Intervista a PAOLA ROCCO






A tu per tu con l’autore

 
 

A tu per tu oggi incontra Paola Rocco. In una piacevolissima chiacchierata telefonica, l’autrice ci ha raccontato un po’ di sé e qualche interessante dettaglio del suo romanzo d’esordio “La carezza del ragno”, già recensito da Thrillernord.

 
 

1) Ciao Paola e benvenuta, “La carezza del ragno” è il tuo primo romanzo perciò inizierei con il chiederti di presentarti ai nostri lettori, di raccontarci qualcosa sul tuo lavoro e sulla tua passione per la scrittura.

La lettura è da sempre una mia grandissima passione così come la scrittura, vengo dal mondo del giornalismo in cui ho lavorato per più di 20 anni. L’approccio alla letteratura è più recente, da quando vivo in Veneto, grazie ai ritmi di vita più rilassati, ho potuto dare vita alla parte più creativa della scrittura. La scelta del genere nasce dalla mia passione per i gialli. Adoro Agatha Christie, che considero una maestra inarrivabile e mia fonte d’ispirazione, soprattutto per il cosiddetto “giallo a incastro” che è poi il mio modello preferito (le rendo infatti omaggio nelle note finali).
 
 

2) A proposito del giallo a incastro, quindi il titolo della tua trama ricalca questa scelta stilistica?

Assolutamente si, il mio è un giallo a incastro e sicuramente il lavoro maggiore è stato quello di far combaciare tutti i tasselli del puzzle e i fili della ragnatela, tutti gli imput dovevano avere un unico esito. Inizialmente la trama era diversa, ma in corso d’opera  mi è venuta una nuova idea e tutto è confluito in quella che è poi la trama attuale.
 
 

3) Il tuo romanzo è ambientato nella Roma degli anni ’50: la scelta di tornare indietro nel tempo, nasce da una tuo particolare interesse per quel periodo storico? Secondo te quindi,  è più semplice ambientare un giallo nel passato, senza poterti avvalere di tutte le tecnologie e la scienza nella risoluzione del caso, o è più difficile in quanto richiede un maggior sforzo creativo?

Mi piacciono molto gli anni ’50, l’epoca del dopoguerra, il risveglio dagli anni bui del Fascismo e dell’occupazione nazista di Roma. Si respirava un senso di rinascita e l’idea che si potesse finalmente alzare la testa. Inoltre quegli anni hanno visto l’affacciarsi delle donne sul mondo del lavoro, seppur sottotono, si parla di piccole impiegate e segretarie, ma comunque un primo passo verso l’emancipazione.
Per quel che riguarda la seconda domanda, assolutamente si. Penso che al giorno d’oggi la scienza fornisca strumenti e mezzi molto avanzati, ma inserirli in una storia, comporta un’assoluta padronanza e competenza sull’argomento. Ora, la parte dei rilevamenti e indagini scientifiche non mi entusiasma particolarmente, mi piace molto di più l’idea del commissario che pensa e risolve, l’investigatore alla Poirot diciamo. In più il mio amore per gli anni ’50 mi ha portato a decidere di retrodatare la mia storia.
 
 

4) Parliamo dei personaggi. Le tue donne, che come dicevamo prima, prendono consapevolezza del proprio ruolo e soprattutto del Commissario Leoncavallo. Un personaggio diverso dal solito, un uomo quieto e molto educato. Cosa puoi dirci di lui, come nasce?

Tutti i personaggi mi si sono un po’ imposti in verità. Di Leoncavollo volevo accentuare il suo lato umano, è un uomo normale, è uno di noi in cui facilmente ci si identifica e il lettore non prova mai un senso di inferiorità nei suoi confronti. Anche lui arriva alla verità per gradi, commettendo degli sbagli. Effettivamente i commissari italiani sono un po’ tutti sopra le righe, a partire dal mitico Rocco Schiavone, che io adoro. Le mie donne invece sono più decise, penso a Livia (che è l’intellettuale del gruppo) o a Francesca (la ragazza morta), che per la prima volta possono dire “io voglio, io faccio”. Sono particolarmente legata anche al personaggio di Fedora la cartomante, una figura che non potevo non inserire nella mia storia e che tra l’altro si ispira ad una persona, una cartomante di Trastevere che ho conosciuto e che mi ha raccontato di una vecchia casa, che era una vecchia torre del nucleo medievale del quartiere. Il mio romanzo è anche un omaggio a Roma, che è la città più bella del mondo.
 
 

5) Incontreremo ancora Leoncavallo o hai progetti diversi per il futuro?

Ho alcuni progetti in mente, anche l’idea per un romanzo diverso, ma Leoncavallo è un personaggio che ho molto amato e mi piacerebbe continuare a scrivere di lui, sarebbe un peccato far morire le sue vicende, perciò è molto probabile che ci sarà un seguito. Scrivere questo romanzo è stata un’esperienza bellissima,  si è quasi scritto da sé, l’avevo in mente da tempo e l’immagine iniziale, con la ragazza in bilico sull’abbaino l’ho vista nitidamente in un sogno fatto anni fa. E’ come se in qualche modo mi si fosse imposta e io ci ho scritto una storia intorno.
 
 

6) Paola, hai 30 secondi per dire ai nostri lettori perché dovrebbero leggere il tuo libro…

Perché è un giallo fantastico! Una bella storia, bei personaggi, una trama molto dettagliata e nel panorama giallistico può rappresentare una leggera deviazione da quello che attualmente si trova in libreria.
 
 

7) Adesso la domanda di rito: che rapporto hai con il thrillernordico? Ti piace, c’è un autore in particolare che segui?

Si, mi è piaciuto molto Arnaldur Indriadason, soprattutto “Un caso archiviato”. Mi piacciono molto le ambientazioni nordiche, ma ho sbagliato probabilmente a leggerne troppi, e tutti insieme e quindi alla lunga mi ha un pò respinto il suo stile, nonostante fossi partita con largo slancio. Per me è un pò troppo cupo. Voglio però iniziare a leggere Camilla Läckberg.
Paola Rocco

(a cura di Manuela Fontenova)

 
 
 

Di Paola Rocco su Thrillernord:

IL LIBRO – Il romanzo si apre con la misteriosa morte di Francesca Bentivoglio: appena ventenne, unica erede d’una famiglia d’antica schiatta ma finanziariamente piuttosto malmessa, la ragazza precipita dal sesto piano di un vecchio palazzo a poca distanza da casa sua, nell’alba grigia d’una mattina di fine estate, a Roma. Sembra un suicidio, ma chissà…