Intervista a ROBERTO RICCARDI




A tu per tu con l’autore

 

 

1) Come mai ha sentito l’esigenza di raccontare ai lettori gli anni ’70? Gli anni di piombo, il terrorismo, la lotta armata?

È un argomento che ho a cuore da quando, ragazzino, ho appreso la notizia della strage di via Fani e del sequestro di Aldo Moro. È stato quello l’episodio che mi ha aperto gli occhi sul mondo e su quanto accadeva, in un tempo nel quale mi stavo formando. Mi è rimasto da allora un forte interesse per gli anni di piombo, che ho trasferito nel mio testo.

 

 

2)  Ho notato che nel suo romanzo il bene e il male sono divisi da un filo sottilissimo. Come mai ha voluto mandare questo messaggio?

Perché ritengo sia un dato molto vicino alla realtà. Il bene e il male convivono in ciascuno di noi e spesso, a fare la differenza, sono circostanze più o meno casuali. L’ho imparato dalla mia esperienza professionale, quale ufficiale dei carabinieri, confrontandomi per lavoro con vari fenomeni criminali, dalle mafie al narcotraffico, dall’eversione ai delitti predatori.

 

 

3) Il suo protagonista, Leone Ascoli, è un colonnello dei carabinieri, come lei d’altronde. Nel suo mestiere e nella sua quotidianità, quanto Roberto Riccardi si sente affine al suo personaggio principale?

Tutti i personaggi letterari nascono dalla fantasia del loro autore, parlano con la sua voce e pensano con la sua testa. Il processo di immedesimazione è connaturato alla letteratura. Nel caso del colonnello Ascoli, le analogie con l’autore sono più marcate. Ho cercato di renderlo diverso da me: per generazione, per l’origine ebraica che non ho e per vari altri dettagli. Una cosa che di certo ci accomuna è il rifiuto per la violenza, per i metodi spicci nell’attività professionale.

 

 

4) Legandomi alla prima domanda, la ricostruzione storica è il fiore all’occhiello del suo romanzo. Mi chiedevo se l’introduzione di una vicenda personale, l’ex partigiano a cui Ascoli deve la vita, sia legata ad una scelta stilistica o sia importante come background personale del suo protagonista. Serve alla storia o serve a caratterizzare il personaggio?

Ho voluto dare a Leone Ascoli uno spessore e una caratterizzazione, i personaggi dell’ex partigiano e dell’ex ufficiale SS sono serviti ad arricchire la trama. Ma devo aggiungere che il tema della Shoah mi è molto caro, il mio primo libro in assoluto è stata la biografia di un sopravvissuto ad Auschwitz, l’ebreo romano Alberto Sed, con il quale si è creato nel tempo uno stretto rapporto.

 

 

5) Nella sua carriera da scrittore, lei è stato molto proficuo, ma anche nella sua carriera nell’Arma può vantare un curriculum di tutto rispetto. Come riesce a coniugare questa “doppia vita”?

Dormo poco, da sempre, e questo è il dato più importante, perché scrivo di notte o all’alba, comunque prima delle otto. In più ho per la scrittura una passione autentica, che mi spinge a trovare il tempo in ogni ritaglio possibile. Ciò che tutti facciamo nella vita è sempre funzione delle priorità che ci diamo.

 

 

6) Se non fosse entrato nell’Arma, sarebbe divetato lo stesso uno scrittore? E’ il suo lavoro a fornirgli l’ispirazione per le sue storie?

L’amore per la carta è nato ben prima del mio ingresso nei Carabinieri. Al liceo scrivevo già favole, racconti, poesie. Poi mi sono avviato alla mia professione e ho messo da parte questa passione. Evidentemente lei non è stata d’accordo, e molti anni dopo… è riaffiorata. Traggo ispirazione dal mio lavoro, dalla mia vita, dalle persone che incontro. Quando scrivo noir mi muovo in un territorio che conosco e questo è di aiuto. Il rischio da evitare è che diventi un limite: conoscere la realtà del mondo delle indagini non deve porre barriere all’invenzione letteraria.

 

 

7) Le piacerebbe vedere il suo romanzo trasformato in una serie tv o magari in un film?

Certamente sì, credo sia emozionante vedere personaggi nati nella tua mente prendere vita, carne, voce. Oggi pochissimi romanzi approdano allo schermo, se ciò avverrà nel mio caso ne sarò molto felice.

 

 

8) Parlando dei suoi gusti letterari invece, ci sono delle letture o degli autori che hanno influenzato il suo stile o la sua scrittura?

Amo diversi autori, l’elenco sarebbe lungo. Restando in Italia mi vengono in mente Sciascia e Fenoglio, poi ci sarebbero Conrad, Philip Roth, Yehoshua e tanti altri. La base per poter scrivere è leggere molto, il risultato è avere un’ampia teoria di modelli e riferimenti. Ai quali si attinge però, a mio parere, in modo globale e inconsapevole.

 

 

9) Ultima domanda di rito per Thrillernord: conosce il thriller nordico? O predilige un altro genere?

Da lettore non ho preclusioni o preferenze particolari. Leggo i thriller nordici come quelli di altra origine. Come leggo romanzi di ogni genere, oppure saggi, o qualunque altro testo che non sia la lista della spesa.

Roberto Riccardi

A cura di Leonardo Di Lascia

 

 

Di Roberto Riccardi su thrillernord:

Il LIBRO – Roma, 1974. I terroristi delle Sap hanno rapito il professor Marcelli, astro nascente della politica nazionale. Le indagini che il colonnello dell’Arma Leone Ascoli avvia insieme al giudice Tramontano si presentano subito complesse. L’unico appiglio è la presenza di una testimone. Come se non bastasse, alla porta dell’ufficiale bussa «Bepi», un ex partigiano che gli ha salvato la vita ad Auschwitz: l’uomo gli comunica che l’aguzzino del campo si trova in città sotto falso nome e gli chiede di consegnarglielo…