Intervista ad HARALD GILBERS






A tu per tu con l’autore

 

 

 

1)   Why did you decide to set your novel, “Germania”, in that delicate historical moment?

Hitler’s rise to power is being extensively dealt with in German schools. The final collapse and the subsequent phase until the founding of the two German states in 1949 is, however, mostly browsed over quite superficially. And precisely these vacant places interest me as a novelist. I could not imagine how it was like to live in the Third Reich during the air-raids. The data and historical connections could only give a faint glimpse into the private life in the terrorist NS state, so I began to research. I wanted to not only understand but also to empathize. Only literature can accomplish such a thing. In addition, the failure of the National Socialist domination serves as an example. It shows why that ideology could not have worked. In this regard, my novels are also an attempt to enlighten the reader. In the face of the rising threat from nationalistic populists, this topic has suddenly become hot again. When I started my preparations about ten years ago, I could not have guessed that.

 Perché hai scelto di ambientare il tuo romanzo, “Germania”, in un momento storico così delicato?

L’ascesa al potere di Hitler viene approfondita ampiamente nelle scuole  tedesche. Il collasso finale e la fase successiva fino alla fondazione dei due stati nel 1949, tuttavia viene trattata solo in modo molto superficiale. Non potevo immaginare come fosse vivere nel Terzo Reich, durante i raid aerei. Le date e i collegamenti storici potrebbero fornirci solo un debole scorcio di ciò che era la vita privata nello periodo nazista, così ho iniziato a fare delle ricerche, non volevo solo capire ma cercare empatia. Soltanto la letteratura può permettere di fare una cosa simile, inoltre il fallimento della dominazione del Nazional Socialismo serve anche da esempio, ci mostra perché questa ideologia non avrebbe potuto funzionare. In questo, i miei romanzi sono anche un tentativo di illuminare il lettore. Di fronte alla crescente minaccia dei populisti nazionalistici, questo tema è immediatamente tonato ad essere importante. Quando ho iniziato le mie ricerche, circa dieci anni fa, non avrei mai potuto immaginarlo.

 

 

2)  The will to give voice to the executioners, Vogler officer, the SS and the Gestapo department, and at the same time to the victims, Commissioner Oppenheimer and his neighbors in the Judenhaus depart, why did you make this choice?

While working on my first novel, I was constantly confronted with facts that did not fit into the stereotypical image of the national socialist society. Two examples for this are the existence of “Jew houses” and the fact that crime still existed, which was vigorously denied by Goebbels’ propaganda machine. I soon realized that the reality at that time was probably much more complex than one would expect. That I also represent the executioners in my novel was a necessity in order to construct a plot. But ultimately, I find the usual fixation on the Nazi villains inappropriate. The German publicist Hannah Arendt spoke of the “banality of evil” during the Eichmann process. And in fact, you should not demonize Hitler and his helpers, because that way they become too much of a myth. They were, in the end, simply assholes who did terrible things. Period. Much more interesting to me are the power structures of national socialism, which ultimately caused the opposition to be stifled in the bud and drive millions of people to their death. In my novels I hope to at least give an idea how this repressive system worked. Choosing a main character with a Jewish background was in part a strategic decision. In “Berlino 1944” and “I Filgli di Odino” the Allied bombings are described quite drastically. But the reader should constantly be reminded of the fact that the trigger for this catastrophe was actually Hitler’s misdeeds. This is always present in the novel, because as a Jew, Oppenheimer is constantly in danger of being transported to the extermination camps.

La scelta di dare voce ai carnefici, l’ufficiale Vogler, le SS e la Gestapo, e allo stesso tempo alle vittime, il Commisario Oppenheimer e I suoi vicini confinati in una Judenhaus. Cosa l’ha spinta a intraprendere questa strada??

Mentre lavoravo al primo romanzo mi sono costantamente trovato di fronte  a fatti che non rientravano nell’immagine stereotipata della scocietà nazional socialista. Ecco un paio di esempi: l’esistenza di case ebraiche (Judenhaus) e il fatto che questo crimine esistesse ancora, ma venisse negato con forza dalla macchina della propaganda di Goebbels. Ho capito ben presto che la realtà a quei tempi era più complessa di quanto ci si potesse aspettare e il fatto che io abbia dato voce anche ai carnefici è stata una necessità per la costruzione della trama. Ma ultimamente trovo inappropriata la solita defizione dei Nazisti, come cattivi. Una giornalista tedesca Hannah Arendt ha parlato della banalità del male durante il processo a Eichmann. In effetti non si dovrebbe demonizzare troppo Hitler e i suoi seguaci, perchè il rischio è di farli diventare quasi dei miti. Alla fine, erano solo degli idioti che hanno fatto delle cose terribili. Molto più interessanti per me sono le strutture di potere del Nazional Socialismo che, in ultima analisi, soffocarono ogni opposizione sul nascere e hanno condotto  milioni di persone alla morte. Nei miei romanzi spero di essere riuscito a rendere l’idea di come questi sistemi repressivi funzionino. Scegliere un protagonista con un origine ebraica è stata in parte una decisione strategica. In Berilino 1944  e i Figli di Odino i bombardamenti degli Alleati  sono sempre descritti in modo molto drastico, ma il lettore deve sempre ricordare che ad innescare questa catostrofe sono stati effettivamente i misfatti di Hitler. Questo è un punto sempre presente nel romanzo perché Oppenheimer essendo un ebreo, corre costantemente il pericolo di essere deportato in un campo di concentramento.

 

 

3) You are German, a second generation German. How did you live and tackle the heavy cultural baggage left by your ancestors?

For a long time being German meant also for me to carry a certain burden. Although someone of my generation is not responsible for the misdeeds during the Nazi time, one must count on being confronted with Nazi stereotypes. That cannot be prevented, one has to accept it. Above all, it is disturbing that, as a German, you can’t rule out categorically that your own ancestors were not involved in some horrendous crimes. For these reasons, patriotism generally had a bad flavor in Germany. In case of doubt, one preferred to be a good European instead of a German. It may sound superficial, but I made peace with my heritage during the 2006 World Cup, that took place in Germany. During the numerous celebrations suddenly people with German flags were running around, they had their cheeks painted black-red-gold or wore silly-looking pulse warmers in the national colors. It became clear that a new generation had grown up, which indeed felt some sort of national pride, but could be relaxed at the same time. This was new – an ironic distance that was very liberating for me.

Lei è un tedesco di seconda generazione. Come ha vissuto e affrontato il pesante bagaglio culturale lasciato dai suoi antenati?

Per molto tempo essere tedesco è stato un peso per me. Nonostante quelli della mia generazione non siano responsabili per ciò che è accaduto nei tempi del Nazismo, bisogna sempre fare i conti con gli stereotipi di quel periodo. Non possiamo evitarlo , solo accettarlo. Ma soprattutto, ciò che mi disturba di più,  è che come tedesco, non posso escludere categoricamente che tra i miei antenati qualcuno possa aver partecipato a qualche orrendo crimine. Proprio per questo il patriottismo in Germania non è mai ben visto, in caso di dubbio si preferisce essere un buon Europeo piuttosto che un Tedesco. Potrebbe sembrare superficiale ma io ho fatto pace con questa eredità durante la World Cup che si è svolta in Germania nel 2006. Nelle numerose celebrazioni, alcune persone hanno iniziato a sfilare con le bandiere ed avevano le guance dipinte di nero, rosso ed oro ed indossavano buffi polsini con i colori nazionali. Mi è stato subito chiaro che era nata una nuova generazione, che poteva provare un certo orgoglio nazionale ma in modo sereno. E questa era una cosa nuova – un distacco molto.

 

 

4)   In your book, you describes the life of the past in a very peculiar and detailed way, you described the moods but also the structure of the city. Could you tell us something about your research for this book, to make your descriptions credible and truthful?

Research takes a lot of time. The most important thing, of course, is the in-depth study of the available material. In addition, I always try to visit the places where the action takes place, so that I can accurately describe the atmosphere. But I have always to take into account that the cityscape of Berlin has changed very much. Secondary literature is helpful for rough orientation, but in order to really immerse myself in the time, I use primary sources such as diaries, pictures and old magazines. As a preparation for writing dialogue, I watch German feature films from the 1930s and 1940s. In the first stages of a new novel I create a calendar where I note down what happened in Berlin on each single day. In addition, I am always looking for small, sometimes insignificant details, to incorporate them in the novel. If I know, for example, that the public telephone boxes were painted red at that time, I’m able to immediately provide a clearly defined picture. That the readers of my novels (hopefully) feel drawn into that period, is probably caused by my experience as a stage director. I am very much visually oriented. Before I can describe an action, I must first know exactly what the setting looks like. The action is usually presented through the eyes of an acting character. So I try to put myself in the position of this person and then I let him interact with the environment. This process has a certain resemblance to acting on a stage. It’s a special case, however, when my main characters Hilde and Oppenheimer are talking. Their personalities are so clearly defined in my mind that they lead a life of their own. I simply put them on my imaginary stage, observe, and write down whatever they do.

Nel suo libro, descrive la vita del passato in modo molto dettagliato e peculiare, descrive gli stati d’animo ma anche le strutture della città. Potrebbe raccontarci qualcosa sulle ricerche che ha fatto per rendere le sue descrizioni così credibili e veritiere?
 
Le ricerche mi hanno preso molto tempo. La cosa più importante, certamente, è lo studio approfondito del materiale disponibile. Inoltre ho sempre cercato di visitare i posti in cui si sarebbe svolta la storia cosi da poterne fare un’accurata descrizione. Ma dovevo sempre tenere conto del fatto che il paesaggio urbano di Berlino fosse cambiato molto negli anni. La letteratura minore mi è stata di aiuto per un primo e grossolano orientamento ma per potermi immergere in quell’atmosfera ho usato come fonti primarie diari, fotografie e vecchie riviste. Per scrivere i dialoghi ho guardato molti film tedeschi degli anni dal 1930 al 1940. Nella prima fase di stesura ho creato un calendario in cui scrivevo tutto ciò che accadeva giorno per giorno a Berlino. Inoltre ero alla ricerca di piccoli, a volte insignificanti, dettagli da poter incorporare nella storia. Se sapevo, ad esempio, che le cabine dei telefoni pubblici a quel tempo erano dipinte di rosse, riuscivo subito a crearmi un’immagine ben definita e molta chiara. Il fatto che i lettori dei miei libri (almeno spero) si sentano attratti da questo periodo, è dovuto probabilmente alla mia esperienza come regista teatrale. Ho una grande attitudine per la visualizzazione Prima di poter descrivere una scena devo sapere esattamente come si presenta il luogo dell’ambientazione. Solitamente la scena viene presentata attraverso gli occhi di un personaggio, così cerco di mettermi nei panni di questa persona e la lascio interagire con l’ambiente. Questo metodo ha una certa somiglianza con la recitazione teatrale. E’ un caso particolare, comunque, quando i miei due protagonisti Hilde e Oppenheimer parlano, le loro personalità sono talmente tanto ben definite nella mia testa che sembrano quasi animarsi di vita propria. Semplicemente li colloco nella mia scena immaginaria, li osservo e scrivo tutto ciò che fanno.

 

 

5)  A key theme of your novel is the conflict: a Jew who helps the Nazis. Why this idea, so… difficult to accept?

Of course, accepting help from a Jew contradicted the fundamental foundations of the national socialist ideology. But I also knew a quotation attributed to Goering: “I determine who is a Jew,” referring to Generalfeldmarschall Milch, who was rumored to be a half-Jew. Contrary to the official party line, it was possible that persons with a Jewish background were declared ‘Aryans’ pro forma if they were useful to the regime in any way, but naturally, these were extremely rare exceptions. I do not know any case in which a Jewish ex-commissioner had to work on behalf of the SS, but I wanted to play with the idea under what circumstances it might have been possible. As a novelist, you try to create the greatest possible potential for conflict in the construction of a novel. Without conflict there is no plot. And that Oppenheimer is forced to co-operate with SS-Hauptsturmführer Vogler was for me the greatest conflict imaginable. I knew that the novel would take place in the final phase of the Third Reich. Since most able-bodied men are fighting, it seemed at least possible that a Jewish ex-commissioner is being included in an important investigation, because all of his other ex-colleagues with a similar expertise are at the front.

Un tema chiave del suo romanzo è un conflitto: un ebreo che aiuta un Nazista. Come mai questa idea, così… difficile da accettare?

Certamente accettare aiuto da un ebreo contraddiceva tutti i principi basilari dell’ideologia Nazional Socialista. Ma conoscevo una citazione attribuita a Goering Decido io, chi è ebreo Io determino chi è un ebreo, (“Wer Jude ist[,] bestimme ich!” questa dovrebbe essere la citazione originale, ma io non la metterei)  riferita al  Generalfeldmarschall (io metterei Feldmaresciallo generale)Milch, che si vociferava fosse un mezzo ebreo. Contrariamente alle linee guida del partito, era possibile che una persona di origine ebraica, venisse dichiarata “Ariano pro forma”, in caso in cui potesse essere di qualche aiuto al regime, ma naturalmente erano estreme e rarissime eccezioni. Non conosco altri casi in cui un ex commissario ebreo ha dovuto lavorare per le SS, ma ho voluto giocare con l’idea su quali circostanze lo avrebbero reso possibile. Uno scrittore cerca sempre di creare il maggior potenziale possibile di conflitto nlla costruzione di un romanzo. Senza conflitto non c’è trama. La forzata collaborazione di Oppenheimer con SS-Hauptsturmführer(Capitano) Vogler era per me il più grandioso conflitto immaginabile.  Sapevo che la mia storia doveva essere ambientata nella fase finale del Terzo Reich. Dal momento che gli uomini più coraggiosi stavano combattamendo, alla fine, sembrava più che plausibile che un ex commissario ebreo venisse coinvolto in un’indagine così importante visto che tutti I suoi colleghi, con l’esperienza necassaria, erano al fronte.

 

 

6) Which are the authors you prefer? And, our custom question, do you like Nordic thriller?

As a student of American literature, many of my favorite authors tend to be Anglo-Saxon. I especially like the works of Graham Greene and John le Carré with their penchant for portraying morally ambivalent characters. The Arkady-Renko-novels by Martin Cruz Smith are a constant source of inspiration. Non-crime-writers include Thomas Hardy, John Irving, Vladimir Nabokov, Franz Kafka and Fyodor Dostoevsky. As a stage director, I am particularly fond of dramatists such as Tom Stoppard, Tennessee Williams, Jean-Paul Sartre, Eugene O’Neill, and Oscar Wilde. And of course that person who wrote the plays of William Shakespeare. Of the Scandinavian crime novels, I first only knew the novels of Sjöwall & Wahlöö, which in Germany already belonged to the mainstream in the seventies and eighties. Later I came across my two favourite authors from this region: Henning Mankell and Stieg Larsson. Both influenced me a lot. (Now you know why I write such long novels.) But I think that the films and TV series from that region – like “Forbrytelsen / The Killing” – are just as interesting as the novels.

Quali sono i suoi autori preferiti? E, una domanda per i nostri lettori, conosce il Thriller Nordico?

Come studioso di letteratura americana, molti dei miei autori preferiti sono anglosassoni. Mi piacciono in particolar modo i lavori di  Graham Greene e John le Carré,  con la loro caratteristica di creare  personaggi moralmente ambivalenti.  I romanzi con  Arkady-Renko di  Martin Cruz Smith sono una costante fonte di ispirazione.  Tra gli autori non di genere thriller includo  Thomas Hardy, John Irving, Vladimir Nabokov, Franz Kafka e Fyodor Dostoevsky. Come regista teatrale, sono particolarmente affezionato a drammaturghi come  Tom Stoppard, Tennessee Williams, Jean-Paul Sartre, Eugene O’Neill, e Oscar Wilde. E ovviamente quella persona che ha scritto le opere di  William Shakespeare. Invece per quanto riguarda I thriller nordici inizialmente conoscevo solo i romanzi di  Sjöwall & Wahlöö che in Germania erano già molto noti negli anni ’70/80.  Con il tempo ho poi fatto la conoscenza con I miei due autori scandinavi preferiti:  Henning Mankell e Stieg Larsson. Entrambi mi hanno influenzato molto. (Ora sapete perchè scrivo romanzi così lunghi). Penso che I film e e le serie tv prodotte nei paesi nordici, come  “Forbrytelsen / The Killing”, siano interessanti quanto I romanzi.

 a cura di Giuliana Pollastro

(Traduzione di Manuela Fontenova)

Di Harald Gilbers:

berlino 1944 harald gilbers

IL LIBRO – Berlino capitale, primavera del 1944: viene ritrovato il cadavere di una giovane ragazza tedesca sfigurato ed orrendamente mutilato. La posizione e il luogo in cui è stata trovata la vittima e il modus operandi dell’assassino, sembrano suggerire che egli abbia voluto lanciare un messaggio forte e chiaro; tale ipotesi viene confermata al primo omicidio ne seguono altri. Comincia cosi una corsa contro il tempo alla ricerca dell’assassino…