Intervista a TERSITE ROSSI






A tu per tu con l’autore

 

 

1) Subito una serie di domande per appagare la curiosità dei nostri lettori di Thrillernord: chi è “pazzo Rossi” cha ha aperto la strada – e perché la scelta di pubblicare con il nome di Tersite Rossi (Tersite = antieroe omerico – Rossi = il cognome per antonomasia dell’italiano medio). Come Vi siete conosciuti e la scintilla che Vi ha dato l’idea di scrivere romanzi a quattro mani.

Ci siamo conosciuti undici anni fa perché uno di noi stava cercando un giornalista per curare un progetto destinato ai giovani del suo comune e l’altro, guarda caso, aveva appena pubblicato un saggio sul giornalismo d’inchiesta. Da quella collaborazione professionale, proseguita in un paio di redazioni d’assalto, il tuffo alla narrativa è stato improvviso: galeotti furono il sogno adolescenziale di uno dei due, un viaggio per andare ad ascoltare Vattimo e una scura irlandese in un pub deserto per digerire tutto. Fu allora che comprendemmo che solo in due si poteva osare il difficile salto nel periglioso mare della narrativa. A quell’epoca, farlo da soli ci avrebbe costretto a desistere quasi subito. Dovendo, quindi, decidere quale nome attribuire all’autore bicefalo, abbiamo subito convenuto che uno pseudonimo fosse ideale; e siccome ci sentivamo naturalmente rivolti verso tutti coloro che amano andare controcorrente, chi meglio del brutto e zoppo Tersite? A cui aggiungere un cognome in grado di renderlo uno di noi, uno dei tanti, un Rossi appunto. Quanto a “pazzo Rossi” (l’omonimia con Tersite è casuale), è stato davvero colui che ha aperto la strada del nostro ultimo romanzo, “I Signori della Cenere”, perché ci ha consentito di squarciare il primo velo d’ignoranza sul funzionamento del vero potere. Si tratta di un uomo che non finisce mai di stupirci, perché è eccessivo in tutto. Possiede il talento giornalistico più puro e cristallino che abbiamo mai incontrato, e per questo godrà sempre della nostra massima stima. Il nome Paolo (Rossi) Barnard vi dice qualcosa?

2) Charles Bukowski, Aldous Huxley e Guerre Stellari: vostre comuni passioni, quale e di chi? Ma soprattutto: la citazione di Huxley e Dart, ad inizio romanzo, sono semplici citazioni che si sposavano alla perfezione con il romanzo da Voi scritto, oppure passioni reali?, che qui hanno trovato perfetta collocazione. E perché Lorenzo, il protagonista, proprio Bukowsky voleva incontrare negli States? Per la comunanza delle dipendenze pericolose nella vita di entrambi, oppure…?

I due membri del collettivo Tersite Rossi sono complementari non solo in fatto di capigliatura, ma anche di gusti letterari. C’è un’anima più pop e più romantica, e un’altra più snob e più dura. Ecco il perché delle due citazioni così diverse in testa a “I Signori della Cenere”. Huxley ci permette di omaggiare la Storia in quanto maestra di vita, purtroppo inascoltata, cui Tersite Rossi deve non solo innumerevoli insegnamenti ma anche lo scenario di tutte le sue storie (quelle con la minuscola). Guerre Stellari ci permette di marcare subito, in modo netto, la differenza tra Bene e Male, un nostro marchio di fabbrica. E veniamo a Bukowski. Si tratta di un omaggio a colui che almeno uno di noi due considera fra i maggiori e più originali narratori del Novecento, sia in fatto di contenuti che di forma. Lorenzo Rettura, il nostro personaggio, rivede in Bukowski, oltre che questo, anche la propria incapacità di conformarsi al mondo che lo circonda, prova la stessa rabbia e la stessa incomprensione verso le relazioni sociali cosiddette “normali”. E condivide con Bukowski le stesse modalità di affrontare questo disagio: alcol e donne, cui Lorenzo, senza farsi mancare nulla, aggiunge pure droga e violenza.

3) Non siete nuovi a questo tipo di narrativa, dato che nei precedenti due vostri lavori avete parlato di trattativa Stato-Mafia e di mali della Capitale. Perché proprio la narrativa di inchiesta? Perché non limitarsi ad un genere, che potrebbe essere il giallo piuttosto che il thriller o la fantascienza? Deformazione professionale di un giornalista e di un insegnante di filosofia e storia?

Al di là della indubbia deformazione, c’è il bisogno, quasi viscerale, di raccontare qualcosa che percepiamo nascondersi dietro quella facciata finta e opaca che la vulgata tende a definire “verità”, mentre tale non è. La narrativa, al riguardo, riesce a colmare un vuoto sia del giornalismo che della scuola, perché non deve rispondere a nessuno, ma può usare un mezzo potentissimo come la fiction per condurre il lettore in un viaggio de-strutturante dal quale non usciranno risposte, ma stimoli, indizi, perplessità. La narrativa d’inchiesta si propone di accompagnare il lettore in un processo di formazione alla critica e al pensiero. Il tutto condito dagli ingredienti accattivanti che la narrativa per sua natura possiede. Nei nostri romanzi non abbiamo ceduto al potere del genere, ma volutamente ci siamo presi gioco delle categorie. Perché, in fondo, siamo così: tignosi e insofferenti alle etichette. Per questo non faremo carriera nel mondo dominato dagli editori che ti chiedono romanzi “femminili” e “maschili”, o che hanno bisogno del genere per fidelizzare i lettori e vendere copie.<br< <br=””>

4) Come nasce il vostro romanzo, che voi stessi definite “narrativa d’inchiesta”? Avete prima in mente l’argomento sul quale approfondite lo studio e sul quale poi costruite la storia fittizia, in questo caso di fanta-politica? Oppure è vero l’inverso? Scheletro della storia, sulla quale poi innestate la documentazione, chiamiamola così.

Partiamo sempre dall’argomento su cui fare inchiesta, anche se poi è difficile separare chirurgicamente dall’argomento l’affiorare dei personaggi e delle trame, che è un processo quasi contemporaneo. Nel caso del primo romanzo erano le bombe d’inizio anni Novanta e i rapporti ambigui tra Stato e Mafia. Nel caso del secondo, la potenziale deriva autoritaria e tecnocratica del nostro modello politico futuro. Stavolta si è trattato della cosiddetta crisi economica. Quando pensammo al soggetto de “I Signori della Cenere”, la crisi era scoppiata da parecchi anni e noi, come la stragrande maggioranza delle persone, non capivamo bene né come né dove aveva avuto le sue origini, soprattutto quelle profonde. Abbiamo preso in mano decine di testi, li abbiamo studiati (con la principale difficoltà di fare la cernita nel mare d’informazioni disponibili), e ci siamo imbattuti in una realtà che poteva perfettamente inserirsi in un romanzo, carica com’era di raggiri, colpi di scena, crimini e tanta, tanta tensione.

5) Non possiamo chiaramente parlare in modo esplicito della conclusione della storia, per non rubare la suspense ai lettori. Ma che tipo di epilogo normalmente pensate per i vostri romanzi? Un epilogo autoconclusivo, oppure che possa innestarsi un qualche modo ad un romanzo che potrebbe svilupparsi nel futuro, se i protagonisti sono figure forti abbastanza?

Tutti gli epiloghi dei nostri tre romanzi riportano il lettore all’origine. Rubando il mestiere a Hegel, potremmo dire che sono “sintetici”, poiché svolgono un ritorno alla “tesi” iniziale ma con un grado di consapevolezza maggiore. E la consapevolezza è quella del lettore, che dalle prime pagine è necessariamente divenuto altro ed è pronto a rileggere l’inizio con occhi profondamente diversi. Ci piace pensare che così, dialettica, sia anche la nostra vita. Che essa si concluda o possa originare un nuovo processo dipende dalla forza del protagonista e dalla sua capacità di stupirsi e di raccontare ancora qualcosa.

6) Qualcuno ha definito i vostri primi libri una trilogia: è possibile che siano legati da un filo conduttore comune, nonostante la diversità che a noi è parso di cogliere, almeno in quest’ultimo romanzo?

La definizione completa è “trilogia dell’antieroe”. Un’espressione che abbiamo adottato non solo perché molto suggestiva, ma soprattutto perché, in effetti, il filo rosso che lega romanzi molto diversi fra loro per forma e contenuti c’è, ed è appunto l’antieroe. Nel primo romanzo prendeva le sembianze di un giornalista che arrivava sempre primo a capire i marciumi d’Italia, ma non riusciva mai a portarli a galla, e di un gruppo di giovani che, dopo aver scosso l’apatia del piccolo paese di provincia dove vivevano, pagavano duramente, con la loro stessa vita, il loro anticonformismo. Nel secondo romanzo, l’antieroe assumeva le sembianze di un movimento politico, che provava a opporsi alla gelida e schiacciante tecnocrazia autoritaria dell’Italia del prossimo futuro e finiva orrendamente debellato dai gerarchi del potere. In questo terzo romanzo, i nostri tre personaggi, il banchiere, il ragioniere e l’antropologa, sono tutti quanti antieroi a loro modo: il primo rinnegando gli stessi metodi che l’hanno arricchito e lanciando da dentro la sfida al sistema finanziario malato di brama e avidità; il secondo, trasformandosi da grigia e anonima pedina del sistema che lo ha rigettato, in granello che arriva a un passo dal bloccare l’ingranaggio; la terza, passando da un’esistenza senza sbocchi e senza obiettivi da eterna studentessa, precaria della vita, a sacerdotessa di un nuovo ordine mondiale fondato su pace e uguaglianza. In quanto antieroi, la sorpresa per il lettore non sarà scoprire se falliranno o meno, ma con quale metodo lo faranno. Nulla di ordinario, ovviamente!

7) Quale tipologia di scrittori vi augurate / pensate di raggiungere? Gli amanti della fantascienza o di gialli, che poi si ritrovano fra le mani anche la narrativa di inchiesta? Oppure avete già i Vs lettori affezionati, essendo questa la Vs terza pubblicazione – e di lì poi il passa-parola? E come mai la pubblicazione con la Pendragon per il 1° ed il 3° romanzo, mentre per il 2° avete pubblicato per la Edizioni E/O, proprio per la Sabotage di Massimo Carlotto?

Rimanere assenti dalle librerie per quattro anni (un tempo infinito per i ritmi frenetici del mercato editoriale attuale) e ritrovare, al nostro ritorno, grande entusiasmo da parte dei nostri precedenti lettori, non solo ci ha gratificato, ma ci ha fatto capire che il lettore che ama la narrativa d’inchiesta è capace di aspettare, perché sa che un romanzo di questo tipo non si improvvisa in pochi mesi, ma necessita di un lungo lavoro di ricerca e di costruzione. E questi cari lettori, in attesa che Tersite compia il suo lavoro, di certo non rimangono con le mani in mano, ma si cibano di tutto quello che possa placare la loro legittima fame di lettura. Con “I Signori della Cenere” siamo tornati a Pendragon perché dopo la decisione dell’editore E/O di trasformare la collezione Sabot-Age in una collana di genere (quindi poco adatta alla nostra natura anarchica e multigenere), è stato naturale costruire qualcosa insieme all’editore che ci ha scoperti e che nel 2010 ha avuto l’indubbio coraggio di lanciare un autore esordiente che come prima opera proponeva un romanzo di quasi cinquecento pagine sulla misconosciuta (allora) trattativa Stato-mafia.

8) Cosa vuol dire scrivere a quattro mani? Come si sviluppa una storia, dovendo scrivere in coppia? C’è una suddivisione dei compiti studiata a tavolino?

Scrivere in coppia significa innanzitutto fare selezione: gli scrittori hanno in testa tante idee per i loro soggetti, ma quasi nessuna è buona: essere in due, laddove ciascuno scarta le idee dell’altro se non lo folgorano, permette di velocizzare l’individuazione di quella buona, e di avere validi motivi di credere, se piace a entrambi, che lo sia davvero. Inoltre, la dimensione collettiva della scrittura permette di superare il cosiddetto “narcisismo autoriale”. Ogni autore è affezionato visceralmente ai suoi personaggi e alle loro storie, diciamo pure a ogni riga, se non a ogni parola che scrive, ed è per questo che il momento dell’editing è sempre visto con terrore. Noi esorcizziamo questo momento facendoci l’editing reciprocamente, a vicenda. Dopo aver trovato la storia, infatti, e aver confezionato la scaletta del romanzo, ci suddividiamo rigidamente i compiti, e ciascuno sa quali sono i capitoli che deve scrivere. Dopo aver scritto ciascun capitolo, lo invia all’altro, che lo edita. Questo ci permette di ottenere due risultati: da un lato, l’esito appartiene non all’uno o all’altro, ma a Tersite Rossi (e sfidiamo i nostri lettori a capire chi ha scritto cosa nei nostri romanzi!); dall’altro, arriviamo dall’editor, il nostro spauracchio, con testi già così avanzati che nel caso di tutti e tre i romanzi l’intervento esterno è stato minimale. Per noi, una vera gioia.

9) Nei Ringraziamenti avete citato tra gli altri Piergiorgio Pulixi, apprezzato autore dagli amici di Thrillernord e non solo, visto i molti riconoscimenti oramai ricevuti. Vi ha dato qualche consiglio sulla parte gialla del Vs romanzo?

Piergiorgio Pulixi, oltre che essere uno dei migliori scrittori noir in Italia, è un caro amico fin dai tempi della comune militanza in Sabot-Age. Lui ha visto letteralmente nascere il primo soggetto de “I Signori della Cenere” e lo ha voluto discutere insieme a noi, offrendoci un paio di preziosi suggerimenti su come rendere più intrigante la vicenda tra la nostra protagonista femminile, Petra Venturini, e la sua amica Sonia, scomparsa nel nulla. Piergiorgio conosce benissimo gli strumenti della suspense e averne beneficiato ci onora grandemente.

10) Domanda di rito, per i nostri lettori di Thrillernord: anche se ci rendiamo conto che definire i Vs romanzi dei Gialli è molto riduttivo, ciò non di meno: che tipo di libri leggete, quando non dovete documentarVi? Gialli, Thriller, Noir, Polizieschi: leggete questo tipo di romanzi? Se sì?, quali autori prediligete? Qualche lettura di autori “Nordici”?

In effetti, hai detto bene: amiamo definire i nostri romanzi multigenere, agenere o transgenere, o ancor meglio “oggetti narrativi non identificati”. Per questa ragione il nostro vero e proprio idolo letterario è Jonathan Coe, maestro della mescolanza di generi. Riguardo a quel che leggiamo noi, di tutto: dai classici (recentemente portati a termine, nell’ordine: “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello, “L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Wilde e “Il deserto dei Tartari” di Buzzati) ai bestseller con un briciolo d’intelligenza (alla “Harry Potter”, per intenderci). E lo spazio per gialli, thriller, noir e polizieschi ovviamente non manca. Dovendo citare qualche nome, fra quelli cui abbiamo provato a rubare qualche trucco del mestiere, limitandoci ai più grossi e dimenticandone senz’altro qualcuno: Leonardo Sciascia, Giorgio Scerbanenco, Massimo Carlotto in Italia; all’estero, Edgar Allan Poe, Edgar Wallace, Raymond Chandler, Jean Patrick Manchette, Jean Claude Izzo, James Ellroy, Don Winslow. Il miglior thriller nordico che abbiamo letto? “Tre secondi” di Börge Hellström e Anders Roslund. Pure loro una coppia. Sarà un caso?

Tersite Rossi

Intervista a cura di Marina Morassut


Di TERSITE ROSSI su Thrillernord:

IL LIBRO – Un filo sottile lega la sorte di un rampante banchiere di Wall Street, un taciturno ragioniere di provincia e un’inquieta antropologa alla ricerca di un’amica scomparsa, e di se stessa. Un filo che si srotola e tesse un’avventura che costringe i protagonisti – popoli antichi, monaci guerrieri, uomini d’affari senza scrupoli e intellettuali ambigui – a interrogarsi sull’origine dei sentimenti umani più profondi, l’amore e l’odio. Un filo a cui si aggrappano uomini e donne stritolati dalla crisi economica d’inizio millennio, agli albori della guerra più sanguinaria di tutti i tempi. Un filo tirato dal potente Dio del Cielo e dalla benigna Dea della Terra. E dal quale tutti noi siamo inestricabilmente avvolti…