconosciuti Mirko Tondi e Fabrizio de Sanctis, tanto per fare due nomi. Riguardo ad altri generi, Pennac e Nick Hornby su tutti. Ma leggo di tutto, accetto consigli e cerco di imparare sia da “quelli bravi” che da quelli meno famosi.

Nicola Ronchi

Intervista a cura di Marianna Di Felice
 


Di Nicola Ronchi:

IL LIBRO – Una tragedia lontana nel tempo. E l’incubo che ricompare trent’anni dopo… Roberto Ventura è un quarantacinquenne introverso che si ritrova di colpo senza una donna, senza un lavoro, senza prospettive. Ad alimentare la crescente depressione ci si mettono anche due figure misteriose, una ragazza e un bambino che compaiono spesso davanti ai suoi occhi. Realtà o immaginazione? Sembra riprendersi dall’angoscia solo quando, durante una passeggiata al parco, incontra un amico d’infanzia e, coincidenza incredibile, anche un secondo…