Intervista a Sandrine Destombes




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Sandrine, dopo l’enorme e meritato successo di pubblico e critica de “I gemelli di Piolenc”, arriva in Italia “Nel monastero di Crest” che,  uscito da pochissimo, sta già ottenendo altrettanto riscontro del precedente. Con due romanzi hai conquistato il mercato italiano e ti sei garantita un gran numero, peraltro in crescita costante,  di lettori che ti seguono, ti aspettano e sperano che vengano presto tradotti anche i tuoi precedenti scritti. Ci racconti un po’ di te, di come sei arrivata alla scrittura e di cosa ti aspetti dalla scrittura?

Devo dirti che non sapevo che “I gemelli di Piolenc” avesse conosciuto un tale successo in Italia. Non conosco il mio editore italiano quindi non ho avuto queste informazioni. Pertanto la tua introduzione mi fa davvero molto piacere! Scrivo da 7 anni e non avevo mai pensato che sarei stata capace di scrivere,  un giorno. A scuola, e poi nel mio lavoro – produzione di eventi – , io sono sempre stata più a mio agio con la logica matematica che con la letteratura. È sicuramente per questo che scrivo thriller. Per me, è un genere che necessita della logica. Un thriller è un po’ come un puzzle. Ho iniziato a scrivere libri quasi per caso. Ho dovuto mettere il mio lavoro in pausa per occuparmi di mia mamma, malata. Però, non sono capace di stare senza far  lavorare la mia testa. Ho sempre bisogno di pensare, occupare la mia mente. Allora ho provato a scrivere un capitolo. Lo ho fatto leggere alla mia famiglia che mi ha incoraggiata e quindi ho continuato. Quattro mesi dopo, avevo scritto il mio primo libro. È stato pubblicato un anno dopo e da quel momento, non ho più smesso di scrivere (e di lavorare 😉 ).

 

 

 

Jean – Cristophe Grangé, Franck Thilliez, Guillaume Musso, Michel Bussi …Sandrine Destombes … grandissimi autori di thriller. Non può non saltare agli occhi che, in questa pur limitata selezione, il tuo sia l’unico nome femminile di grande risonanza anche all’estero (Sandrine Defradat non è ancora stata tradotta in Italia ad esempio). A cosa attribuisci questo gap?

In Francia, abbiamo molte autrici di thriller. Non posso dire che la proporzione sia di 50/50 ma sono parecchie. E la loro scrittura è proprio nera. Perché queste donne non sono tradotte, non lo so. È un peccato in quanto molte hanno  un gran talento.

 

 

 

Quale pensi possa essere il motivo per il quale le autrici francesi, notevoli e raffinate penne (la stessa Fred Vargas, pur costeggiando il genere ne fa tutt’altro), non si accostino così facilmente al thriller? E cosa al contrario attira te verso questo tipo di storie?

Non posso parlare  per gli altri ma il giallo (mi sembra che si dica così in italiano) mi è sempre piaciuto. Forse lo vedo come una catarsi. Non so spiegarlo. Poi, nel giallo, puoi trattare di tante cose importanti: di problemi sociali, di psicologia, di paure ancestrali … E poi, c’è una logica da mantenere, come ti dicevo.

 

 

 

 

“Nel monastero di Crest”, così come “I gemelli di Piolenc” mette in luce la peculiarità stilistica della tua scrittura, davvero una cifra unica che si compone di precisione chirurgica nella scelta dei termini, intonazione confidenziale delle frasi, un sotteso di tempeste profonde che lasci intuire da increspature in superficie. Tieni la penna come un crooner il microfono e rendi così la suspense e la portata delle tue storie ancora più deflagrante per contrasto.  Quanto lavori sul testo e da cosa trai ispirazione per le tue storie?

Non lavoro così tanto sul testo. Tre mesi al massimo. Però, prima di arrivare alla scrittura, devo accettare di non fare niente per sei mesi o più. Durante questo tempo, provo a non pensare alla futura storia. Osservo il mondo che mi sta intorno, seguo le informazioni alla televisione, leggo la stampa. E a un certo momento, considero di essere pronta e mi siedo davanti al mio computer per scrivere. Faccio il vuoto nella mente e inizio la stesura. Mi sembra sempre un piccolo miracolo perché l’ispirazione arriva in un momento preciso. Ho bisogno di trovare un primo capitolo. Dopo questo, mi lascio trasportare. Non conosco mai la mia storia in anticipo. Scrivo, invento, capitolo dopo capitolo.

 

 

 

Non passa inosservata la tua attenzione all’infanzia e preadolescenza delle vittime ma anche dei loro carnefici, nonché di tutti i personaggi principali. Come se cristallizzassi in quella fase della vita la maggior fragilità e rischio per l’equilibrio di una persona. Come se quello che accade, nel bene e nel male, in quel momento della vita sia a rilascio prolungato e in quache modo incida sul futuro emotivo delle persone. Assolutamente non racconti di supereroi ed effetti speciali, ma di affetti speciali e di empatie, anche distorte, anche malate. C’è un messaggio in questo?

Non ho mai considerato che esista solo il male o il bene. Il bianco o il nero. La vita è molto più complessa. La gente è molto più complessa. Ogni anno, vado in penitenziario a fare delle letture. Incontro sempre delle persone molto interessanti che mi parlano della loro vita. Certo, qualche persona può essere negativa da sempre ma ci sono anche quelle che sono cambiate a causa di un incidente di percorso nella vita, un brutto incontro, una cattiva influenza. Oggi io sono una persona equilibrata (più o meno…) ma non posso dire che sarà sempre così. Potrei vedere quest’equilibrio crollare e perdere la testa. Non si sa mai. I miei protagonisti sono così. Più o meno equilibrati ma che possono crollare in qualsiasi momento. E ciò che ti accade durante l’infanzia o l’adolescenza sarà la base della tua esistenza.

 

 

 

Hai preso in considerazione o stai valutando un’ipotesi di serialità per i tuoi personaggi? Il commissario Fabregas  (“I gemelli di Piolenc”) e il tenente Benoit (“Nel monstero di Crest”) hanno subito generato empatia nei lettori … potremmo ritrovarli in futuro?

Fabregas, non penso. Perceval Benoit, forse. Però, mi è piaciuto questo personaggio così puro. Mi dispiacerebbe farlo crescere con tutte le mie storie nere… I miei tre primi libri avevano lo stesso personaggio protagonista, un’eroina. Ma quando racconti sempre lo stesso personaggio, non è più il tuo. Finisce per appartenere al lettore e mi sento espropriata come autrice. È una strana sensazione. Nel mio ultimo libro (uscito il mese scorso in Francia), ho creato un personaggio proprio diverso da Fabregas o Benoit. Ma non so ancora per il prossimo romanzo. Forse un vecchio protagonista tornerà… Vedremo…

 

Grazie Sabrina per quest’intervista. Sono molto toccata dal tuo interesse e dalle tue parole. Spero che il mio italiano sia abbastanza comprensibile. Non lo parlo molto e soprattutto non lo scrivo mai…

Sandrine Destombes


A cura di Sabrina De Bastiani


 

 

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