Intervista a Roberto Chilosi




A tu per tu con l’autore

 

 

Salve Roberto e benvenuto in Thrillernord.

Innanzitutto ci tengo a dire che ho amato molto il tuo libro e, sinceramente, non me l’aspettavo. Io che come sport al massimo posso arrivare al suono di campanelli e relativa fuga (non a livello agonistico, ovviamente) sono stata completamente presa dai luoghi e dalle avventure da te descritte. È stato veramente come viverli in prima persona e questo è un grande dono, secondo me: riuscire a far immedesimare il lettore in ciò che scrivi. Far desiderare anche a una come me di visitarli a “modo tuo”. Tu cosa provi, le volte che ci ripensi o che rileggi i tuoi appunti? La stessa tensione e/o soddisfazione vissute, oppure guardi tutto dall’alto come in terza persona?

Le rivivo scrivendoli. Scrivo a getto cercando di pensare il meno possibile, più che scriverli li vivo. Parto da uno spunto qualsiasi,  una foto di solito (la fotografia va di pari passo alla scrittura tra le mie passioni). La maggior parte delle vicende narrate nel libro sono state scritte a caldo. Scrivere era ed è un modo per fare ordine nei miei pensieri.  Nel caso delle solitarie di più giorni il taccuino era anche il mio miglior amico, era la conversazione che avrei voluto avere con chiunque, benché un notes sia molto più discreto della maggior parte delle persone. Non penso mai se quello che scrivo possa piacere oppure no, scrivo principalmente per me stesso. E il mio stile rispetta il mio carattere, cerco di prendere sempre tutto alla leggera,  quantomeno di non prendermi mai troppo sul serio, nonostante mi impegni davvero tanto nelle cose che faccio. Quando li rileggo magari li correggo, ma lo stretto indispensabile per non passare da analfabeta, la struttura resta sempre quella del primo flash.  Non sono uno scrittore,  ignoro molte regole della categoria. Sono solo uno sportivo che cerca di condividere le proprie esperienze.  Non potrei e non saprei scrivere niente di diverso da cose che ho vissuto o visto.  Non riuscirei ad inventarmi una storia o un romanzo.

 

 

All’inizio del libro dici di essere soddisfatto della tua vita e di quello che hai fatto finora, ma che saresti pronto a partire anche domani se ci fosse l’occasione giusta. Ti va di parlarci un po’ di questo aspetto della tua personalità che io ho trovato molto interessante?

In generale sono soddisfatto, molto soddisfatto della vita che ho avuto e che ho. Adesso ho un lavoro fisso, anzi 2, sono molto più responsabile come persona nel senso che, anche economicamente, cerco di avere sempre un po’ di scorta. Ho una figlia da mantenere e finché non sarà indipendente lavorerò come sto facendo. Ho anche due genitori che, per quanto in buona salute,  iniziano ad essere anziani. Per loro e per mia figlia, devo mediare le cose che mi sentirei ancora di fare, con la realtà quotidiana.  La mia mente progetta discese, nuotate, corse, pedalate ovunque nel mondo,  praticamente a getto continuo. Sicuramente quando cambieranno le condizioni di cui sopra farò valutazioni diverse, se sarò ancora vivo. Mi adatto molto alle opportunità e incombenze del vivere quotidiano,  mi alleno sempre come se domattina dovessi partire per chissà quale viaggio, per la Bolivia in particolare dove vorrei attraversare a nuoto da solo il lago Titicaca,  ma quest’anno c’è il covid19 tra i piedi e probabilmente dovrò rimandare ancora. 

 

 

 


Di tutti i posti che hai visitato e vissuto, ce n’è uno in particolare in cui ti piacerebbe andare (o tornare) a vivere? E, se sì, quali sono le motivazioni principali?

Il mio luogo del cuore è la Patagonia cilena: il posto più bello che abbia mai visitato e dove vorrei passare la pensione,  se mai ci arriverò. È verde, fredda, pochissima gente e quella poca cordiale. Fiumi, foreste, fiordi, ghiacciai a livello del mare: è un continuo scombussolamento interiore,  nulla a che vedere con la pampa Argentina, più monotona,  almeno dal punto di vista del paesaggio. 

 

 

Il sangue freddo si può quasi dire che sia il tuo mestiere. Esiste qualcosa che anche Roberto Chilosi ha paura di affrontare nello sport o nella vita privata?

La paura c’è sempre, deve esserci. Se diventa panico meglio desistere, ma è la migliore assicurazione sulla tua vita.Se faccio certe cose in canoa o a nuoto è perché sono competente.  La competenza dà freddezza. Le volte che ho rischiato di morire ero sempre assieme ad altri, mai successo nelle solitarie. Quando scendi con altri, e sai che puoi avere assistenza, il livello di attenzione cala ed è il momento in cui rischi di più.  Nelle solitarie sei obbligato al massimo della concentrazione ed umiltà,  sei, sono, molto più razionale e lucido nelle scelte o di una traiettoria in canoa oppure una rotta in mare. Mi ascolto molto di più. Oramai ho imparato a capire quali sono i segnali che i miei sensi mi inviano per farmi desistere o affrontare una discesa o una nuotata invernale. Sicuramente l’età, di conseguenza l’esperienza,  aiutano molto. Da bambino ero un fifone tremendo  tranne che quando ero in acqua. Nell’acqua mi sento protetto, coccolato.

 

 

 

Domanda di rito che pongo spesso e che mi incuriosisce sempre tantissimo, stavolta da lettore a lettore. Quali sono i tuoi autori preferiti, quelli che senti importanti per la tua formazione non solo di grande sportivo ma anche di uomo?

Da piccolo in casa mia c’era una profusione di libri, giornali, riviste. Il miei primi autori sono stati Bruno Vailati, Folco Quilici e Walter Bonatti.  Poi, più grandicello, Calvino,  Hesse, Freud e Dumas, Il conte di Montecristo in particolare, ma anche Robinson Crusoe. Hanno avuto una grandissima influenza Cuore di tenebra di Conrad, Q dei Luther Blisset e alcuni libri di montagna e mare, in particolare quelli di Kurt Diemberger,  Messner,  Kammerlander per i monti e Ambrogio Fogar per le acque salate.

Roberto Chilosi


A cura di Sara Pisaneschi


 

 

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