Intervista a Sandrone Dazieri




A tu per tu con l’autore

 

 

Del Gorilla” riporta ai lettori uno dei personaggi “cult” del noir italiano. Cambiato, cresciuto, invecchiato di un decennio, con la ferita rimastagli da quando qualcuno gli ha sparato in testa. Sempre ostaggio di quel disturbo dissociativo dell’identità di cui soffre fin da bambino: lui e il Socio, che in questo libro edito da Rizzoli a volte sembrano combattere nello stato di veglia, e non distaccarsi nel sonno come eravamo abituati a incontrarli nei romanzi precedenti. Quasi che, nel ritornare in una Milano post-Expo dove sono i soldi più che la cocaina, il nuovo “business”, per fare luce sulla morte di un amico che sembra essersi suicidato – o che forse è rimasto vittima di un incidente – dopo un incendio doloso nel quale lo si crede coinvolto, faccia ritrovare anche un Gorilla pronto a dibattere con il suo Socio. E magari anche a tenerlo a freno, qualche volta. Non sempre, però.

 

 

Sandrone Dazieri, ma perché ci ha fatto aspettare dieci anni per rivedere il Gorilla?

Il Gorilla è un po’ il mio alter ego che uso per raccontare qualcosa che mi interessa. Con lui ho raccontato il mutamento italiano, ora parlo della nuova Milano. È una persona che ne ha vissute di tutti i colori, è un po’ più cinico, un cinquantenne che in trent’anni ha visto morti, al quale hanno sparato in testa…

 

 

A volte sembra anche aver perso, o almeno cambiato, la sua ironia…

Resta ironico, ma lo è più dentro di sé. A volte utilizzo l’ironia come forma di distacco, ma in questo caso mi interessava mostrarlo cambiato, quasi più serio.

 

 

 

In questi anni di assenza del Gorilla ci ha fatto conoscere altri personaggi, e in particolar modo molto bene Colomba Caselli e Dante Torre nella trilogia “Uccidi il padre”, “L’angelo” e “Il re di denari”. Come l’essersi dedicato a loro ha cambiato o ha influito ora il suo approccio al Gorilla, se l’ha fatto?

I libri della trilogia sono thriller,nel Gorilla il respiro è più da hard boiled. In qualche modo il thriller lo preferisco per la costruzione più complicata. Il Gorilla è il mio punto di vista, è più adatto a rappresentare il presente che mi circonda. Il Gorilla mi serve per raccontare un territorio.

 

 

 

Dal Gorilla è nato anche un film: che rapporto ha avuto e ha con questa trasposizione cinematografica?

È stata la mia prima sceneggiatura, con anche alcuni errori, era un po’ ibrido, ma quello era anche un periodo in cui si poteva tentare, ora è tutto più tosto. Al cinema, in un film, la storia si comprime. Ma ha avuto attori bravissimi: lo rifarei domani, forse rendendolo più noir e meno commedia. E magari facendo anche il regista.

Sandrone Dazieri

 


A cura di Sara Magnoli


 

 

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