Intervista alla traduttrice Franca Cavagnoli




A tu per tu con il traduttore

 

 

Franca, la tua esperienza e visione d’insieme del mondo letterario è di grande ampiezza: sei autrice, traduttrice ed insegnante presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori di Milano e l’Università degli Studi di Milano. Quali di questi ruoli senti più “tuo” e come ti approcci a ciascuno di loro?

Li sento tutti “miei”: ognuno corrisponde a una parte di me. Scrivere e tradurre letteratura sono attività affini. Quando traduco scrivo in italiano i libri degli altri. Certo, la storia è stata concepita da un’altra persona, ma il lavoro che si fa sull’italiano è lo stesso di quando si scrive in proprio. La differenza sta solo nel tipo di responsabilità: quando scrivo le cose mie mi sento responsabile solo verso me stessa e chi mi legge. Quando traduco, invece, mi sento responsabile verso me stessa, chi legge e chi ha scritto il testo originario. Questa responsabilità verso le scrittrici e gli scrittori a cui do voce in italiano la sento molto forte. Scrivere e tradurre sono attività solitarie – non potrei fare solo questo, posso dedicarvi solo una parte della mia giornata. Insegnare mi permette di condividere quello che ho imparato, di facilitare l’accesso alla scrittura e alla traduzione ad altre persone, nella speranza che non perdano tempo con falsi problemi e che per loro l’anticamera sia meno lunga.

I tuoi romanzi, e penso in particolare a Una pioggia bruciante e Luminusa, sono molto contestualizzati storicamente e la Storia è parte integrante e movente per raccontare vicende umane davvero forti.  Si percepisce   l’importanza che attribuisci al contesto come mezzo per comprendere e, dove ve ne sia margine, giustificare atti e scelte di vita dei personaggi. Trovi corretta questa  lettura? Quale è il tuo pensiero in proposito?
Sì, all’università ho studiato due anni Storia prima di decidere di laurearmi in Lingue. È sempre stato uno dei miei interessi più forti, fin da ragazzina, quando lessi Le avventure di Huckleberry Finn e mi colpì molto la storia di Jim, lo schiavo nero. Ma la Storia è diventata di primaria importanza in ciò che scrivo grazie al confronto con le autrici e gli autori che ho tradotto. Aver lavorato tanto con la letteratura postcoloniale anglofona mi ha portata a guardare con altri occhi alle pagine più turpi della nostra storia coloniale, ai luoghi comuni che ci dipingono come “Italiani brava gente”. No, gli italiani sono stati come tutti gli altri colonizzatori – nel 1935 hanno perfino scaricato fusti di iprite sulle popolazioni del Corno d’Africa in spregio delle convenzioni internazionali. Abbiamo usato i gas tossici contro gli africani – è questa la “pioggia bruciante” a cui allude il titolo del mio primo romanzo – e poca gente lo sa nel nostro Paese. Luminusa ne è la logica conseguenza. Piangere i morti nel Mediterraneo di questi anni, volerne conservare la memoria, gli oggetti a loro appartenuti, come cerca di fare Mario, il protagonista, dovrebbe essere un dovere per noi italiani visto che la maggior parte dei profughi dall’Africa viene proprio dal Corno d’Africa. Avremmo la possibilità di riparare ai torti che abbiamo inflitto quasi un secolo fa. E invece si torna a parlare di respingimenti o si fermano i profughi costringendoli a morire, o a vivere una non-vita, nelle carceri libiche, una decisione dissennata del governo precedente.

Sei una traduttrice di cui è riconosciuto e indiscusso il grande valore.   Come hai cominciato e quali sono state le esperienze chiave, gli errori (se ci sono stati) dai quali hai tratto i maggiori insegnamenti? Cosa rappresenta per te la traduzione, sia in senso “pratico” che a livello “autoriale”?

Ho cominciato a tradurre grazie a Giuseppe Pontiggia, il mio maestro. Avevo seguito i corsi di scrittura creativa che teneva presso il Teatro Verdi di Milano. È stato lui a incoraggiarmi a scrivere e tradurre. Avere lui come “lettore” è stato molto importante: un lettore attento, non compiacente, che mi diceva cosa secondo lui andava bene e quello su cui dovevo ancora lavorare. Le esperienze più importanti sono state con quelle editor – Renata Colorni, Anna Ravano, Giulia Arborio dell’Adelphi – che hanno continuato il lavoro di Pontiggia, segnalandomi soprattutto ciò che non andava bene: le aderenze pigre al testo originale ma anche gli inutili voli pindarici. Mi hanno insegnato a trovare la misura per far sentire in italiano la voce degli autori e le loro asperità, mi hanno insegnato a non “tagliar via sul testo”, come si dice. La traduzione è il modo che ho trovato – sia quando traduco sia quando scrivo, dentro di me e fuori, nella letteratura come nella vita – per essere sempre sulla soglia, sul limen, lungo la linea di confine, alla frontiera. Come ha scritto Alessandro Leogrande: “Di qua c’è il mondo di prima. Di là c’è quello che deve ancora venire, e che forse non arriverà mai”.

Tra gli autori ai quali hai dato voce italiana spiccano Nadine Gordimer, Toni Morrison, William S. Burroughs, Mark Twain, James Joyce.  Hai un ricordo o sensazione in particolare per ciascuno, legata ai loro libri nel mentre che li traducevi?
Stavo traducendo Gordimer quando è caduto il muro di Berlino. E per me lei è indissolubilmente legata all’Inno alla gioia, che ho ascoltato per giorni a tutto volume mentre la traducevo. Gordimer e Beethoven uniti per sempre dentro di me. Gliel’ho anche detto quando l’ho conosciuta a Johannesburg l’anno dopo. Di Morrison risento la voce profonda, bassa, con quella sua nota dolente, mentre a Mantova mi racconta un episodio molto doloroso della sua infanzia.  E la sua voce l’ho risentita ogni volta che, mentre traducevo, ritrovavo nelle sue pagine quella nota dolente. Legati a Burroughs sono i miei dizionari sfasciati per averli scaraventati più volte contro il muro quando restavo inchiodata per tre ore su una frase di Uncle Bill e non ne venivo fuori. Mentre ritraducevo Pasto nudo mi si sono riacutizzate tutte le paure e le fobie che non avevo più da anni, e per due anni mi sono confrontata quotidianamente con la mia impotenza. Mark Twain e Joyce ho scelto io di ritradurli: Huck Finn ha segnato la fine della mia infanzia, mentre Un ritratto dell’artista da giovane è stato uno dei libri fondamentali della mia adolescenza. Il primo mi ha regalato l’amore per la Storia e il secondo la passione per la politica. Mentre traducevo Huck ritrovavo me stessa bambina che passava la lucidatrice con una mano, perché mia madre me lo aveva chiesto, tenendo gli occhi fissi sul libro di Twain nell’altra mano – non riuscivo a staccarmene. Ho molta gratitudine per Aldo Busi che me ne ha affidato la traduzione. Mentre lavoravo al primo capitolo del libro di Joyce, invece, al pomeriggio mi veniva sempre qualche linea di febbre e il cuore batteva forte. Lo stesso durante i sermoni di padre Arnall nel terzo capitolo.

Nella tua carriera di traduttrice hai vinto numerosissimi premi: il Premio Fedrigoni – Giornate della traduzione letteraria, il Premio nazionale per la traduzione del Ministero dei Beni Culturali… In particolare volevo però soffermarmi sul Premio Gregor Von Rezzori, che ti è stato assegnato per la tua traduzione de Il grande Gatsby di F. S. Fitzgerald. Conoscevi già il romanzo in lingua originale o in precedente traduzione? Se ogni traduzione implica un apporto personale del traduttore al testo originale, quale è stato il tuo?

Sì, lo avevo letto nell’adolescenza nella traduzione di Fernanda Pivano e poi l’ho letto e riletto più volte nel corso della mia vita, sempre in inglese. Credo che l’aspetto per me più importante di quel testo fosse far arrivare al lettore italiano tutta la vaghezza di cui il romanzo di Fitzgerald è impregnato. Nick, che ce ne racconta la storia, è un narratore molto incerto, costella il suo racconto di ‘forse’, ‘magari’, ‘può darsi’. L’aggettivo ‘vago’, poi, ricorre molte volte. Fino alla fine non sappiamo che lavoro fa veramente Gatsby, così come non sappiamo se ha studiato davvero a Oxford o se lo ha solo lasciato credere. Anche il suo amore per Daisy è sfumato, appena accennato – è un amore che vive soprattutto nella testa di Gatsby. È questa la grandezza del romanzo – narra una meravigliosa ossessione d’amore. Una luce evanescente avvolge il romanzo, tenue, e tutta questa vaghezza doveva arrivare anche al lettore italiano. E poi la scrittura di Fitzgerald è molto ellittica, lascia fuori tanto, lascia un grande spazio al non detto, chiede impegno e concentrazione a chi legge.

Dal libro sono state tratte due importanti versioni cinematografiche, una nel 1974, per la regia di Jack Clayton, protagonista Robert Redford, una nel 2013, regia di B. Luhrmann, protagonista Leonardo Di Caprio. In riferimento al libro e al tuo “sentire” personale cosa pensi di questi adattamenti?

Preferisco il primo. Il copione di Francis Ford Coppola attinge a piene mani dal Gatsby di Fitzgerald, dopo che sul testo ci ha lavorato anche Max Perkins, il celebre editor di Scribner che è stato anche l’editor di Hemingway e di Thomas Wolfe. A noi che guardiamo arriva un personaggio che somiglia molto al Gatsby che troviamo nel romanzo. Luhrmann, invece, si è ispirato al primo Gatsby, quando il personaggio era ancora tagliato con l’accetta, prima che Fitzgerald e Perkins decidessero di avvolgerlo nella sua mirabile vaghezza. È un peccato. Ho provato un senso di straniamento per tutta la durata del film. E dire che Luhrmann è un regista in gamba – basti pensare al suo stupendo  Romeo + Juliet, ma anche a Moulin Rouge.

Nel tuo saggio “La voce del testo – L’arte e il mestiere di tradurre”, racconti, descrivi le tue esperienze di traduttrice e di insegnante di traduzione.  Il titolo, La voce del testo, che trovo bellissimo, è la chiave di lettura fondamentale; tradurre significa di fatto dare voce alle parole in una lingua diversa da quella con la quale sono state pensate, tradurre “È prima di tutto un fare esperienza dell’opera da tradurre e nello stesso tempo della lingua in cui quell’opera è scritta e della cultura in cui è germinata. E subito dopo è un fare esperienza della lingua madre e della propria cultura, che deve accogliere, vincendo ogni possibile resistenza, la diversità linguistica e culturale del romanzo o del racconto da tradurre. […]”.  È corretto dire che l’insegnamento della traduzione non possa che partire da questo presupposto emozionale ma oggettivo? Come si insegna per contro a far emergere la cifra soggettiva che un buon traduttore deve avere e, soprattutto, come se ne riconosce la presenza, l’attitudine a …?

Credo che per tradurre la letteratura sia essenziale essere sulla stessa lunghezza d’onda di chi ha scritto il libro al quale si sta lavorando. Essere in sintonia. Non ho mai tradotto libri che non ‘sentissi’ risuonare dentro di me. Ed è sulla lettura che insisto quando insegno: vorrei che chi ho in classe comprendesse prima di tutto se si sente o no in sintonia con il testo che ha davanti. Leggo sempre ad alta voce davanti a loro i brani che scelgo, per far sentire le pause, il ritmo, le accelerazioni. Per far sentire se ci procura emozioni. La lettura è fondamentale e consente di fare già una metà del percorso. Leggere, ascoltare il testo. È indispensabile per accoglierlo dentro di sé e poi cercare nella propria lingua le parole per dirlo. Quando si traduce entrano in conflitto due modi di concepire la lingua e il linguaggio, ma anche due immaginari che possono essere molto diversi – quello di chi scrive e quello di chi traduce. È importante collaborare con l’autore che ha scritto il testo e non viverlo come un nemico da sopraffare. Porgere la penna all’altro, per così dire.

Adesso. Come autrice, hai una storia nel cuore che vorresti raccontare? Come traduttrice, hai nel cuore un libro che vorresti tradurre?
Sto scrivendo un libro su mia madre a cui penso da undici anni. Mi piacerebbe ritradurre Three Lives di Gertrude Stein.
Franca Cavagnoli

Un vero onore ed una fortissima emozione dialogare con Franca Cavagnoli, che ringrazio di cuore per la squisita disponibilità.

Sabrina De Bastiani

A cura di Sabrina De Bastiani



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