Intervista a Timothy Megaride




A tu per tu con l’autore

A cura di Francesca Marchesani


 

 

Scrivere sotto pseudonimo è sempre una scelta molto particolare, possono esserci i più svariati motivi. Ti andrebbe di raccontarci il tuo? Pensi che verrai mai allo scoperto?

La verità, per soggettiva che sia, è preferibile alla menzogna o all’ipocrisia. Noi abbiamo una specie di doppia identità, una filtrata dai nostri metri di giudizio e valutazione, l’altra soggiogata al vaglio altrui. È questa seconda che ci limita e ci condiziona perché vogliamo piacere agli altri, soprattutto se siamo amplificati dalla cassa di risonanza dei media. Così tendiamo a rappresentarci più che a essere noi stessi. In altre parole, diventiamo personaggi di una fiction. Rifugiandomi dietro una specie di anonimato, non sono tenuto a rappresentarmi in alcun modo; per altro verso, i miei lettori sono liberi di valutarmi senza il senso di subalternità e inadeguatezza che assai spesso accompagna il giudizio su personaggi noti. Di me posso dire che sono un vampiro, né più né meno di altri scrittori. Se mi espongo, nessuno mi offre spontaneamente la giugulare. Non conoscendo la mia natura, gli esseri umani coi quali interagisco mi offrono le loro vite su un piatto d’argento. Me ne impossesso e le rendo immortali (si fa per dire). Essere gente tra la gente dà qualche vantaggio. 

Non verrò allo scoperto, né qui né ora. Mi piace davvero tanto tenermi lontano dal chiacchiericcio corrente. Mi concentro sul necessario, tralascio il superfluo. Rispetto le scelte altrui, gradirei che fossero rispettate anche le mie.

 

       

Dietro il tuo stile si avverte molta tecnica e molto studio per essere così incisivo. Sei stato influenzato da qualche scrittore in particolare?

Nel caso di “Adolesco” si trattava di dare voce (in senso letterale) a un sedicenne di “buona famiglia” e molto influenzato dai media, quindi con una particolarissima e, direi, distorta rappresentazione della realtà. La quale è raramente esperita, assai più spesso surrogata con cinema, televisione, social media. L’esperienza, quando si presenta, è sconvolgente e dolorosa, ma necessaria per chiunque. Come “parla” un adolescente di oggi? Ho rubato qua e là le conversazioni tra teenager scolarizzati in varie regioni del paese. Ho provato a farne una sintesi che evitasse una possibile caratterizzazione regionale. La globalizzazione comporta una certa omogeneità di comportamenti e linguaggi, fatti salvi gli accenti locali. Nulla vieta che si possa udire dalla bocca di un ragazzo di Milano una tipica espressione dialettale del meridione d’Italia. L’ha appresa non solo perché il suo compagno di banco è meridionale, ma anche e forse soprattutto perché l’ha udita in qualche fiction televisiva. Per altro verso, i social media vanno generando una koinè che omologa il gergo giovanile dovunque nel paese. Si caratterizza come sboccato e ancor privo di remore sociali.

Quanto alle possibili influenze, parlerei piuttosto di modelli comportamentali, di sperimentazioni e di risposte possibili alla necessità di riprodurre la lingua parlata, ben distante da quella normativa della grammatica. Mi limito alla letteratura italiana. Già Manzoni ci provò quando diede voce ai popolani. Poi sorrideva per le sue stesse soluzioni. Degli echi del parlato nella prosa letteraria considero maestro Verga, la cui lezione ha avuto proseliti fino ai nostri giorni. Per me restano memorabili le invenzioni linguistiche di Beppe Fenoglio. Non bisogna dimenticare Gadda e Pasolini, Sciascia, Bufalino e Camilleri. Come escludere Elsa Morante e Natalia Ginzburg? Come dimenticare il compianto Marcello D’Orta? Recentissime e più o meno contemporanee alla stesura e pubblicazione di “Adolesco” sono gli approdi linguistici di Remo Rapino, Giuseppe Catozzella, Graziano Gala. Mi fermo qui. Non intendo tenere una lezione di letteratura.

 


Se il Timothy Megaride quindicenne avesse letto un libro del genere, che insegnamenti ne avrebbe tratto? Ci avrebbe capito qualcosa?

La generazione precedente l’attuale è cresciuta senza telefonia mobile, senza internet, senza social media. Aveva punti di riferimento ancora sufficientemente stabili: la famiglia, la scuola, organi di informazione un po’ più sobri degli attuali, tanti buoni libri. Si orientava meglio. Tutti abbiamo bisogno di punti di riferimento per orientarci. Se ci allontaniamo da casa, sappiamo ritornarci proprio in virtù di precise coordinate. Altrimenti gireremmo a vuoto. Fuor di metafora, un adolescente, per venir fuori dalla pania evolutiva in cui si trova, avrebbe bisogno di qualche sostegno accettabile, anche se sentirà comunque il bisogno di emanciparsene. Oggi non lo rinviene da nessuna parte, anzi direi che si trova nella situazione ben rappresentata da un romanzo di Willim Golding, Il signore delle mosche. I punti di riferimento sono i suoi pari, come nel romanzo dello scrittore inglese. I genitori non hanno tempo, la scuola è latitante (anche per l’oscurantismo della classe politica), l’informazione è rabberciata alla meno peggio, di libri che aiutino a crescere ce ne sono pochi, senza considerare che un gran numero di ragazzi è classificabile come analfabeta funzionale. Non legge nulla, fatto salvo lo sciocchezzaio dei social media.

Megaride aveva letto per tempo Porci con le ali e certamente si è imbattuto nei romanzi di Pier Vittorio Tondelli. Più tardi ha letto Lara Cardella e, all’alba del nuovo millennio, Melissa Panarello. Capiva e interpretava, con gli strumenti cognitivi che la scuola, o almeno una parte di essa, gli offriva. Probabilmente erano mere letture proiettive, ma il primo stadio della lettura serve a guardarsi allo specchio e a riconoscersi. Per tutti. La lettura critica giunge tardi e, in ogni caso, è pertinenza dei professionisti. Sì, ritengo che avrebbe potuto capire un romanzo come Adolesco, pur non essendo un lettore esperto. Aveva già l’amaro sentore del male di vivere e avrebbe interpretato il dramma di Tommaso come proprio. L’adolescenza è una palestra, serve a fare i muscoli per reggere il peso della vita.

 

    

Hai voluto lasciare un finale un po’ aperto, credo che sia diversamente interpretabile in base all’età e all’esperienza di chi legge questo romanzo. Tommaso lo capirà prima o poi chi sono i buoni e chi i cattivi? 

Tutti i finali sono aperti, sebbene sembrino chiusi. La vita continua, anche quando lo scrittore chiude con un fermimmagine rassicurante. Di doman non c’è certezza. La vita è un’opera aperta. 

Tommaso capisce di non essere il centro dell’universo (supera il tipico egocentrismo adolescenziale) e rinviene i riferimenti affettivi in pochi eletti. È un primo passo verso l’età adulta. Forse capirà che tra il bene e il male non c’è soluzione di continuità.

In margine a quanto ho già detto, ti segnalo un link in cui potrai vedere una recente indagine di Milena Gabanelli. Serve a dirti che ho inventato assai poco. Semmai ho assemblato. Mi sono servito della cronaca dei quotidiani, delle ricerche demoscopiche e della consulenza di un espertissimo psicologo. Ovviamente ho speso anche molta della mia esperienza diretta. In altri termini, ho fatto i compiti prima di scrivere. 

https://tg.la7.it/cultura-e-societa/gabanelli-adolescenti-e-pornografia-sul-web-rischi-di-dipendenza-e-non-solo-19-07-2021-162877 

Timothy Megaride


 

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