Intervista a Paolo Roversi




A tu per tu con l’autore

 

 

Paolo prima di tutto una curiosità… cosa ci puoi raccontare di una persona che credo tu conosca bene, tal Lorenzo Visconti?

(Sorride)

Dunque …. l’affaire Lorenzo Visconti è nato dal mio desiderio di scrivere storie diverse dal solito, non avevo mai scritto hard-boiled, e si può proprio dire che i libri di Visconti siano impregnati fino al midollo di hard-boiled. Il fatto è che si tratta di vicende ambientate a Milano, e io ho già in corso per i tipi di Marsilio una serie ambientata a Milano, quella con protagonista Enrico Radeschi. Tra i vari ragionamenti fatti, ha prevalso quello sul rischio che due serie ambientate a Milano, dello stesso autore, presso la stessa casa editrice si cannibalizzassero una con l’altra, pur trattandosi di storie molto diverse, perché l’ambientazione milanese è sì comune ad entrambe, però i protagonisti sono agli antipodi … Radeschi è un giornalista, Drago, estremizzando, un picchiatore. Ho avuto poi questa opportunità di uscire con Amazon Publishing, cosa che apre a tutto un altro pubblico, che ero curioso di approcciare. La maggior parte delle vendite la serie del Drago le fa infatti online, in ebook, ad un prezzo contenuto, e ciò mi ha permesso di accedere ad una tipologia di lettori che magari frequentano poco le librerie, che leggono soprattutto online o che comunque hanno una fascia di età diversa rispetto ai fruitori delle librerie. Insomma un target assolutamente differente. Ed in effetti è andata talmente bene online la serie del Drago, che adesso con Cairo uscirà anche in libreria. Sono molto soddisfatto perché davvero è stata una scommessa. L’uscire, perlomeno come idea iniziale, solo online, mi ha permesso di scrivere con meno paletti: con il Drago infatti mi sono permesso molti passaggi politically uncorrects, che con Radeschi non avrei mai potuto pensare, ad esempio il Drago odia l’umanità e ama gli animali, prima ti prende a pugni, poi ti chiede spiegazioni…. Mi piaceva anche che avesse il nome del protagonista (Lorenzo Visconti è il Drago) e che raccontasse le sue storie. Pensare un libro destinato alle librerie, incute un certo senso di sacralità tra virgolette, cosa che con gli ebook sembra non avvertirsi. I lettori online sono rimasti entusiasti e io ne sono molto felice.

 

 

 

 

L’addiction di un lettore, soprattutto di un lettore forte, è quella di essere alla continua ricerca di storie che rispondano al proprio gusto e alle esigenze emotive del momento. La massima sublimazione di questa tendenza, la massima soddisfazione è evidente stia nel trovare il libro giusto. Si può dire che, declinata al creare plot e personaggi, valga anche per lo scrittore questa forma di dipendenza? Oppure entrano in gioco dinamiche che scatenano altre addictions?

La mia addiction, quella che si nota di più nei miei libri e nelle storie che racconto, è la passione per le serie TV americane. Ne guardo moltissime, le apprezzo perché sono scritte e costruite con grande ricerca, attenzione, colpi di scena. Aprono mondi anche sui modi di scrittura, su come presentare i personaggi, farli parlare, in che situazioni metterli, come creare la suspense. La mia, di conseguenza, è una scrittura molto essenziale, in cui prevale il dialogo di stampo cinematografico. Di Addicted uscirà anche il film, di cui ho scritto già la sceneggiatura. In realtà l’ho scritta in contemporanea al romanzo, la cosa è nata insieme, per questo molti dei dialoghi del libro saranno identici a quelli del film. Adoro la forma dialogica, perchè è forma narrativa che non permette all’autore di barare. Quando si crea un dialogo tra personaggi, infatti, ci si mette a nudo e si mettono a nudo i personaggi. Tutte le altre forme narrative sono degli artifici.

 

 

 

Questa domanda voleva introdurre il tuo ultimo libro, Addicted appunto, un thriller psicologico di impatto e appeal dirompente. Hai centrato la tua storia pensando ad una sorta di rehab, dove una ristretta cerchia di persone affetta da dipendenze, si recasse per guarirne seguendo precisi protocolli terapeutici. Tra le dipendenze che hai scelto come patologie c’è la dipendenza dal gioco, dal sesso, dall’autolesionismo, dall’ossessione per la cura del fisico, da cellulari e social. Posso chiederti in base a quale criterio hai operato queste scelte? Ti sei focalizzato su quelle ad oggi più diffuse o sono state anche altre le tue valutazioni? Quanto spazio ha preso la ricerca che sicuramente hai effettuato e quali sorprese ti ha riservato, se ce ne sono state?

Una delle ragioni che ha guidato la mia scelta è stata senza dubbio la maggiore diffusione di queste dipendenze. Di fatto volevo privilegiare le più diffuse, ma anche alcune di quelle che il pubblico si sarebbe aspettato. Le dipendenze da cocaina e sesso, ad esempio, era in un certo senso imprescindibile includerle. Poi ho scelto anche di inserire  addictions più particolari, come quella dell’anoressia inversa. Sai, siccome l’idea del libro è stata concepita insieme all’idea del film, è stato valutato anche come certi passaggi potessero essere realizzati, con particolare attenzione a quella che sarebbe stata la resa sullo schermo, la resa filmica. La ragazzina che si mette in mostra sui social è una cosa che televisivamente e al cinema funziona bene. C’è da dire poi che le addictions sono talmente tante che potrei fare un’ottantina di seguiti, scegliendone sempre di diverse. Purtroppo tutto scaturisce dal fatto che spesso, troppo spesso, non ci accettiamo per come siamo e dunque siamo insoddisfatti, è quella la pulsione iniziale da cui parte tutto.

 

 

 

Già citando alcuni titoli dei tuoi romanzi più famosi , La confraternita delle ossa, Milano criminale, Solo il tempo di morire, salta agli occhi quello che i tuoi lettori sanno molto bene, ossia che tu sia un brillante, talentuoso e non convenzionale autore noir. Con Addicted, ti cimenti per la prima volta, correggimi se sbaglio, con il thriller puro. Genere che reinventi, mutuandolo anche dal thriller psicologico riattualizzandolo e personalizzandolo con la tua cifra, pur omaggiando elementi cardine e strutturali fondanti del genere. Innanzitutto complimenti, perché Addicted è davvero un romanzo da perderci letteralmente il sonno.

Da cosa è partita la tua ispirazione verso la scrittura di questo genere di storia? Quali sono stati i tuoi referenti di genere, anche in campo cinematografico, e come ti ci sei approcciato?

Anche La confraternita delle ossa è ascrivibile sia al thriller che al giallo. La differenza la fa forse il fatto che nella Confraternita il protagonista è un personaggio seriale, è ciò richiama in effetti più al giallo, per via della figura dell’investigatore. Invece Addicted è proprio nato come thriller puro , senza personaggi seriali, senza precedenti e l’ho scritto anche in modo che fosse percepito come tale. Ho voluto scrivere questo libro all’anglosassone, perché noi italiani puntiamo molto sulle nostre origini, sulle nostre città, sui nostri personaggi seriali, che è una cosa bella e ci riesce egregiamente, ma ci sono delle cose che funzionano molto bene da noi e all’estero invece meno. Addicted per come è stato scritto e concepito è stato percepito positivamente anche dai lettori stranieri ed infatti è già stato venduto all’estero ancora prima dell’uscita.

 

 

 

 

Sei autore noto ed apprezzato non solo in Italia ma anche all’estero, tradotto con successo in Francia, Germania, Spagna e Stati Uniti. Quanto ha inciso, se ha inciso, questa tua visibilità oltreconfine, nella scelta dei protagonisti di Addicted, appartenenti a diverse nazionalità, tedesca, francese, americana, olandese, hongkonghese (solo due dei sette pazienti sono italiani)? Dal momento che senza ombra di dubbio il tuo romanzo si presta ad una trasposizione cinematografica o televisiva, ci sono gli estremi ragionare su una coproduzione internazionale. Senza volerti strappare anticipazioni, puoi solo dirci se è una possibillità concreta?

Ecco una domandina da niente questa (ride). Dunque io parto sempre da delle suggestioni, mi sono rifatto soprattutto al topos del delitto della stanza chiusa, a Dieci piccoli indiani e al remake in due puntate fatto dalla BBC, che mi è piaciuto molto. Un gruppo di persone isolato in un ambiente, dove l’omicida deve essere per forza uno di loro: è la formula classica. E  secondo me, prima o poi nella vita, tutti i giallisti si devono cimentare in questo. E’ una situazione molto stimolante da (de)scrivere, così come lo è per il lettore scoprirne le dinamiche. L’altra suggestione per Addicted mi è arrivata qualche anno fa. Mi trovavo a cena in una masseria pugliese bellissima, circondata da un giardino con alberi secolari e terreni coltivati, vicino ad Ostuni. Ed è diventata il posto che descrivo nel libro. Ho romanzato parecchio, perché ad esempio nella realtà non c’era nessun muro intorno a racchiuderla, ma mi serviva assolutamente a trasmettere l’idea di totale isolamento (nel film probabilmente si inserirà un lago a questo scopo). Il film sarà composto da un cast internazionale, perché l’idea del produttore è quella di girare un prodotto che sarà visto anche all’estero. Seppur la casa di produzione, la Falkor, è di Milano, la trasposizione sullo schermo sarà una coproduzione internazionale, svizzero- tedesca, probabilmente. L’idea è quella appunto di un prodotto girato in inglese e seguito in più paesi. Al giorno d’oggi il mercato è cambiato non si va solo in sala, ma c’è anche la tv via cavo, Netflix, esistono tante piattaforme sulle quali distribuirlo. Per questo ho ideato personaggi di diverse provenienze. Ho voluto creare un immaginario internazionale, appunto. La stessa protagonista Rebecca Stark è inglese, il romanzo si apre ad Offenburg, in Germania, la clinica è stata aperta in Italia, ma poteva essere aperta ovunque. Tra l’altro ho saputo proprio da poco, e te lo dico in anteprima, che sono stati venduti i diritti anche in Serbia, dove non ero stato mai tradotto.

 

 

 

 

Sei fondatore e direttore di importanti rassegne e festival, cito su tutti il NebbiaGialla Suzzara Noir Festival, giunto con successo alla tredicesima edizione che si svolgerà a breve, dall’01 al 03 Febbraio prossimi, con una massiccia presenza di autori di altissimo livello. Posso chiederti chi sogni di portare, che non abbia ancora partecipato? E, se ti appassiona il genere, qual è il thriller nordico che avresti voluto scrivere?

Don Winslow. Tutta la vita Don Winslow. Il thriller nordico non è un genere che mi prende particolarmente, pur apprezzando molto Jo Nesbo. Il libro che avrei voluto scrivere infatti non appartiene al genere thrillernordico, ma è appunto uno di Don Winslow, Il potere del cane. Netflix ha fatto i vari Narcos ecc, ma non avranno mai la forza de Il potere del cane, perché questo libro racconta un mondo, quello del narcotraffico in Colombia e in Messico, non solo una storia.

 

Sabrina, io ho ora una domanda per te…

 Dimmi Paolo…

Sono curioso di sapere cosa ne pensi del personaggio di ….

……………………

Noi ce lo siamo detti, a voi ora leggere Addicted e….

 

 

Grazie di cuore Paolo Roversi, davvero un grande piacere questa intervista così ricca di spunti , suggestioni e di sguardi sul nostro oggi

Sabrina De Bastiani


A cura di Sabrina De Bastiani

Paolo Roversi (Scheda Autore)


Paolo Roversi Scrittore, giornalista e sceneggiatore, vive a Milano. Si è laureato in Storia contemporanea all’Università Sophia Antipolis di Nizza (Francia) con una tesi sull’occupazione italiana in Costa Azzurra durante la seconda guerra mondiale. Ha pubblicato romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa), La mano sinistra del diavolo (Mursia) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007 ed è stato finalista del Premio Franco Fedeli 2007, Niente baci alla francese (Mursia), La marcia di Radeschi (Mursia), L’uomo della pianura (Mursia) e La confraternita delle ossa (Marsilio). Studioso di Charles Bukowski, alla sua opera ha dedicato la prima biografia italiana scritta con l’aiuto di Fernanda Pivano intitolata Scrivo racconti poi ci metto il sesso per vendere, una raccolta di aforismi pubblicata nel 1997 nella collana Millelire e, nel settembre 2008, Taccuino di una sbronza, romanzo ispirato alla vita dell’autore americano ma ambientato a Milano fra il 1994 e il 2008, da cui sarà tratto uno spettacolo teatrale e che è stato fra i finalisti del Premio noir meditteraneo 2008. Con Marsilio, nel 2015 ha pubblicato il dittico Città rossa, due romanzi sulla storia della criminalità milanese degli anni Settanta e Ottanta: Milano criminale e Solo il tempo di morire (premio Selezione Bancarella, premio Garfagnana in giallo). Gli altri suoi romanzi sono PesceMangiaCane (Edizioni Ambiente) e L’ira funesta (Rizzoli). I suoi libri sono tradotti in Francia, Spagna, Germania e Stati Uniti. È fondatore e direttore della rassegna dedicata al giallo e al noir NebbiaGialla Suzzara Noir Festival. Ha ideato il Milano in Bionda giallo e noir festival: prima edizione 21 giugno 2008. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore di soggetti per serie televisive e cortometraggi. Ha scritto per Rolling Stone, Stilos e Diario e ha curato la rubrica Noir side of life sul mensile InScenaMag. Dirige MilanoNera web press, un portale dedicato interamente alla letteratura gialla.