Intervista a ZADIE SMITH






PREMIO HEMINGWAY per la Letteratura : ZADIE SMITH
17 Giugno 2017 c/o Lignano (UD)

 

 

Prologo dell’intervistatrice:
Nell’incontrare la protagonista e la sua amica Tracy, così come pure i genitori e le altre figure più o meno protagoniste del libro, ci troviamo di fronte ad un senso di aspettativa che riguarda non solo i genitori ma l’intera società, che cerca di identificarti sempre e comunque in qualche modo. Ma proseguendo la lettura del romanzo, ti rendi conto che è una cosa molto più grande, perché questa sorta di aspettativa riguarda tutto ciò che ci sta intorno… La posizione geografica, il dove siamo nati, l’etnia di appartenenza, la formazione culturale e religiosa, le scuola che hai frequentato. Tutto ciò si traduce in un accumulo di aspettative in cui si cresce e che ti fa interrogare continuamente sulla tua propria identità.

 


 

Quindi la prima domanda che rivolgiamo a Zadie è:


1) Era questo il punto di 1) partenza del romanzo?, questa ricerca di identità? Come può la scrittura entrare in relazione con questo?

Zadie Smith: Non è soltanto una questione che ha a che fare con l’identità razziale. Tratto questo tipo di discorso anche con i miei studenti, cercando di capire cosa sia l’identità per loro. E’ come se fosse un’entità fissa, è qualcosa che i giovani moderni fissano online, attraverso i social media, è un po’ come un presentarsi al mondo. Anche per noi, ai nostri tempi, avveniva in questo modo, anche se con strumenti diversi naturalmente, dato che non esistevano i tipi di dispositivi che ci sono ora. L’identità della ns generazione veniva quindi formata, resa comune e “dimostrata” attraverso la musica, il modo in cui ci si vestiva, i programmi che si guardavano alla televisione… Ma vorrei far notare che rispetto al passato le cose sono cambiate. Soprattutto le passate generazioni avevano questa visione del divenire dell’identità attraverso l’esperienza dell’ “essere buttati” nella vita. Era ed è una questione veramente esistenziale. Nel senso che la tua identità non sono gli oggetti che possiedi (il tipo di automobile, il vestiario, etc…), ma è quello che ti capita, il mondo che ti capita casualmente in sorte e che può essere anche shockante e che scopri in itinere. E devo dire che di questo volevo scrivere: l’aspetto esistenziale dell’essere una persona di colore e del fatto che è la vita che forma la tua identità e non sempre è piacevole.
E la scrittura rispetto a questo – nel processo creativo – come definisce la tua identità? Zadie Smith: mi sembra che scrivendo io riesca a quantificare il processo creativo e che questo in definitiva non sia altro che la vita che ti capita in sorte. E lo scrivere mi ricorda costantemente una serie di cose: che ho determinati sentimenti e anche quello che mi è capitato, ciò che è cambiato, ciò che è già avvenuto e che ho fissato. E’ un processo del tutto incerto, però – e non sempre voluto o cercato. Mi ricordo che quando ero più giovane ero convinta che scrivere significasse anche giudicare le persone, prendendole magari in giro e ferendole argutamente con la penna. Giudicare anche le situazioni. Ma questa cosa, con la maturità, non avviene più. E devo confessare che più invecchio e più incerta divento.

 

2) Nel romanzo una parte fondamentale ce l’ha la danza ed è bello come da subito ci sia questa dichiarazione rispetto alla danza che è quasi un voler azzerare i possibili gradi di separazione dei ballerini di epoche diverse. Pensiamo ai più volte citati Fred Astaire e Michael Jackson. Ed a me è venuto in mente un verso: “da cosa distingueremo un danzatore dalla danza”? E questa domanda ritorna nel corso del romanzo, parlando di peccati ed altro. E’ una cosa che riguarda anche la scrittura?

Zadie Smith: Io vedo la danza come qualcosa che “incapsula” lo spirito, l’anima… Mi rendo conto che è un’idea molto romantica, ma è proprio così che io mi sento quando vedo un ballerino o una ballerina ballare, o in genere una persona che danza… è come se questa persona – nel processo dei movimenti che compie, avesse messo in bottiglia il proprio modo di essere al mondo. Vorrei portare come esempio il mio incontro con Barischnikov che è stato illuminante sotto questo aspetto, perché anche a cena o in altre situazioni tutto era comunque Barischnikov, intendendo con questo che il modo di muoversi, etc., è sempre la sua stessa identità, è sempre e tutto lui. E’ difficile qualche volta articolare questo nei libri, ma è proprio ciò che accade e che voglio descrivere. Nel senso che ad esempio è palese che io e quello che scrivo siamo la stessa cosa e non deve essere necessariamente una cosa sempre bella. Le persone quindi leggendo i miei scritti mi riconoscono, magari non mi conoscono personalmente, ma hanno un senso di me. E questo credo lo si prova anche nei confronti dei danzatori. Penso ai citati Michael Jackson, Astaire e Kelly, Prince: li colleghiamo a qualche cosa, nella nostra mente. Ad esempio Fred Astaire ci fa pensare alla leggerezza, Gene Kelly, all’opposto, lo vediamo quasi ancorato all’aspetto terreno. E la critica d’arte fa la stessa cosa. Cioè una sorta di storia legata alle diverse sensibilità: ad alcuni piace la leggerezza, ad altri il fatto di essere all’opposto della leggerezza e quindi di loro notiamo l’eccesso, oppure l’approccio più lineare e minimale, il bianco e nero. Ed è proprio questo che a me piace. Mi interessa anche l’argomentazione che si porta, quasi fosse uno scontro, un dibattito tra chi la vede in un modo e chi in un altro. Questo sia nei libri che nella danza. E quindi nella vita. Ho letto recentemente qualcosa che ha scritto Martha Graham (danzatrice e coreografa statunitense 1894-1991), a proposito della danza e che mi ha colpito profondamente. La Graham ha scritto che all’interno di noi stessi abbiamo un canale di energia che esprimiamo e che è soltanto nostro. E non importa se quest’energia è buona o cattiva, o se va bene oppure no. Il punto è non giudicare quale che sia l’energia che contraddistingue ognuno di noi, ma fare di tutto per poterla esprimere, perché se non lo faremo noi, nessun altro lo potrà fare. Trovo che questa sia una cosa giusta ed al contempo commovente ed è ciò che rende l’arte creativa. Ma non si trova solo nell’arte in senso stretto. Ci sono mamme che vengono ricordate per generazioni per i ravioli che facevano, ad esempio. Ma non solo. L’unicità di un amico che vestiva in modo molto particolare, anche se non era una persona famosa e non veniva fotografato per i rotocalchi… Comunque un unicum ed una persona unica per questa, tra le sue altre caratteristiche. Un modo concreto di esprimere l’arte e che mi interessa proprio perché presente in ciascuno di noi, seppur in forme diverse.

 

3) In questa ricerca di identità è come se ci fosse una costante tensione tra invidia e desiderio. L’invidia che impedisce di trovare l’identità ed il desiderio che ti porta forse a cercare più a fondo quella che è la tua identità…

Zadie Smith: se ad esempio vado in Internet, in Instagram e vedo una serie di immagini di persone che conosco, che sono tanto invidiabili quanto patinate… Io magari queste persone le conosco bene e so che non hanno una bella vita, non stanno bene in quel momento, non sono felici. Ma così come si presentano in queste immagini, sembrano assolutamente delle persone da invidiare. E’ una sorta di confezionamento delle identità. Ma non è soltanto questo! E’ come se ci fosse una narrativa all’interno della loro vita, cioè un filo narrativo nella loro vita che in realtà non c’è, non esiste. Perché la vita non è un filo narrativo continuo, in realtà è caos a livello emotivo e personale in genere. E anch’io ho le mie colpe da questo punto di vista, perché quando scrivo un libro anch’io cerco di organizzare per così dire la vita, di razionalizzare la vita attraverso il libro, ma è una bugia quella che sto mettendo in atto. In realtà è naturale mentire nella vita e sulla vita. E’ una necessità per riuscire a farcela, a vivere. Quello che mi porta ad esprimere dei veri sentimenti in un libro e che mi conforta è quando vedo che non tutti hanno una situazione positiva, che tutti hanno problemi nella vita reale, mentre mi deprimo quando vedo viceversa di alcune persone solo questa superficie glamour e sempre “patinata”.

 

4) In realtà questo che hai appena detto è ciò che noi vogliamo vedere e che in un certo senso ci rassicura: vedere che tutti stanno bene e che vivono felici ci fa illudere di vivere in un mondo meno problematico di quanto in realtà non sia. Perché se prestiamo bene attenzione ci rendiamo conto che ci sono per la maggior parte notizie brutte e negative, anche se reali… Forse non è bello, ma vedere foto di amici felici e sorridenti ci fa bene, anche se non sempre corrisponde alla piena realtà delle cose…

Zadie Smith: E’ incredibile quanto queste cose diano dipendenza (sorriso). Come dicevo io non tengo lo smarthphone, ma mi rendo conto che se fosse così non ci sarebbero libri che tengano e perderei almeno 4 ore al giorno in Instagram… Le immagini danno dipendenza. E mi dispiace davvero formulare giudizi sui social media, ma ognuno fa riferimento alla sua esperienza personale e così faccio anch’io, nel dirvi quanto sto per raccontare. Sono stata per un paio di mesi in Instagram. Tra l’altro laboriosissimo per me il processo di caricamento delle immagini, dovevo passare per il computer, etc., ci mettevo sempre almeno un paio di ore, una cosa infinita. Comunque… mi sono accorta che avevo preso a romanzare tutto. Magari una giornata a casa avevamo litigato furiosamente e poi io postavo della giornata un’immagine mia con i figli sorridenti. Come se mi stessi facendo auto-pubblicità. Per me era eccessivo sia questo tipo di immagine, sia tutto il lavoro per postare la foto. Ed era – ed è – deprimente la differenza che c’è tra la realtà e quello che alla fine si mostra. Perché ho pensato che se io stessa creo questa illusione – e non credo di essere una persona particolarmente anomala o diversa dagli altri – evidentemente questa creazione di una situazione fantastica, nel senso di essere basata sulla fantasia, è una cosa che è comune anche agli altri.

 

5) Parlando di Barishnikov, mi è venuta in mente una domanda … anni fa ho visto uno spettacolo commovente di questo grande ballerino in cui lui manda in video un se stesso molto giovane, quando faceva 30 piroette di seguito, che naturalmente in quel momento dello spettacolo non riusciva più a fare nemmeno lui. E in quel momento c’è lui sotto il video che guarda con il pubblico e commenta sé stesso, il suo lavoro, etc. Il succo è che continua a ballare benissimo, ma è consapevole che alcune cose non le potrà fare mai più perché il corpo cambia ed invecchia. Questo suo parlare con se stesso ragazzino è molto commovente. E c’è un momento del tuo libro quando qualcosa di simile succede. Quando la protagonista va a trovare l’amica, che nel frattempo ha avuto dei figli e l’aiuta a preparare la tavola, così come quando erano ragazzine ed apparecchiavano la tavola per le bambole. E ti accorgi che la protagonista sta facendo ora una sorta di dialogo emotivo tra lei e l’amica – donne trentenni – e nel contempo tra loro bambine delle elementari. E’ una cosa che a te capita, in particolare con la scrittura?

Zadie Smith: una volta avevo la convinzione che tutti gli scrittori fossero delle persone in grado di ricordare con particolare chiarezza dettagli della propria infanzia. Ma non è necessariamente così e comunque non tutti gli scrittori hanno lo stesso interesse su di un particolare tema. Per me il tempo è sempre stato al centro dell’attenzione. Ma non è per tutti così. Per me lo è sempre stato perché vedevo mio padre vecchio e quindi avevo sempre il timore che potesse morire mentre io ero ancora molto giovane. Sono pensieri che un bambino può avere quando è piccolo, questo timore del tempo che passa… Ma devo dire che quello che mi attrae della scrittura – che poi è ciò che la pone all’opposto di ciò che è la danza – è che la scrittura non ha scadenza, ti permette di scrivere anche mentre stai invecchiando, anche per sempre, se hai la fortuna del cervello che continua ad assisterti. Mentre nella danza non è così ed è una cosa estremamente dolorosa per chi balla. Questa percezione e consapevolezza del mutare del corpo che non si può arrestare e che vale soprattutto per le donne, che subiscono in generale maggiormente la pressione dell’ingiuria del tempo, in particolare per le ballerine che non riescono ad andare oltre i 40anni nel ballo, se sono molto fortunate. Queste donne, queste ballerine non possono pensare al tempo, altrimenti gli si spezzerebbe il cuore continuamente e definitivamente. Mentre io ci penso continuamente al tempo, perché come scrittrice è un modo per togliersi da questa gabbia terribile e ingiusta – che soprattutto noi donne sentiamo – del trascorrere del tempo. E magari ad 85 anni sarò ingrassata, imbruttita, magari una donna che fuma sigarette su sigarette, ma sicuramente una scrittrice migliore di adesso.

 

6) Parliamo ora della geografia del libro, dei luoghi visitati nel romanzo… A parte Londra, che è il tuo territorio. Gli altri sono Paesi, città che hai visitato?

Zadie Smith: ci ho pensato molto a questo. In particolare in America si fa un gran parlare del Global Novel / romanzo globale, il romanzo che è ambientato un po’ ovunque, trovandolo anche un’idea offensiva sotto un certo punto di vista. Perché il romanzo deve essere particolare, peculiare di un luogo, altrimenti rischia di diventare banale per il solo fatto che si occupi di un po’ di tutto, che sia ovunque, senza focalizzarsi veramente su nulla. Devo dire a livello critico mio personale che non c’è niente che mi annoi di più che seguire una storia che si svolge a Parigi e poi si dirotta sull’Italia e poi magari passa in un altro Paese, in una sorta di globalismo che non è interessante. La cosa che mi interessa sul serio ed è essenziale per me, è indagare quali sono i sentimenti delle persone, in questo caso delle persone di colore in Inghilterra, in relazione alla diaspora africana. Perché se ne sa veramente poco, le persone di colore stesse ne sanno molto poco. E’ proprio un problema del sistema educativo. Quando io ed i miei coetanei adolescenti, intendendo la seconda generazione di giamaicani, eravamo ragazzini, cosa pensavamo di questa situazione? (mi riferisco in questo caso ai giamaicani di seconda generazione). Pensavamo che provenivamo dalla Giamaica ed eravamo sempre stati là, cioè eravamo neri della Giamaica. Non sapevamo del passaggio – per così dire – degli schiavi. Sapevamo sì degli afro-americani che erano discendenti degli schiavi, ma noi – da sciocchi e disinformati, pensavamo che questo non ci riguardasse, che fossimo sempre stati schiavi. Mi ricordo quando adolescente ho letto della popolazione indigena arawak, che popolava la Giamaica e fu massacrata dagli spagnoli… Ecco io non arrivo a dire che la nostra storia ci definisca, sono contraria a questa affermazione, ma dico che se non conosciamo la ns storia, è difficile definirci ed è difficile provare anche dell’orgoglio per quello che siamo. E’ estremamente complesso riuscire a vivere senza sapere da dove proveniamo e per questo io nel libro volevo tracciare e anche seguire la diaspora africana a livello personale, storico ed anche politico. La ragione per cui è importante conoscere la propria Storia e sapere da dove si proviene non è solo una teoria senza agganci alla realtà. Vorrei farVi capire portando un esempio… In una famiglia c’è un padre violento – e nel conoscere la storia della famiglia si scopre che la violenza ha percorso nei decenni la famiglia, di generazione in generazione. Ecco, noi delle famiglie di origine giamaicana a Londra, avevamo delle famiglie diverse da tutte le altre: particolarmente caotiche, anche violente, infelici. La storia della Giamaica, ho scoperto poi quando alla fine l’ho letta, è una storia terribile. E’ stata una sorta di prigione per gli schiavi per centinaia di anni. Gli schiavi come è prevedibile, venivano trattati in modo bestiale, con violenze inaudite, violenze sui bambini anche di carattere sessuale, figli che venivano brutalmente separati dai genitori e tanto altro ancora… Quindi all’interno della zona dei Caraibi c’è stata questa “isola di infelicità” e non mi sorprende, sapendo quanto avvenuto, che ci potessero essere ancora le conseguenze di tutto ciò nelle nostre stesse famiglie, anche a distanza di un centinaio di anni, come conseguenza di queste reiterate violenze e del trattamento disumano cui queste popolazioni erano state sottoposte. E mi avrebbe aiutato magari saperlo a quindici anni. Per questo ritengo sia molto importante conoscere la nostra Storia.

 

7) Le due protagoniste del libro probabilmente lo fanno proprio per questo motivo: intendo il sogno della danza come riscatto dalla propria condizione e dal proprio passato genetico, almeno come sogno quando si è ancora delle ragazzine. Però poi quando si abbandona il passato e si arriva al presente, la celebrità sembra diventare qualcosa di poco invidiabile, la pop-star del romanzo non è una persona per la quale si proverebbe invidia…

Zadie Smith: in effetti è una confessione quella che faccio qui oggi. Nel senso che l’aspetto della celebrità è qualcosa che mi ha sempre colpita, sin da quando ero bambina. Continuavo sempre a parlarne e nessuno in realtà era d’accordo con me, nessuno comprendeva quanto mi colpisse il fatto che i films, le immagini erano in realtà rivoluzionarie, perché era possibile vedere delle persone che non morivano mai. Le celebrità diventavano eterne. E fino a poco prima questo non era mai potuto accadere. E questa possibilità ha cambiato la storia umana, secondo me. E’ ovvio che anche in passato abbiamo mantenuto la memoria delle persone scomparse attraverso quello che hanno scritto, se magari erano degli scrittori. O attraverso i dipinti se magari erano dei pittori. Ma non è neanche lontanamente paragonabile, è semplicemente grandioso quanto avvenuto con l’avvento delle immagini filmate. Un modo diverso di percepire la vita e che diventa per certi versi eterna, per chi è una celebrità del cinema. Ed è proprio questo che mi ha colpita sin da ragazzina. Credo che sia un cambiamento di soggettività e questo vale ancora di più oggi, con i telefonini e tutti i dispositivi a nostra disposizione, che consentono anche ai bambini di diventare una star del cinema, filmandosi e rivedendosi in tempo reale e conservando le immagini, i filmati. Con i ricordi di quando aveva un anno, cinque anni e così via. Ed è una cosa incredibile. Non credo ci siano precedenti di questo genere. Ci fa vedere la vita come qualcosa che può essere osservato e alla quale si può anche sopravvivere, come se fosse una narrativa: un me stesso ad un anno, a dieci anni, etc… Non ho una risposta di conseguenza da dare, ma posso dire che proprio per quanto appena detto , sicuramente la vita e la realtà non sono come quelle che erano nel 1890, nel 1500, etc… Con le cose buone e anche cattive che ogni epoca si porta appresso. Ne stavo proprio parlando ieri, siamo tutti consapevoli che ci sono aspetti preoccupanti di questo mondo e di questa realtà aumentata dai nostri sogni e dalle nostre fantasie.

Zadie Smith


L’ora a disposizione con Zadie Smith si consuma troppo velocemente e l’autrice, dovendo correre ad un appuntamento radiofonico, ci concede giusto il tempo di un autografo, pochissime parole per esprimerle l’ammirazione per l’opera scritta e sotto il sole cocente di Lignano, scompare per correre al successivo appuntamento. A noi lettori che abbiamo potuto incontrarla seppur brevemente, non rimane che il ricordo di una signora elegante ed una città che l’ha accolta nel calore soffocante di una giornata estiva in riva al mare, circondati da bellissimi rododendri.

Intervista a cura di Marina Morassut

DI  ZADIE SMITH:

swing time zadie smith

swing time zadie smith

IL LIBRO  – La loro pelle ha la stessa sfumatura di bruno, hanno lentiggini negli stessi punti e sono alte uguali. Quel sabato mattina del 1982 non sono ancora amiche né nemiche, si rivolgono appena la parola. Eppure una forza invisibile le collega, sulla soglia della loro prima lezione di danza. Tracey e la narratrice di questa storia sono simili, ma anche diverse. Tracey ha riccioli seducenti raccolti con nastri di raso, minigonne e un sorriso vivace. Ha un talento luminoso per la danza. La narratrice ha intelligenza e un naso severo, una tendenza alla malinconia. Ha i piedi piatti ma un intuito anticipatore per la musica…