Intervista a Tullio Avoledo




A tu per tu con l’autore

 

 

Nero come la notte” è una critica feroce alla nostra società vittima di complottisti e manipolatori. C’è un modo per uscire dall’impasse in cui siamo finiti?

No, finché questa impasse giova ai manipolatori e questi controllano i mezzi d’informazione e i social. Ecco, una sospensione di un anno di Facebook e simili servirebbe perlomeno a silenziare i creatori e diffusori “fai da te” di fake news. Ma resterebbero comunque i grandi spacciatori di menzogne, come certa stampa e televisione allineata alla politica e ai grandi interessi economici.

 

 

Il libro è crudo eppure alla fine in qualche modo balena un lume di speranza, quasi poetico. Non c’è in questo una contraddizione?

La speranza, in realtà, è disseminata qui e là per tutto il libro: alcuni personaggi minori sono altrettanti semi di redenzione, barlumi di una società più giusta e solidale. Il finale del romanzo è ottimista nel senso che offre una prospettiva migliore per valutare il nostro tormentato e pericolosissimo presente: la prospettiva di classici come Marco Aurelio o Tucidide, la prospettiva, insomma, lunga e ariosa del tempo, contro il vociare petulante del continuo presente in cui siamo immersi. Ci vuole distacco, per valutare le cose. In questo distacco io trovo la forza di andare avanti senza farmi esplodere le coronarie di fronte alle quotidiane bestialità che vedo e sento. Comunque il tempo è galantuomo, come diceva mio padre.

 

 

Da cosa deriva la scelta di indicare il Nord Est come centro di tutti mali?

Perché ci vivo. Se fossi siciliano, o milanese, sono certo che non sarei comunque a corto di male da descrivere. Ma il Nord Est è la realtà che conosco meglio. E a me piace descrivere le cose che conosco. Il male è in realtà diffuso a macchia di leopardo in tutto il Paese, con interazioni incredibili. Al vecchio detto “l’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani” andrebbe aggiunta la postilla “l’unione dei criminali italiani, invece, si è già realizzata”. Diciamo che il Nord Est, come del resto tutto il Nord Italia, ha visto un’incredibile commistione quasi simbiotica tra affari e malaffare. Una piaga impossibile da sradicare, perché si è ormai ibridata con l’economia e la politica. Colpire al cuore la criminalità organizzata del Nord est vorrebbe dire colpire anche certa nostra economia.  Andrebbe fatto, ma nessuna forza politica tradizionale lo farà.

 

 

Sette, complottisti, populisti, cosa hanno di simile tra loro?

Alla base, e in comune, c’è senz’altro l’ignoranza, che ha trovato terreno fertile per espandersi nei social. E poi la mancanza di verifiche su quello che si afferma o si fa proprio o si divulga. Foto e filmati sbagliati, o vere e proprie manipolazioni ad arte, hanno un’incredibile potenza distruttiva della verità. E poi c’è il problema che un tempo certe stupidaggini restavano confinate alle mura di un bar; ora invece, a furia di condivisioni, retweet e like, si diffondono e si amplificano come un contagio epidemico. Con esiti che sarebbero anche divertenti, se non fossero pericolosamente stupidi. Ricordo un post dei Terrapiattisti inglesi di qualche mese fa, che affermava che la loro associazione contava centinaia di migliaia di adepti “in tutto il globo”… Diciamo che un tempo c’era lo scemo del villaggio. Ora ci sono gli scemi del villaggio globale, le cui bugie e sciocchezze raggiungono purtroppo milioni di persone. E c’è internet che facilita enormemente la diffusione delle informazioni, che una volta ci mettevano molto più tempo, e richiedevano molta più fatica, per propagarsi. A volte mi chiedo cosa sarebbe riuscito a fare Hitler, con internet. E poi realizzo, con un brivido, che Hitler è morto, ma i suoi seguaci no...

 

 

Come diceva Gaber, destra e sinistra oggi non hanno più senso come categorie politiche. Come si possono operare oggi distinzioni tra diversi movimenti?

Mi faceva sorridere, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, vedere che i comunisti a oltranza venivano definiti “conservatori”… Personalmente la distinzione non m’interessa, nel senso che non ho pregiudizi, e accetto le buone proposte da qualsiasi parte provengano. Ho alcuni interessi politici in senso ampio: rispetto delle persone e dell’ambiente, sviluppo sostenibile, lotta all’evasione fiscale e agli sprechi. E’ impensabile proseguire sulla strada suicida della globalizzazione a scapito del pianeta. Dato che nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, né la destra né la sinistra hanno dimostrato un reale interesse per i cittadini o di avere un serio progetto per il futuro, due anni fa sono entrato in politica con un nuovo movimento locale, il Patto per l’Autonomia. Due nostri rappresentanti – due sindaci, due persone d’esperienza, oneste, impegnate e capaci – ora siedono nel Consiglio Regionale, e il movimento sta mettendo radici sul territorio. Quando lo tsunami di idiozia e malgoverno sarà passato, noi saremo pronti a governare la svolta della nostra regione, chiamando a raccolta le donne e gli uomini di buona volontà che anche di questi tempi non mancano, e sono, anche se ancora non se ne rendono conto, la minoranza che può fare la differenza. In un clima politico che sembra una riedizione del medioevo, con i partiti interessati solo a piazzare al comando in città e regioni i loro vassalli feudali come pedine su una scacchiera, indifferenti ai bisogni del territorio e dei cittadini, io credo ancora in una democrazia dal basso, fatta di concretezza e partecipazione. E di progetti per il futuro.

 

 

La paura del diverso attraversa la storia dalla notte dei tempi. Può la società contemporanea riuscire a sconfiggerla? E in che modo?

Miguel de Unamuno, intellettuale spagnolo discusso ma importante, disse che “il fascismo si vinceleggendo, il razzismo viaggiando”. E’ una frase che faccio mia, assieme a quella di una giovane profuga intervistata, da uno dei soliti avvoltoi con microfono e cinepresa, appena scesa da un gommone: “il mondo è di tutti”. Quattro parole che sono una leva potente, capace di rovesciare il mondo. Due anni fa ho ascoltato con interesse un giovane filosofo olandese, Rutger Bregman, che il festival Pordenonelegge.it aveva invitato nella mia città su suggerimento di Zigmunt Bauman. Sono rimasto affascinato dalle sue proposte, apparentemente utopiche e in realtà di buon senso. Dovremmo tutti leggere il suo saggio Utopia per realisti. Lo descrivo con le parole sulla copertina dell’edizione italiana, perché meglio non saprei dirlo

Questo libro non è un tentativo di prevedere il futuro. È un tentativo di aprire le porte del futuro.” E per aprire le porte del futuro, scrive Rutger Bregman, bisogna tornare alle utopie. Di fronte al rafforzarsi dei nazionalismi, al divario sempre più ampio tra ricchi e poveri e allo stress che il carico di lavoro porta ogni giorno nelle nostre vite, siamo costretti a riconoscere che le nostre aspettative sullo sviluppo liberale della società occidentale si sono drammaticamente consumate, lasciandoci di fronte alla dura verità: senza utopie, tutto quello che resta è un presente privo di orizzonti, il presente immobile e sterile della tecnocrazia.
Ma quali sono le utopie di cui abbiamo bisogno per rilanciare la politica e trovare la strategia per una convivenza sostenibile? Secondo Bregman, è arrivato il tempo di ridurre consumi e ore di lavoro, di aprire i confini degli stati e combattere sul serio la povertà, di concedere a tutti un reddito di base, sottraendolo alle vuote retoriche populiste che si stanno impadronendo del dibattito mediatico
in tutto il mondo democratico.


 

 

Ha già un’idea di quali tematiche affronterà nel prossimo libro?

Ho fatto di meglio: l’ho già scrittoCome L’anno dei dodici inverni, anche questo è un romanzo d’amore e di viaggi nel tempo… Mi serviva una vacanza dal freddo e dalle atmosfere cupe di Nero come la notte, e mi sono preso questa vacanza sulla spiaggia di Hyannis Port nel Massachusetts, alla fine dell’estate del 1939.  Ma di più non voglio dire, se non che è un romanzo scritto nel giro di poche settimane, di getto, in uno stato di grazia. E poi, in futuro, non è da escludere che Sergio Stokar torni ancora in azione. Io lo vedo come una persona che vorrei avere accanto se dovessi affrontare qualcuno, o qualcosa, di molto pericoloso. E poi gli sono molto affezionato. Con tutti i suoi difetti, lo considero un amico. Quindi non lo lascerò per sempre dove… beh, dove l’ho lasciato alla fine di Nero come la notte.

Tullio Avoledo 

A cura di Cristina Bruno

 

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