Intervista a Ugo Mazzotta




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Quanti libri ha letto per poter scrivere così bene? Quanto serve avere un bagaglio culturale ricco per poter affrontare la stesura di un romanzo che poi si rivela decisamente coinvolgente?

Innanzitutto grazie per i complimenti! Non so dirti quanti libri ho letto, tanti di sicuro; da ragazzo leggevo tantissimo, poi crescendo, tra lavoro e altro è diventato più difficile trovare il tempo. Solo in ambito giallo ho letto tutto quello che ha scritto Agatha Christie, molto di quello che ha scritto Simenon, tutto o quasi Conan Doyle; poi quella che oggi si chiama narrativa mainstream, Bulgakov, Calvino, Pavese, adoravo Wodehouse e Guareschi… di certo non puoi scrivere un libro – ma nemmeno un raccontino – se non hai letto molto. Non ne faccio nemmeno una questione di cultura, non in senso accademico almeno. Io ho un “bagaglio culturale” molto poco accademico e molto pop, dopo il liceo classico non ho mai più fatto studi umanistici, ma non avrei potuto scrivere i miei romanzi se non ne avessi letto tantissimi.

 

 

Il lavoro di medico legale, che, spieghiamo, deve stabilire la verità riguardo un fatto fondamentale per il profilo medico e giuridico, ha agevolato la creazione dei suoi romanzi? Inoltre ha anche partecipato alla scrittura di alcune stagioni di Ris: delitti imperfetti dove, ricordo, ogni puntata conteveva un livello di pathos notevole.

Essere un medico-legale ha contato quando sono stato chiamato a collaborare con la scrittura di RIS. Anzi, io ero stato chiamato per collaborare a “Distretto di polizia”, che era dello stesso produttore, ma quando scoprirono che sono un medico-legale mi dirottarono a scrivere storie per i “carabinieri scienziati”. Nei miei romanzi invece la medicina legale ha un ruolo molto minore, quasi secondario: il medico-legale c’è perché in un’indagine non può mancare, ma evito accuratamente che gli aspetti scientifici diventino preponderanti. Mi interessano di più quelli umani, le emozioni e le motivazioni dei personaggi.

 

Dopo il commissario Prisco nominato vice questore e trasferito in Sardegna per aver denunciato un poliziotto violento, cambia personaggio presentando Alice Caturano prima e il vice commissario Pelagia Corsi nel suo ultimo libro “Mia o di nessuno”. Un tipo originale dal nome all’animale domestico. Quanto è dura per uno scrittore allontanarsi, almeno un po’, da un personaggio al quale si affeziona per idearne uno nuovo? Manterrà la Corsi come protagonista nel prossimo romanzo?

Non è dura, in realtà. Mi piace la scrittura, o meglio il personaggio seriale, dopo un po’ ovviamente diventa più facile scriverne le avventure, e i lettori si affezionano; però servono anche nuovi stimoli. Già allo stesso Prisco ho assestato diversi scossoni, sia sul piano personale che lavorativo, proprio perché non fosse sempre cristallizzato in sé stesso ma avesse una evoluzione. E creare un personaggio totalmente nuovo, con dei lati caratteriali particolari, è uno stimolo ulteriore. Penso proprio che Pelagia tornerà.

 

 

Nel romanzo lei affronta dei temi notevoli, piaghe della società, e li collega alla scomparsa della moglie di un affermato avvocato. Quanto può influire la cronaca nera quotidiana nella realizzazione di un giallo, di un thriller o di un noir?

Premetto che non credo al romanzo/saggio, la narrativa, specialmente quella di genere, ha in primo luogo il dovere di intrattenere il lettore. Detto questo è chiaro che il giallo contemporaneo non può essere un divertissement, attinge dalla cronaca del quotidiano e inevitabilmente rispecchia fenomeni che accadono nella realtà sociale. Lo stalking, uno degli argomenti principali del mio romanzo, purtroppo ne è un esempio.

 

 

Lei è vice presidente dell’associazione culturale Napolinoir che riunisce valenti giallisti e organizza eventi per diffondere il romanzo giallo in una città che presenta uno sfondo perfetto per mostrarli attraverso il suo calore, il suo mistero e le storie sconvolgenti che la circondano. Quanto è importante il lavoro dell’associazione per la città di Napoli, per gli scrittori e per il loro pubblico?

È chiaro che noi proviamo a rappresentare un punto di aggregazione, sia per chi scrive noir a Napoli, sia per chi legge. Non è facile, perché Napoli è una città particolare sotto questo punto di vista, ma cerchiamo di darci da fare per quanto possiamo, e abbiamo un presidente, Maurizio Ponticello, che è un vulcano di attività. Per anni Napolinoir ha organizzato un bellissimo premio letterario riservato agli studenti delle scuole napoletane, che si chiamava “Parole in giallo”, abbiamo pubblicato un’antologia di racconti, organizzato eventi e cercato collaborazioni e sinergie con altre associazioni, culturali e nell’ambito del sociale. Un’altra attività è quella di organizzare eventi per presentare a Napoli autori non napoletani. Napoli ha e ha avuto un ruolo fondamentale nella storia del giallo italiano, basti pensare a maestri quali Attilio Veraldi e Giuseppe Ferrandino.

 

 

Visto che l’intervista è scritta per l’associazione culturale Thrillernord, è d’uopo chiedere se ha mai letto libri di autori nordici e se tra di essi c’è uno scrittore preferito.

Non posso definirmi un patito del thriller nordico, del resto cerco in generale di non richiudermi troppo in confini definiti: anche se un autore mi è piaciuto preferisco magari leggere un libro di un altro, che non conosco ancora, piuttosto che continuare con quello conosciuto. Almeno da quando come dicevo prima non ho più tutto il tempo che vorrei per leggere. Fatta questa premessa ho letto diversi romanzi di autori nordici che mi sono piaciuti: a memoria cito la trilogia di Stieg Larsson, Il senso di Smilla per la neve di Peter Høeg, L’ipnotista di Lars Kepler. Il mio preferito è uno che non avrei considerato un autore nordico ma che ho visto essere presente nel vostro blog ed è uno degli autori che prediligo in assoluto: Ian Rankin.

Grazie. Ugo Mazzotta


A cura di Marianna Di Felice


 

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