Intervista a RITA CARLA FRANCESCA MONTICELLI






A tu per tu con l’autore

 

 

1) Quando è nata la tua passione per la scrittura? Come ti organizzi per la storia? Programmi tutto o inventi mano a mano?
Non saprei dirlo di preciso. Ricordo di aver sempre amato inventare storie sin da ragazzina e a un certo punto mi sono resa conto che l’unico modo per renderle “reali” era scriverle da qualche parte. Essendo da sempre un’appassionata di cinema, ho iniziato scrivendo sceneggiature, o almeno provandoci. Dopo aver studiato i libri di Syd Field ed essendomi quindi cimentata nella stesura di tre sceneggiature, ho capito che in questo modo le mie storie sarebbero state destinate a rimanere per sempre in un cassetto. Ciò mi ha spinto a interessarmi alla narrativa, iniziando dalle fan fiction. Sono passata dalla macchina da scrivere al computer e ovviamente a internet. Ora, dal 2009, scrivo soltanto narrativa originale e dal 2012 pubblico le mie storie.

Riguardo al modo in cui organizzo la mia scrittura, mi posso considerare una plotter, cioè tendo a programmare lo sviluppo della trama attraverso la creazione di un’outline, ma è anche vero che in corso d’opera molte cose cambiano, si evolvono, certe parti della storia si espandono, e così, facendomi guidare dai personaggi, mi ritrovo a riprogrammare parti della trama. Solo verso la fine, quando mi mancano 10-15 scene, ho uno schema dettagliato che seguo passo passo. Certi elementi però li decido prima di iniziare la scrittura, talvolta anche mesi prima, e non cambiano mai. Tutto nasce da un’idea di base, che spesso sta al centro del climax della storia, da questa idea tiro fuori un titolo. Devo dare un nome al progetto per poterlo inquadrare, quindi immagino, in ordine, fine, inizio, i due punti di svolta principali e il punto centrale (come avviene per i film). Da qui poi approfondisco. Quando scrivo libri molto lunghi (come quello di cui ho appena terminato la prima stesura, “Ophir”) a volte li suddivido in parti, in cui mi cimento in tempi diversi, e per ognuna applico il metodo che ho descritto sopra, senza pensare troppo a quella che verrà dopo. Una volta però mi è capitato di avventurarmi nella scrittura di un libro (“Affinità d’intenti”, che è un action thriller) avendo in mano soltanto quei sei elementi e mi sono messa a scrivere quasi a fari spenti. Per narrare una storia in cui l’elemento predominante è l’azione, quindi con una trama non eccessivamente intricata, devo dire che, almeno in base alla mia esperienza, questo metodo ha funzionato molto bene.

2) Il tuo successo è iniziato con la saga “Deserto Rosso”. La serie è stata elogiata da Wired, che l’ha definita «bella, introspettiva e profonda». Come ti sei sentita, in quel momento?
È stata davvero una bella sensazione. Rappresentava il primo riconoscimento a livello nazionale su un magazine di una certa importanza. Ciò che l’ha reso ancora più bello è che ci sono arrivata grazie ai miei lettori che avevano segnalato la serie alla redazione di Wired, nell’ambito di un’iniziativa lanciata dallo stesso magazine per l’individuazione dei dieci migliori self-publisher italiani. Da quella recensione sono scaturite tutta una serie di cose che in quel momento non potevo neppure immaginare.

3) “Il mentore” e “Sindrome” sono il primo e il secondo volume di una trilogia che ha come protagonista il detective Eric Shaw, caposquadra della sezione scientifica di Scotland Yard. Com’è nata la storia? Com’e nato il protagonista Eric Shaw?
Sono una fan di CSI, non solo perché mi piacciono le storie investigative, ma soprattutto per l’aspetto scientifico dell’indagine. Ho una formazione scientifica (sono biologa) e in passato ho lavorato nella ricerca all’università, per cui questo mio background finisce per infilarsi anche nelle mie storie. A dirla tutta, le storie di CSI, tolta la parte di scienza forense, sono abbastanza monolitiche: i poliziotti/criminologi sono buoni, il colpevole è cattivo, i primi scoprono il secondo e lo arrestano. Io, invece, ho voluto prendere il contesto dell’analisi delle prove fisiche e l’ho trasportato in un mondo più realistico, per cui Londra mi sembrava una location più adeguata (anche perché l’unica metropoli che conosco veramente), in cui un detective cinquantenne supera di continuo certi limiti per assicurare alla giustizia coloro che ritiene colpevoli (lo saranno davvero?) e lo fa più che altro per appagare se stesso, visto che il resto della sua vita va a rotoli. Dall’altra parte c’è una serial killer che, però, uccide solo per vendicare la propria famiglia, massacrata davanti ai suoi occhi quando era solo una bambina. Insomma, il buono e il cattivo diventano semplicemente due antieroi. A rendere le cose più complicate c’è il fatto che si conoscono molto bene!

4) Qual è la differenza tra un autore indipendente e un autore che ha alle spalle una casa editrice?
La differenza sostanziale è che un autore indipendente è prima di tutto l’editore dei propri libri. Self-publisher vuol dire infatti autoeditore. Ciò significa che è la persona che ha la responsabilità di gestire tutte le figure necessarie per trasformare il proprio manoscritto in un prodotto editoriale di qualità, degno di essere pubblicato, commercializzato e acquistato dal lettore. La conseguenza di ciò è che, se fallisce, in quanto a qualità, vendite o apprezzamento, la colpa è sua, ma se invece ha successo il merito è tutto suo. Nell’editoria tradizionale è la casa editrice in ultima analisi a compiere tutte le scelte, quindi ha il controllo sull’intero processo. Se le cose vanno male, l’autore non ne ha colpa e non può fare nulla per impedire che ciò accada o per migliorare la situazione. Allo stesso modo, se vanno bene, il suo merito è quasi marginale. Infatti ci sono tantissimi autori validi là fuori e ancora più libri di grande valore che non raggiungono il successo che invece tanti altri, che magari sono abbastanza mediocri, ottengono, solo perché il meccanismo che li avrebbe dovuti portare al lettore non ha funzionato o non è mai esistito. Con il self-publishing, l’autore diventa colui che gestisce questo meccanismo. Va da sé che non si tratta affatto di un mestiere facile e non tutti gli autori sono in grado di intraprenderlo. È necessario avere una mentalità imprenditoriale che si affianchi alle capacità scrittorie e la volontà di imparare a essere un editore. È vero che poi, alla fine, nell’editoria il fattore fortuna incide tantissimo, ma se non si è preparati si rischia di non incontrare mai la fortuna o, peggio ancora, di non saperla sfruttare quando la si incontra.

5) Ti è capitato di leggere qualche autore di thriller nordici?
Ammetto che finora non mi è capitato. Nella mia coda di lettura c’è “Sotto la città” di Arnaldur Indriðason, che ho comprato da un po’ di tempo, ma non ho avuto ancora l’occasione di leggerlo. Magari questa estate sarà la volta buona.

6) Progetti per il futuro?
Ho da poco terminato la prima stesura di “Ophir”. È la terza parte del ciclo dell’Aurora, di cui la serie di “Deserto rosso” è la prima parte. Mi aspetta qualche mese di editing e la pubblicazione è prevista per il 30 novembre. Invece, proprio a partire da novembre, mi metterò al lavoro sul libro finale della trilogia del detective Eric Shaw, intitolato “Oltre il limite”, che vedrà la risoluzione (in qualche modo) del travagliato rapporto tra il mentore e la sua allieva, attraverso l’investigazione di nuovi efferati crimini. Prevedo di pubblicarlo il 21 maggio 2017.

Rita Carla Francesca Monticelli

Intervista a cura di Giusy Ranzini


Di Rita Carla Francesca Monticelli su Thrillernord:

IL LIBRO – Il quasi cinquantenne detective a capo di una squadra scientifica di Scotland Yard, Eric Shaw, si trova a investigare insieme alla detective Miriam Leroux sulla morte di un pregiudicato, ucciso con due colpi di pistola: uno al collo, in uno stile simile a quello di una inusuale esecuzione, ma preceduto da uno all’inguine, che sembra avere una connotazione più personale.