Intervista a ROBERTO CARBONI




A tu per tu con l’autore

 

Non credo sia esagerato affermare che, al momento, Roberto Carboni è uno degli autori noir di maggior spicco sulla scena della narrativa noir nazionale, dove continua a mietere premi prestigiosi (l’ultimo a marzo, il Premio Barliario, nell’ambito di SalerNoir) ed entusiastici consensi di pubblico. Taxista di notte per diciassette anni, ora si dedica a tempo pieno alla sua attività autoriale, all’insegnamento in laboratori di scrittura creativa e allo studio approfondito della criminologia forense, che peraltro riversa a piene mani nella creazione di personaggi spesso afflitti da disturbi della personalità, che sfociano in devianze e crimini.

 

1) Gli chiediamo in apertura da dove nasca questo suo interesse monotematico per i disturbi mentali e i reati violenti che ne conseguono.

Monotematico… sai che mi ha fatto effetto leggerlo. Ma è naturale pensarlo.
Amo la natura umana (psichiatria, filosofia, arti in generale in quanto espressioni dell’uomo, antropologia, psicologia evolutiva…). Natura umana: studiarla e riprodurla con questa magia inesauribile che sono le parole. Se vuoi descrivere l’uomo non puoi basarti solo sulla sua ombra. Ogni essere umano è un sistema complesso.
E’ il primo paradigma della prima facoltà di comunicazione. Quella di Palo Alto. Dice che più il sistema è complesso, più esisteranno variabili da prendere in considerazione e che potranno stupirti.
Se lanci un sasso, tramite le regole della fisica saprai sempre cosa accadrà: calcolarne la traiettoria. Se il sasso lo lanci a un cane, ecco che il ventaglio delle variabili si estende. Se lanci un sasso a un poliziotto, si apre un mondo.
Che poi è ciò che accade nel Noir. Dove a stupire non è solo il meccanismo dell’omicidio, ma l’intera storia, riga dopo riga. L’intero sistema. Che non deve essere appunto solo narrato dal lato del buio. Ogni sistema di ombre include, per esistere, anche un corpo da cui è uscita l’ombra, e una luce che l’ha generata.
Il Noir deve esprimere e comunicare tutto il sistema.
Il sistema è la globalità umana che trasmette emozioni. Altrimenti è solo truculenza. La differenza tra uno Splatter e Delitto e Castigo.

 

 

2) Oscar Torri, il protagonista del tuo ultimo romanzo Dalla morte in poi. Delirio e follia a Bologna (Fratelli Frilli Editori, 2017), è umano e disumano allo stesso tempo e ci sgomenta perché, nel momento in cui scopre in sé il bisogno di uccidere, decide di assecondarlo ritrovando il suo istinto primitivo. Come sei riuscito a calarti in un personaggio che è un autentico psicopatico e ad affrontare una narrazione in prima persona?

Con tanta onestà. Trovando il coraggio di aprire i miei cassetti più scomodi. Che poi sono i cassetti che abbiamo tutti.
Se posso attribuirmi un piccolo pregio, ho la capacità di rovistare senza pietà dentro Carboni, e scoprire nella melma, qualche pietra preziosa. In Dalla Morte in Poi, la prima persona era fondamentale. In questo modo si attiva il processo di immedesimazione da parte del lettore. Dello sconvolgimento, non tanto dalle azioni efferate del protagonista, ma dallo scoprire che capita che la pensiamo come lui, su certe cose. Questo ci spaventa. Sentire che dentro di noi abitano entità che rifiutano il controllo, la decenza, le regole sociali, la misericordia. Entità senza briglie. Scoprire che non siamo il dottor Jeckil o mister Hide. Ma siamo il menisco che sta tra l’inconscio Mr. Hide e il Super Io, dottor Jeckil. La nostra coscienza è il povero esserino bistrattato, schiacciato tra ciò che vorremmo e ciò che ci hanno detto che non si deve. Spesso in realtà siamo solo dei pasticceri golosi con le mani nello zucchero tutto il giorno. Cui però hanno diagnosticato il diabete. E il peggio è che ci abbiamo creduto sulla parola.

 

 

3) Tu hai anche creato potenti personaggi femminili: Federica, la scrittrice afflitta da sindrome paranoide de L’ammiratore (Fratelli Frilli Editori, 2015), e, prima di lei, Viola di Nero bolognese (Dalila Sottani, 2011) e la seduttiva e folle Martha di Alle spalle del Nettuno (Cicogna, 2012). Trovi maggiore difficoltà nel rendere credibili le figure femminili e quali sono per te gli eventuali tranelli in cui un autore non deve cadere?

Quello che scrivi nella tua domanda contiene una risposta implicita giustissima. Se ci mettiamo in testa di creare un personaggio, allora abbiamo il problema che sia credibile o meno. Che sia reale o teatrale. Che sia maschio o femmina. Sano o disturbato.
Se invece ci concentriamo a descrivere un essere umano, e non un personaggio, allora rinunciamo a qualsiasi forma di teatralità per far fiorire la realtà. E la realtà a me piace molto di più. Ci sospende l’incredulità. Ci scaraventa nella storia senza passare dalla biglietteria e senza farci mettere a sedere. La storia diventiamo noi stessi. E’ come se ci attraversasse e contaminasse come raggi cosmici. La storia diventa esperienza.
E sai come capisci se hai letto un libro (buono o cattivo che fosse) rispetto ad aver maturato un’esperienza?
Quando hai solo letto un libro, a distanza di un mese non ti ricordi più come è andato a finire. Quando la storia è entrata a fare parte della tua esperienza di vita, anche dopo dieci anni ricordi perfettamente i punti, gli snodi e la fine. Così come ricordi la voce di tuo padre o l’odore della pelle del collo di tua madre. La storia è diventata parte di te.

 

 

4) Il noir è il colore narrativo cui tu appartieni con orgoglio. Tu stesso affermi che non si tratta di un genere, ma piuttosto di un “contenitore, perché a differenza del giallo non ha regole e vive di anarchia”. Uno specchio della realtà, insomma, spesso adottato dai tuoi colleghi per descrivere la degenerazione del tessuto sociale e il dilagare della criminalità. Le tue storie però sono soprattutto ‘individuali’ e trattano della degenerazione di un singolo, non di una società. Come mai?

Verissimo! Schneider diceva lo psicopatico è colui che soffre e fa soffrire la società. Per cui la patologia sociale nasce in questo caso dal confronto tra la società (apparentemente) equilibrata e un personaggio che ha una percezione alterata.
E’ questione della scelta del punto di vista. Io descrivo principalmente la mente degenerata, conseguentemente il rapporto è uno contro tutti. C’è anche un’altra cosa. Spesso il lettore non si era mai posto troppe domande, su alcune prese di coscienza. Come l’ombra (Junghiana) che dimora in tutti noi. Sono cose che ci abitano da sempre, eppure che abbiamo rimosso e che “esperienziamo” come fossero novità. Quindi non posso correre il rischio di far naufragare l’attenzione del lettore con troppe complicazioni. Se decido di descrivere una de-generazione, lo faccio con scrupolo e precisione. Ma un solo passettino alla volta. Devo essere certo che il lettore mi stia seguendo, che non si perda un particolare e che tutto sia semplice, intrigante e irresistibile.
Soprattutto nel rapporto del confrontarsi con quanto sta leggendo. Io non esprimo morale. E’ lui stesso a dover fare i conti con la propria coscienza, durante il dipanarsi della storia e dei crimini. E questo lo trovo un gioco intimo e irresistibile.

 

 

5) La musica irrompe spesso nei tuoi romanzi, jazz soprattutto. Penso in particolare a Destinazione notte. La fase Monk (Fratelli Frilli Editori, 2013) in cui la suggestiva figura del leggendario pianista Telonius Monk va annoverata di diritto tra i protagonisti, e a Dalla Morte in poi in cui dedichi a Miles Davis righe di assoluto lirismo. Qual è a tuo parere, se esiste, il rapporto tra arte e follia?

L’arte è follia. Come dice il professor Galimberti, la normalità è sterile. L’artista può solo essere folle. Almeno durante la creazione. Ma spesso anche durante le sue notti insonni. Eccessi, stravizi, eccentricità… caratterizzano la vita dei creativi.
Se sei fortunato, allora avrai anche la capacità di entrare e uscire a comando dal mondo della follia, e ritornare alla vita comune. Capita a molti artisti di riuscirci. Ad altri no. Van Gogh come esempio. Mi dicono che sono fortunato ad avere la capacità di creare questi mondi. E lo credo pure io, non baratterei la mia forma di felicità per nessun’altra al mondo. Però bisogna anche tenere conto che la creatività non si spegne a comando. Ti fa sognare ma può perseguitarti. Le parole guariscono, dicono. Dimenticano che le parole possono anche fare ammalare. Dipende quale percorso il nostro inconscio decide di fargli intraprendere. Io mi considero a metà strada. Grazie al cielo, almeno in qualcosa sono morigerato. Un portatore sano d’angoscia. Quasi sano, grazie al cielo.
Grazie per avermi seguito.
Un abbraccio.

Roberto Carboni

SCHEDA AUTORE

ROBERTO CARBONI è nato a Bologna e vive sulle colline di Sasso Marconi. Tassista per diciassette anni, attualmente autore e docente di scrittura creativa a tempo pieno.Nel 2015 è stato premiato con il Nettuno d’oro, il più autorevole riconoscimento a un artista bolognese.

A cura di Leonardo Di Lascia



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