Intervista al traduttore Giovanni Arduino




A tu per tu con il traduttore

L’angolo del traduttore ha incontrato Giovanni Arduino, autore, sceneggiatore e “voce italiana” di scrittori del calibro di  Stephen King.

 

1) Giovanni, addentrandomi nella tua biografia, la prima cosa che mi ha colpito è che sicuramente NON sei nessuno, ma uno e centomila si! Editor prima e consulente editoriale dopo (Sperling Kupfer, Elliot, che hai contribuito a fondare, per citare due case), scrittore sotto vari pseudonimi, tra cui Joe Arden, autore tutto  splatter, mostri e adrenalina   e strizzate d’occhio all’horror e Jonathan Snow, autore di favole edificanti tenere e commoventi, ghostwriter, talent scout di autori, giornalista, regista di corti e lungometraggi e lascio per ultimo traduttore, ma solo perché ci soffermeremo più avanti proprio su questa tua veste.  A questo punto, anche stuzzicata dal fatto che hai chiamato il tuo blog Un bel posto dove nascondersi.. ti chiedo  chi è Giovanni Arduino? Tutto questo o qualcuno di ancora diverso? Qual è il filo comune che lega queste tue attività e, dal momento che le svolgi tutte molto bene, come ci riesci?

Ho chiamato  il mio  blog  Un bel  posto dove nascondersi  perché lo considero il mio angolino, lo spazio dove me ne sto ‘buono’, dove c’è il mio curriculum minimo, per chiunque voglia consultarlo, e un po’ della mia biografia.   C’è poi da dire che negli anni  ho aperto tantissimi blog,  ma essendo una frana a fare  backup con tutti gli  annessi e connessi,   sono andati persi nel tempo dati, elementi, immagini. Il mio primo sito, che si può ancora vedere forse con  Wayback Machine  su Google o strumenti analoghi, lo avevo aperto se non sbaglio nel 1997 o qualcosa del genere, poi ce ne fu un altro, poi un altro ancora. Quest’ultima incarnazione, che ho aperto nel 2011 e che per il momento resiste,  perché esiste WordPress più che altro,  in quanto neanche di questo ho fatto un backup completo, voleva essere un luogo virtuale, appunto, dove starsene un pochino appartati, ogni tanto pubblicare qualcosa; cosa che faccio in effetti abbastanza di rado, anche perchè già nel 2011 i blog avevano  perso molto ‘appeal’ (eccezion fatta forse per i blog letterari, di cucina o di informatica), nel senso che  sono stati spodestati dal microblogging. Di fatto la mia bibliografia nel blog è davvero minimale: ci sono cose che non posso dire, altre che non voglio dire o inserire, altre ancora che non mi sembra il caso di mettere, sennò diventerebbe di una lungaggine eccessiva.
Per quanto riguarda i miei vari pseudonimi, li ho usati dal momento che mi piaceva, mi piace, scrivere cose molto diverse tra loro;  il  problema è che sono davvero tanto diverse tra loro, per cui alla fine ho dovuto per forza differenziare la mia produzione, anche come nome proprio; considera ad esempio che i libri scritti come Joe Arden passano dal noir all’horror più in senso stretto, fino al  fantastico. Quando ho iniziato Maniax  o anche  Il libro gioco di Stephen King, che è una sorta di saggio giocoso o libro gioco appunto, per sentire comune si considerava che  un autore di genere dovesse avere un nome anglosassone, ossia non si concepiva che un autore italiano fosse in grado di scrivere qualcosa di ‘genere’. Per la narrativa rosa un po’  più di ‘tolleranza’ c’era,  ma per  quella fantastica proprio no, tanto che mi ricordo ai tempi, al Salone del libro di Torino avevo una serie di interviste, ma la metà vennero annullate quando scoprirono che Joe Arden era italiano. Eravamo proprio in un altro mondo, anche se questo vale  ancora un po’ adesso.  Per contro c’è anche chi dice  che, se Stephen King si chiamasse Stefano Re (battuta che viene fatta abbastanza spesso), e fosse nato in Italia non avrebbe mai avuto una carriera simile.  Ora, a parte la banalità del discorso, generalmente a questo rispondo intanto vediamo di trovare qualcuno che scriva come Stephen King, poi ne parliamo.
Mi chiedi come faccio a far tutto così bene. Beh, bene non lo so, ma so di essere  molto curioso su tutto, mi piace far tante cose diverse tra loro, e se una cosa non l’ho mai fatta, mi piace e mi interessa, generalmente  mi butto, ci provo,  senza la fiamma sacra del ‘sicuramente sono più bravo di’.
Personalmente non ho uno spiccato spirito di gruppo, non amo lavorare in  team tranne rare eccezioni, quindi le teorie motivazionali di stampo americano,‘se ci credi puoi farlo’, quelle cose tipo da programmazione neuro linguistica , da guru, su di me hanno poca presa.

 

 

2) E’ fuorviante la sensazione che in te convivano allegramente, in quanto risulti una persona molto solare ed autoironica, il bianco e il nero e non ci sia spazio per le sfumature? Mi riferisco a vari dettagli, ed esempio Joe Arden (ardente, fuoco?) scrive col lanciafiamme, Jonathan Snow (candore, neve?) scrive con lo zucchero filato. Hai  portato in Italia Nicholas Sparks, Rosemary Altea ma anche Marilyn Manson. Hai tradotto, solo per citarne alcuni tra i moltissimi titoli che hai fatto,  “Il libro della giungla” di Kipling (Piemme 2001), “Senza tregua” di Dean Koontz (S&K 2010), Glenn Cooper “I custodi della biblioteca” (Nord 2012), Nelson Mandela “Parole per il mondo” (S&K 2012) e parecchi Stephen King. Si percepisce molto il fatto che nella maggior parte dei casi almeno, ti piaccia davvero quello che fai  e non ti sia semplicemente imposto da logiche lavorative. E’ davvero così, oppure ti metti in “disparte” e valuti razionalmente in ottica di quello che in un dato momento  può avere maggior o minore presa sul pubblico?

Fortunatamente, lavorativamente parlando,  ho sempre avuto la facoltà di scegliere e  di poter fare il  lavoro che  mi piaceva, valutando proposte e correndo rischi, anche  mollando lavori che non  mi piacevano più.
Per quanto riguarda  luce e ombra che coesistono in armonia (sorride, ndr) in realtà, come credo accada in ognuno di noi, non è così ‘armoniosa’ la faccenda. Lo pseudonimo, Joe Arden è nato perché mi chiamavano così da ragazzino quando andavo in skate; Jonathan Snow invece  è nato ai tempi del mio romanzo “Il regalo più bello”, ispirato da un film che amo molto, che a sua volta poi è tratto da un’opera letteraria, “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, uno tra i miei registi preferiti delle classiche commedie americane, anche se chiamarle così è un tantino riduttivo, e che, in tema  di luce e ombra  tra l’altro contiene  una buona dose di  “cattiveria” dentro,  perché se uno guarda bene  il cattivo, ad esempio, alla fine non viene punito. Tornando a Snow, io avevo scritto inizialmente “Il regalo più bello” per  Piemme, pensando di proporlo  attraverso il mio agente come racconto natalizio. Poi lo ha letto il direttore editoriale della Sperling, dove lavoravo, e mi ha detto “ma come, lo dai alla Piemme? “ Allora ho detto ok va bene, troviamo però uno pseudonimo, c’è la neve, quindi Snow, (ben prima del Jon Snow del Trono di Spade),  poi Jonathan suonava bene, come “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach (libro che peraltro non amo particolarmente, anzi).  Così è rimasto Jonathan Snow.cEcco, quello che tu mi dicevi, cioè se scrivo le cose pensando ad un pubblico, mi riporta ad una bella frase di Andrea Pazienza, Autore che adoro,  che dice: “ Io penso ai soldi al massimo prima o dopo, mai durante” e questo  è anche il mio approccio. Nel senso che  penso indubbiamente ad un pubblico, perché sennò le cose uno se  le tiene per sè e stop. Però seguo molto la mia indole, e  la dimostrazione è che ai tempi ho scritto appunto “Il regalo più bello”, poi per continuare la serie, “La stella degli angeli”, e  poi mi sono stancato di queste storie, anche se tutti avrebbero voluto che  continuassero e ho cominciato il terzo, perché avevo un contratto per tre libri, scrivendo una storia un po’ diversa, un po’ autobiografica, proprio perché ero giunto a saturazione. Avrei potuto campare sulla storia del piccolo Mark, ma ad un certo punto ho sentito che era il momento di cambiare. Anche gli pseudonimi sto cercando di abbandonarli, però mai dire mai.

 

 

3)  Arriviamo alla tua attività di traduttore. Come si svolge nella pratica ? Quale libro ti ha dato maggior soddisfazione tradurre, il primo, l’ultimo, oppure?

Provengo da una famiglia dove mio padre faceva il  dentista e mio nonno l’avvocato, per cui quando  mi sono iscritto a Lettere dopo aver fatto il liceo classico  apriti cielo! Una cosa tipo  Disgraziato!!! (ride ndr) O fai medicina oppure, come ha poi fatto mia sorella, giurisprudenza. Ho scelto Lettere perché onestamente non me la sentivo nè di fare odontoiatria nè giurisprudenza, dicendomi adesso però  devi trovare qualcosa con cui guadagnare. Così ho iniziato a tradurre qualcosa per il Politecnico di Torino e poi ho cominciato a Milano a fare varie collaborazioni, letture, traduzioni anche industriali; la lingua inglese la conoscevo bene, avendo anche vissuto un anno in America, senza aver fatto corsi di traduzione, che in certi casi possono essere utili, per esempio a Milano c’è la Civica Scuola Interpreti e Traduttori, ottima  scuola,  l’unica che consiglierei, poi come docente c’è Franca Cavagnoli,  traduttrice eccelsa, chapeau sempre e comunque. A parte questo, io sono un traduttore un po’ ‘in prestito’, perché faccio sempre tanto altro. Per me il lavoro di traduzione, da un punto di vista proprio brutale consiste in numero di cartelle diviso numero di giorni, uguale un tot di cartelle al giorno. Poi naturalmente ci sono le variabili legate alla difficoltà del testo e ad altri fattori.  Per dire un Autore come Stephen King lo conosco veramente  come le mie tasche, perché sono stato suo editor, perché mi piace, perché abbiamo interessi in comune; ho scritto tanto su di lui tra saggi, libri e articoli, ho tenuto conferenze, magari quindi per me sono  altri Autori a risultare  più ostici. La prima traduzione che ho fatto era di un libro veramente brutto,  “Il sangue del male”. È andata così,  poco prima che partissi militare,  mi hanno proposto, (tieni conto che sfornavo centinaia di letture per la Sperling, tanto che poi sono andato a lavorarci come editor per la narrativa straniera), due libri da tradurre in due mesi. Mi sono detto proviamoci. Uno l’ho tradotto in un mese e l’altro l’ho finito praticamente il giorno che sono partito per il  militare. Il primo, come ti dicevo, era pessimo, l’altro invece si intitolava  “Padre delle tenebre” ed era davvero bello. Un romanzo  un po’ alla Ray Bradbury, scritto da un  Autore di origini italiane, Tom Piccirilli,  che purtroppo è mancato tre anni fa.
Libri che mi ha dato molta  soddisfazione tradurre sono indubbiamente “Revival” e “Joyland” di Stephen King. “Revival” perchè secondo me è un libro potente, zeppo di  riferimenti ai padri di Stephen King, da Lovecraft, alla Shelley e così via. E’ un libro che mi ha colpito molto, anche  perchè mi sono detto per un uomo, allora di quasi settant’anni, scrivere un libro di questa forza, beh tanto di cappello… e “Joyland” invece perchè mi sono proprio dovuto inventare, così come lo ha inventato King, il  gergo con cui parlano questi giostrai, quindi si è trattato di ricostruire non solo un mondo, ma proprio il linguaggio con cui si comunicava in questo mondo. In questo senso, nonostante non sia un romanzo lunghissimo, “Joyland” è stato anche quello  più difficile da tradurre. Invece, per quanto riguarda il penultimo che  ho tradotto “Sleeping Beauties”, più che altro lì la difficoltà è stata la mole, perché stiamo parlando di un romanzo che supera le 900 cartelle.. ed è stato il libro che mi ha fatto dire, adesso prendi un po’ di respiro, perchè mi ha proprio massacrato fisicamente. Lo ho tradotto durante l’Estate, non potendo per altri impegni farlo prima, e ci ho impiegato, facendo anche altre cose, Maggio, Giugno, Luglio, Agosto e parte di Settembre. La traduzione, se fatta bene, è un lavoro massacrante, di tanta concentrazione. La mente sempre lì, anche quando non sei davanti al pc.

 

 

4) Quanto pensi sia importante il ruolo del traduttore nella resa stilistica di un libro? Ritieni che un ottimo traduttore debba anche essere un buono scrittore, e qui entriamo  nel dibattito sull’autorialità del traduttore, oppure è sufficiente essere esperto della lingua ed affidarsi dunque alla più completa fedeltà al testo originale?

Il traduttore è un Autore a tutti gli effetti, è l’Autore della versione italiana del libro. Poi non deve per forza di cose essere anche uno scrittore o averne velleità; io scrivo, anche e soprattutto,  ma questo è un caso. Di sicuro un traduttore, nel tradurre un libro deve metterci tanto di suo dentro. Per questo per me la traduzione è parecchio stancante, perchè la intendo e la vivo in maniera  molto fisica, anche perché in caso contrario diventerebbe un elenco della spesa. La traduzione peggiore è la traduzione letterale. Innanzitutto perchè la vera e propria traduzione letterale non esiste , e, anche ammettendo che esista, sarebbe una pessima traduzione. Allora è meglio tenersi quella di Google Translate. Devi metterci davvero tutto te stesso per fare un buon lavoro, perché, pur nel rispetto dell’originale, siamo sempre nel campo dell’interpretazione. Per questo la traduzione ti succhia tutto ciò che di meglio hai. Lo pretende. Non per niente esistono traduttori che a un certo punto hanno dovuto smettere o addirittura si sono suicidati, ci sono casi così, perchè è un lavoro fisico e che pretende tu metta in campo tutto ciò che hai. Mettere anima nella traduzione non vuol dire imporsi sull’Autore, o sostituirsi, ma indubbiamente fare scelte precise. Poi io ho un modo di tradurre che traspare nelle cose che faccio, e che può piacere o meno. Certo ci metto tutto me stesso.

 

 

5) Nello specifico, scorrendo  l’elenco di libri da te tradotti, non può non saltare agli occhi quanto ricorra il nome di Stephen King. Cosa rappresenta per te? Come è il tuo “rapporto” con questo autore e come ti rapporti con lui, sia come lettore che come traduttore?

Stephen King è stato il primo Autore di narrativa che ho letto, tra i 14 e i 15 anni, prima leggevo praticamente solo fumetti, perchè da ragazzino, mia nonna, donna religiosissima, mi aveva regalato dei terribili condensati, tipo  Selezione del Reader’s Digest, però fatti dalle Paoline, contenenti parti un po’ edulcorate di romanzi per ragazzi, tipo “Capitani Coraggiosi”. Allora io per reazione leggevo fumetti.  Poi è capitato che mia zia mi regalasse “A volte ritornano” di Stephen King, e quello è stato il primo libro che ho letto da ragazzino. Una rivelazione, lo ho letto tutto in un giorno e poi sono andato subito a cercare per  tutta Torino (tra l’altro era piena estate) altri libri di King tipo “Carrie”, “Shining”, allora se ne trovavano pochi perchè ai tempi non vendeva tantissimo. Da lì comunque ho iniziato a ‘leggere’. Grazie a questa esperienza, quando sono andato a lavorare  alla Sperling ero quello che ne sapeva di più di Stephen King, avevo letto tutti i suoi libri, tutte le sue interviste, c’era tutto il fandom internazionale con cui ero in contatto e alcune Università americane che cominciavano a considerare King come Autore di  livello. Ho partecipato a convegni, altri li ho tenuti. Tra parentesi,   adesso si sta verificando una tendenza che  per certi aspetti trovo anche un po’ pericolosa, con certi “intellettuali” che vogliono nobilitare King cercando in lui presunte radici che non ha.  Ho letto e spesso criticato alcune di queste operazioni tipo ‘è ora che Stephen King venga riconosciuto …’, fatte da parte di chi cerca in King qualcosa che non c’è.  Sforzandosi di “nobilitarlo”, appunto. Sarebbe come prendere un pezzo dei Ramones, degli AC/DC o di Bruce Springsteen e metterci sotto un quartetto d’archi. Queste operazioni accadono anche con altri Autori; ad esempio di un bravissimo Autore che ha scritto sempre western, Larry McMurtry, recentemente Einaudi  ha ripubblicato (era già stato pubblicato da Mondadori) “Lonesome dove”, mantenendo il titolo originale. Be’, nell’ottica di questa operazione “nobilitante” alcuni sono arrivati a paragonare McMurtry ad altri Autori tipo Cormac McCarthy, quando basta leggere una qualunque intervista a McMurtry per sentirlo dichiarare che McCarthy non ha mai capito niente del west o del Texas perchè non ci ha vissuto. Larry McMurtry è un Autore western e un Autore realista americano di grande importanza, un premio Pulitzer e un ottimo sceneggiatore cinematografico, basta già questo…  non serve mettergli lo smoking per presentarlo in società.

 

 

6) In particolare di cosa ti stai occupando adesso? Hai in progetto o nei pensieri qualche nuova sperimentazione o “sfida” professionale?

Da qualche tempo scrivo soggetti e sceneggiature cinematografiche perchè mi sono sempre piaciuti molto i dialoghi. Secondo me i dialoghi sono fondamentali. Quando traduco un libro e anche quando lo scrivo, recito ad alta voce interi pezzi dialogati, perchè voglio sentirne il suono, il ritmo, come funzionano. Questo è anche un consiglio che mi sento di dare a tutti quanti scrivono o traducono,  cioè di leggere ad alta voce, concentrandosi sul suono. Qualche anno fa ho scritto una sinossi per un romanzo e sinceramente mi sono  state fatte, attraverso il mio agente, delle offerte abbastanza basse. Così, per caso,  ho deciso di svilupparlo come sceneggiatura direttamente in inglese.  L’ho proposta ad un produttore internazionale, e da lì è nata una serie di progetti e possibilità. E’ stato notato che riesco molto bene nei dialoghi, anche ad alleggerirli in certi casi. E così ho cominciato ad intervenire in alcune produzioni come script doctor. Questa cosa delle sceneggiature intendo proseguirla e portarla a termine anche in modo più ordinato, dedicandomici maggiormente. Si tratta anche qui di correre un rischio. Io sono un tipo abbastanza ansioso, quando si parla di scadenze, di tempi di consegna, ma lo sono meno sulle scelte che faccio per cui si vedrà.
Poi magari scoprirò e mi cimenterò in altre cose. Ad esempio lo scorso anno in occasione del Salone del libro di Torino, Loredana Lipperini e io abbiamo ideato e condotto una kermesse di due ore su Stephen King, non lo avevo mai fatto ed è stato impegnativo ma divertente. Altra cosa che non avrei mai pensato di fare era scrivere libri di saggistica piuttosto “alta”; invece proprio dalla conoscenza e amicizia con Loredana  sono nati due saggi, “Morti di fama” e “Schiavi di un dio minore”.

 

 

7) So che non lo rivelerai nemmeno sotto tortura, ma ci provo ugualmente, perché la curiosità mi divora e non mi perdonerei per non avertelo chiesto… qual è il nome dell’ “arcinoto scrittore americano” che nel 2011 ti ha suggerito di   passare freelance?

Non si farà mai questo  nome (sorride, ndr)… ma non è Stephen King! Era capitata una conversazione con un Autore molto noto, si parlava di come l’editoria è cambiata in modi nei quali io non mi ritrovavo più molto, mi chiedevo cosa faccio mi ci ributto dentro come avevo  fatto fino a pochi mesi prima o cerco di guardarla dall’esterno .. allora anche le parole di questo famoso Autore ‘mascherato’… mi hanno fornito la spinta in più per  dare, ancora,  una svolta…….
Giovanni Arduino

Mille grazie davvero a  Giovanni Arduino per la disponibilità a raccontarsi e a raccontarci, in questa chiacchierata stimolante, vivace e piena di spunti da approfondire.

Sabrina De Bastiani

A cura di Sabrina De Bastiani



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