Intervista a T. M. Logan




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Buongiorno Mr Logan! Nel suo sito, Lei afferma: Scrivo il genere di libri che mi piace leggere: thriller psicologici pieni di tensione in cui cose brutte accadono a persone normali. E nel suo ultimo 29 secondi, la protagonista Sarah è letteralmente bersagliata dalle “cose brutte”. Da dove nasce questa visione della realtà?

Buongiorno! Credo che nasca soprattutto dalle mie letture, dagli autori che mi piacciono, come Harlan Coben, che ha sempre scritto storie di persone normali. Questo è quello che mi interessa e mi attrae maggiormente. C’è un libro fantastico, Un piano semplice, di Scott Smith, da cui è stato tratto anche un film, che ho letto tantissimo tempo fa, che raccontava di tre uomini normali che trovavano una borsa piena di soldi in una foresta. E quella è stata la volta in cui, mi ricordo, avrò avuto 20-24 anni, in cui dissi: mi piacerebbe da morire scrivere un libro bello come questo. Non riuscivo a metterlo giù prima di finirlo, mi identificavo con i personaggi perché non erano poliziotti, terroristi, o assassini, erano persone normali come me. Succedevano però cose terribili, sempre più pesanti, estreme, e suppongo che questo sia sempre stato uno dei miei interessi: identificarmi con i personaggi e vedere cosa sarebbe capitato loro in situazioni tremende e come avrebbero reagito.

 

 

La sua prima immersione nella scrittura è avvenuta attraverso il giornalismo. Nottingham Post, Daily Mail, a livelli nazionali, e poi addetto stampa per l’Università di Nottingham, per poi approdare al romanzo. Com’è avvenuto questo passaggio attraversando tre tipi di scrittura e narrazione?

In realtà, se c’è stato cambiamento è nel tipo di pubblico per cui scrivo… anche se per me, che ho sempre amato scrivere, fin da ragazzo a scuola, penso che si sia trattato soprattutto di trovare la mia strada, il mio lavoro ideale. Come giornalista dovevo scrivere tutti i giorni, come addetto stampa per la maggior parte del mio tempo, e ora, da dove sono in questo momento, mi sembra di aver seguito un percorso per diventare quello che davvero volevo, essere un romanziere. Ci sono cose in comune, tra il giornalismo e la scrittura di romanzi, secondo me, ed è che bisogna sempre pensare al lettore. Il lettore viene per primo. Non sei tu, non si tratta di te, ma del lettore e della sua esperienza quando ti legge.

 

 

 

Il suo romanzo, 29 secondi, è un thriller psicologico in cui la protagonista Sarah sembra precipitare da una situazione di mobbing molto pesante, a qualcosa di peggio, passando attraverso diversi punti di rottura. Finché non arriva un’offerta molto, molto allettante cui diventa praticamente impossibile resistere. Poiché sullo sfondo scorgiamo l’ombra di Christopher Marlowe, il controverso drammaturgo pre-elisabettiano, possiamo azzardare che 29 secondi sia la sua personale versione del famosissimo patto con il diavolo?

Sì, penso che lo sia. Il fulcro della storia è sempre stato questo, in effetti: questa offerta, questo patto, questa domanda. Un giorno, stavo parlando con una mia amica, una professoressa universitaria. Le avevo raccontato la trama in generale, e lei, dopo aver ascoltato mi disse: ‘Sarah dovrebbe studiare qualcosa che sia pertinente all’intera storia. Potrebbe essere una studiosa di Edmund Spenser, oppure Christopher Marlowe… ecco, perché non trasformarla in una specialista di Marlowe?’ ‘Marlowe?’ Le ho detto. ‘Lo scrittore del Faust, giusto?’ Perciò mi sono documentato, sono andato a vederlo a teatro e lì si è verificato lo scatto, il “click”: era così ovvio che Marlowe e il suo patto dovevano diventare quello su cui Sarah si era specializzata, perché era proprio la situazione in cui ad un certo punto lei stessa si ritrova… ! In effetti mi piace molto il parallelo tra quello che questa donna studia e l’evoluzione in cui si trova a vivere. Del resto, la storia del Faust è molto nota, è una storia universale che si può applicare ad un’intera gamma di situazioni, piccole e grandi, ed è davvero qualcosa di potente, che mi ha affascinato. Grazie, Charlotte (la mia amica professoressa) di avermi dato l’idea!

 

 

 

Ha mai pensato di accettare uno dei patti di Mefistofele, il diavolo de Il Faust, se si presentasse alla sua porta proponendoglieli?

Naturalmente, tutti direbbero no, no, assolutamente no. Però, sai, se Mefistofele mi chiamasse mentre sono dell’umore giusto, o di quello sbagliato… chi lo sa? E tutti pensano, quando fanno il patto, di poterlo poi rompere, perché possono battere il diavolo e vincerlo. Naturalmente, non ce la fanno. Mi piacerebbe poter dire di no, per tornare alla domanda sull’accettare un patto con Mefistofele, ma penso che arrivi un momento, nella vita, in cui potrei dire di sì. Ed è la questione al centro del libro, su cui scorre tutta la storia: quello che potrebbero fare, in una situazione del genere, persone reali. Ed è questo quello che mi interessa maggiormente. Trovarsi confrontati a fare qualcosa che sanno essere sbagliato, ma lo fanno lo stesso. Ed è quello che mi affascina in 29 secondi e nell’altro libro che sto scrivendo.

T. M. Logan


A cura di Loredana Gasparri


 

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