Intervista: LA PAURA




A tu per tu con gli autori…

 

Alessandro Berselli, Erica Arosio, Giuseppe Cozzolino, Piera Carlomagno, Angela Capobianchi, Enrico Luceri, Luca Servini e Roberto Carboni rispondono:

 

 1) Perché scrivere di paura?

2) Quali sono le tre regole base in narrativa per trasmettere paura al lettore?

3) Qual è il senso della sua partecipazione ad un evento dedicato alla trasmissione della paura al lettore o allo scrittore?


 

 

Alessandro Berselli

1)  La paura, soprattutto quando non reale, è spaventosamente affascinante. Ci consente di andare a dialogare con il nostro lato oscuro senza correre pericoli, giocando con adrenalina ed emozioni. Non è un caso che il cinema horror continui ad avere ottimi riscontri ai botteghini anche con prodotti mediocri, è il mood prodotto negli spettatori a stabilirne il successo.

2)  Alternare la paura alla strategia della pausa, la suspense tra  un colpo di scena e l’altro. Durante le mie lezioni dico sempre che dobbiamo pensare alla doccia scozzese: venti secondi di acqua fredda, due minuti di acqua calda. Colpire il lettore quando non se lo aspetta, mentre si rilassa

3)  Confrontarmi con linguaggi diversi, modalità diverse, maniere differenti. E vedere le reazioni del pubblico di fronte alle nostre convinzioni di scrittori. Presunzione e umiltà. Da una parte sostenere le nostre tesi su come si induce paura, dall’altra ascoltare la controparte, i fruitori delle nostre storie.

 

 

Erica Arosio

1)  Non scrivo  solo di paura: la paura in quanto emozione forte è un ingrediente che dà sapore a una storia, insomma è un’ottima spezia per tenere desta l’attenzione, per guidarti in una trama e per stare più appresso a un personaggio. Credo che però non possa sovrastare tutto il resto. Nella vita esistono diverse tipologie di paura, c’è quella passiva e paralizzante, la paura che ti invade di fronte a una violenza, la paura reale che ti fa scoppiare il cuore. ,Poi c’è quella onirica, la paura mediata e raccontata,, quando scrivo è a questa che faccio riferimento e a tutte le emozioni suscitate nel corso del tempo da letture, film, opere d’arte, musica, maestosità della natura.. Questo è un sentire più complesso che ha a che fare con l’inquietudine e l’incertezza, col mistero, un’emozione che ti spinge a capire, a sognare e che affina l’intuizione. Se tutto nella vita fosse chiaro, Ulisse non avrebbe mai oltrepassato le Colonne d’Ercole

2)  1. Creare un’atmosfera in cui inserire la situazione, far alzare la nebbia.
2. Alternare eventi noti con altri inaspettati: la sorpresa è fondamentale.
3. Suscitare empatia e identificazione: la paura che si racconta deve saper toccare il nervo scoperto del lettore.

3)  Cinemascope il giallo che ho scritto con Giorgio Maimone è la terza indagine, dopo Vertigine (2013) e Non mi dire chi sei (2016) dell’avvocato Greta Morandi e dell’investigatore Mario Longoni (Marlon) nella Milano degli anni 50 e 60. Molto più dei precedenti quest’ultimo libro si ispira alle atmosfere degli anni d’oro del Noir hollywoodiano e francese ed è un omaggio dichiarato a quel periodo eroico che tanto spazio occupa nell’immaginario degli appassionati, sia come contenuti che come estetica. Non a caso i titoli dei capitoli di CINEMASCOPE sono „rubati“ a quelli di alcuni dei più famosi film dell’epoca. La vicenda e molte  atmosfere sono esplicitamente ispirate a quelle storie.

 

 

Giuseppe Cozzolino

1)  Perché la Paura è nostra amica, ci tiene vivi, ci ricorda che dietro ogni porta, ogni vicolo, ogni finestra, l’Ignoto può stravolgere le nostre vite. Può indossare la maschera di Frankenstein o di un pazzo omicida, di un alieno antropofago o un terrorista disposto a farsi saltare in aria insieme a te.

2)  Di regole consolidate ce ne sono tante. A me però piace ricordare una regola semplice dello sceneggiatore Jimmy Sangster , scrittore di alcuni dei migliori horror della britannica Hammer (“La maschera di Frankenstein”, “Dracula il Vampiro”): un buon script del terrore deve avere tre “scene con urlo” al proprio interno: una all’inizio, una a metà e una in chiusura.

3)  Semplicemente raccontare la mia esperienza di Autore, Docente universitario, Produttore di Serie Web, Curatore di un Laboratorio di Cinema e Scrittura. E di comune “consumatore/collezionista” di film, libri e fumetti di paura.

 

 

Piera Carlomagno

1)  “Non c’è niente da temere altro che la paura” credo sia una battuta o una frase riportata all’inizio di un film di Eric Rohmer, uno dei maggiori esponenti della Nouvelle Vague. Il film, se la memoria non mi inganna, è “Le notti della luna piena”. Questo film, che andai a vedere a Napoli negli anni dell’Università, questa frase, me li sono portati dentro come un monito. Agire sotto la spinta della paura può far compiere azioni irreparabili, come ci aveva già insegnato il genio di Oscar Wild ne “Il delitto di lord Arthur Sevile”. La paura è forse lo stato emotivo determinante nella vita di ognuno di noi. Scriverne serve a tirarla fuori, da chi scrive e da chi legge, a renderla esperienza sensibile, che vada oltre l’angoscia che provoca e da cui, normalmente, è indivisibile.

2)  Se esistono, io non lo so, però direi che per trasmettere la paura bisogna provarla, avere una certa consuetudine con questa sensazione, poi essere capaci di fermare l’attimo, di far concentrare tutta l’attenzione del lettore sul presente e infine determinare il suo distacco in modo che possa godersela in santa pace. In poche parole far attendere il lettore, farlo sobbalzare e poi liberarlo raccontandogliela.

3)  Io parlerò della cronaca come fonte di ispirazione dei romanzi noir. E‘ un argomento che mi entusiasma perché sono una giornalista e per anni mi sono occupata di nera e giudiziaria. Ho raccontato i fatti peggiori e le persone più negative. Essere la nerista della redazione mi riempiva di orgoglio e la cronaca resta puro fascino per me. Ciò che accade davvero ha spesso dell’incredibile, ma la cosa più importante è la possibilità di raccontare la verità attraverso i romanzi. La libertà di chi scrive è immensa se si pensa al binomio cronaca-romanzo. E la paura generata dal telegiornale è quella più attuale.

 

 

Angela Capobianchi

1)  Nel mio caso, perché sono una persona ansiosa e paurosa. Come dice uno dei personaggi ne “La discendenza”, ho una percezione della realtà molto faticosa. In pratica vedo pericoli ovunque, e anche in una situazione di apparente normalità riesco a cogliere segnali di allarme e inquietudine. Dare corpo alle ombre e trasferirle sulla pagina scritta mi è quindi di grande conforto.

2)  Francamente, non so se esistano delle regole base, valide per tutti gli scrittori, e quante siano. Quello che so è che la paura è uno stato d’animo anticipatorio di qualcosa di fortemente negativo, per sé o per altri. Qualcosa che non è ancora accaduto e che non si sa neppure se accadrà. Lo spazio che intercorre fra la paura e l’evento temuto (fino al momento in cui questo avviene o in cui è certo che non avverrà) è occupato dal pathos, inteso come partecipazione, tensione e sofferenza. Maggiore sarà lo spazio del pathos, più intensa sarà la paura. Sempre, però, che il lettore partecipi empaticamente alle vicende del personaggio in pericolo, e addirittura subisca un processo di immedesimazione.

Non è detto, infatti, che l’evento paventato dal personaggio (e dallo scrittore) lo sia altrettanto dal lettore: c’è chi ha paura della povertà ma non delle malattie, chi della privazione della libertà personale ma non dei ragni, chi della sofferenza fisica ma non delle rapine. Un lettore può provare angoscia e solidarietà per chi teme – innocente -di finire in galera, ma non paura. Mentre, al contrario, essere terrorizzato al solo pensiero di una donna rinchiusa in un sottoscala infestato da ratti.

C’è un solo evento di cui tutti, generalmente, hanno paura: la morte. È una paura atavica, trasversale, universale (io, personalmente, la odio!). Quindi, a mio avviso, di questo va tenuto conto quando si vuole scrivere di paura e trasmetterla a chi legge. Che si tratti di un giallo, di un thriller o di un horror, poco importa. Non c’è lettore che non si spaventi quando in ballo non ci sono il patrimonio, la libertà personale, la posizione sociale, l’equilibrio fisico e mentale, ma la vita stessa del personaggio.

Un’ultima considerazione. Secondo la mia modestissima opinione, nessuno riesce a raccontare bene la paura se non la conosce personalmente e non la frequenta d’abitudine. Non bastano il talento, la tecnica o il mestiere. La Paura – come la Pietà – è una Signora seria e impegnativa, che bisogna trattare con molto rispetto. E che, come la Legge, non ammette ignoranza.

3)  Ho PAURA di non saperlo.

 

 

Enrico Luceri

1)  Perché è uno dei sentimenti più antichi e tuttavia dai meccanismi ancora in parte misteriosi.
Viene voglia di saperne di più, su questo sentimento così affascinante e pericoloso, e allora conduciamo una nostra inchiesta del tutto personale, e diamole un taglio quasi giornalistico.
Quando: due o tre secoli fa.
Dove: in una casa sperduta nella campagna italiana.
Chi: una famiglia riunita davanti al camino acceso, in una fredda sera d’inverno.
Cosa: una storia raccontata da qualcuno, che a sua volta l’apprese per tradizione orale da un altro. Una storia che spaventa, dove si annida il male.
Perché: non certo per conciliare il riposo, semmai una veglia angosciosa, o un sonno popolato da incubi. Infatti il nostro narratore racconta una storia spaventosa, piena di sangue, omicidi, magia, sortilegi, streghe, diavolerie e altre creature macabre.
Lo abbiamo detto, chi lo ascolta è una famiglia riunita.
Quindi anche i bambini?
Certo, soprattutto loro.
Perché raccontare storie così truculente e violente (oggi diremmo splatter) anche a loro?
Risposta: perché queste storie hanno un fine pedagogico. Insegnano, ammoniscono, minacciano. A diffidare dalle lusinghe del male, a evitarlo. Cedere alla tentazione, sarebbe punito severamente. Questa è la lezione, e chi la insegna deve essere convincente, incisivo. Può esserlo solo terrorizzando chi lo ascolta.
Fin qui ci siamo. E ora la nostra inchiesta deve scoprire dove si nasconde la paura.
Risposta: fuori da noi. La paura è provocata sempre da qualcun altro, o in qualche altro posto.
Una conclusione rassicurante, in fondo.
È proprio così?
Forse sì.
Io però credo che la paura sia stata nascosta in misteri, enigmi, leggende, miti ed esoterismo per confondere le acque. Per negare una verità ben più spaventosa. Il nascondiglio della paura è un altro.
Per scovarlo, basta spegnere la luce.
Da sempre il buio fa paura.
Eppure le cose, al buio come alla luce, sono sempre le stesse. E allora cosa cambia? Che al buio, quelle cose, non le possiamo vedere. E allora le immaginiamo. È la nostra mente a renderle spaventose. Quell’impasto di rancori, rimorsi, rimpianti, in una parola emozioni, custodito in un ricordo freddo e doloroso in fondo alla memoria, o all’anima se preferite. Un nascondiglio vigilato da una sentinella che per convenzione chiamiamo coscienza, e sguinzaglia i suoi fantasmi non appena scende il buio.
Siamo arrivati alla fine della nostra inchiesta, alla radice della paura.
La paura non è scatenata dal mistero o dell’esoterismo, ma da ciò di cui dovremmo pentirci, e non riusciamo, o non vogliamo, mai farlo.

2)  Descrivere sensazioni angosciose che i lettori conoscono, ma dilatandole e piegandole alle esigenze di una storia di genere;
Creare un’atmosfera conosciuta, quasi familiare, ma svelarne gli aspetti imprevedibili e sconvolgenti.
Costruire un’ambientazione realistica, ma allo stesso tempo quasi metafisica, dove silenzio e solitudine di vie o piazze deserte moltiplichino la tensione.
In altre parole, coinvolgere i lettori di gialli in una storia e far provare loro le stesse emozioni dei personaggi.
Come?
Per esempio descrivendo il disagio, che poi diventa inquietudine, e subito dopo ansia, di essere seguiti, pedinati, minacciati da qualcuno che riesce a nascondersi allo sguardo, ma di cui si avverte la presenza, in un’atmosfera irreale e angosciosa.
È sera, l’ora in cui le strade si vuotano improvvisamente e le famiglie si riuniscono a casa per la cena. Camminiamo in una via deserta e silenziosa.
All’improvviso proviamo la fastidiosa sensazione di qualcuno alle nostre spalle, che regola il proprio passo con il nostro. Si ferma o accelera il cammino come noi, ma se ci voltiamo all’improvviso ci accorgiamo che non c’è nessuno.
Strano. Siamo spaventati. Acceleriamo l’andatura, anzi adesso corriamo, il portone del palazzo in cui abitiamo è dietro l’angolo.
Ancora quei passi, ostinati.
Sentiamo il cuore in gola e il fiato corto. L’ansia è diventata paura. Ecco, infiliamo le mani in tasca e prendiamo il mazzo di chiavi, ma scivola via. Ci chiniamo, lo cerchiamo freneticamente. La tensione, anzi la suspense, cresce.
I passi si avvicinano.
Abbiamo trovato le chiavi. Sollievo. Ma quando ne infiliamo una nella serratura, è quella sbagliata, anche la seconda.
I passi sono dietro di noi.
Ora non è più paura ma terrore.
Il portone si apre, l’ultima chiave è quella giusta. Sollievo vero, stavolta. Sentiamo i passi che si fermano, ma solo un istante, poi si allontanano, fino a scomparire.
Ci eravamo sbagliati: nessuno ci seguiva o minacciava. Era solo un anonimo e solitario passante, proprio come noi. La suspense si scioglie di colpo.
E allora perché quel passante si nascondeva al nostro sguardo?
Non si è mani nascosto. Forse si è riparato in un portone, per accendere una sigaretta, o si è allontanato per fare una telefonata dove il cellulare aveva campo, o era casualmente in un tratto di strada immerso nel buio.
Adesso siamo salvi, nell’androne familiare del palazzo in cui abitiamo e possiamo stabilire che la paura per essere realistica non ha bisogno, perlomeno non sempre, di materializzarsi in una figura avvolta in un impermeabile nero, un cappello calato sul volto e le mani che calzano guanti di pelle prima di impugnare un coltello affilato.
Bastano dei passi e una presenza invisibile.
Ah, un momento. Questo è un giallo, e l’assassino c’è davvero. Ma non inseguiva la sua vittima, bensì l’aspettava sulle scale del palazzo, quelle avvolte dal buio. Il terrore approda infine al delirio vero e proprio. La suspense risale all’improvviso, poi cala del tutto.

3 )  Il motivo per cui partecipo a manifestazioni così è sempre lo stesso: invitare colleghi e colleghi, oltre che il pubblico a raggiungere con me la stanza in fondo al corridoio, dove si nasconde il vero motivo per cui scrivo storie di genere.
Immaginiamo di svegliarci in un luogo diverso da quello in cui ci siamo addormentati. È un appartamento sconosciuto. Dovremmo chiederci come siamo capitati lì, e perché, ma la prima esigenza è trovare l’uscita, andarcene e tornare in posti che conosciamo. Per farlo, esploriamo una stanza dopo l’altra: sono deserte e silenziose. Finalmente ci affacciamo sulla soglia di un corridoio. In fondo, la porta socchiusa di una stanza. Non sapremmo spiegare perché, ma siamo certi che lì, nella stanza in fondo al corridoio, ci sia l’uscita, e forse anche la soluzione del mistero: la nostra presenza in quell’appartamento.
Dovremmo raggiungerla, invece esitiamo, facciamo solo un paio di passi, e poi sentiamo, nel silenzio, un rumore. Che non è quello consueto di un locale deserto, come lo scricchiolio del pavimento, una finestra che sbatte, il ticchettio di una sveglia, il ronzio di un elettrodomestico.
No, questo è un rumore diverso, ovattato: è il passo di qualcuno che si aggira a poca distanza da noi.
Non abbiamo incontrato nessuno, mentre esploravamo l’appartamento, allora l’altra persona si è nascosta, e se lo ha fatto, forse ha intenzioni minacciose.
L’istinto di conservazione ci spinge a rifugiarci nella stanza in fondo al corridoio. Varchiamo la soglia: la luce è spenta e al chiarore che filtra dagli scuri accostati, riusciamo a distinguere un’ombra proprio di fronte a noi. Ci eravamo sbagliati, l’altra persona non era alle nostre spalle ma ci precedeva e adesso si trova lì, nella stanza in cui credevamo di trovare rifugio.
Non abbiamo scelta: dobbiamo affrontarlo. Ma prima vogliamo vederlo in faccia. Allunghiamo una mano verso la parete, e spingiamo l’interruttore. Lo splendore del lampadario acceca per qualche istante i nostri occhi e quando riusciamo ad aprirli, fissiamo uno specchio. Il viso di chi ci minacciava è il nostro. Non c’è nessun altro nell’appartamento.
Adesso abbiamo capito cosa significa per me scrivere un giallo: risolvere un mistero, attraverso un’indagine, in un’atmosfera di tensione, scoprendo infine l’aspetto più oscuro e imprevedibile della nostra personalità.

 

 

Luca Servini

1)  Mi sono sempre occupato di cinema nel senso lato del termine, non disdegnando nessun genere,ma il genere fantastico ha sempre esercitato un’attrattiva particolare in me. Le tematiche e i sottogeneri di questo particolare filone hanno rappresentato una parte fondamentale del cinema di genere e non solo. Il fantastico, l’horror, ma anche il giallo e il thriller hanno rappresentato – e continuano a farlo, grazie soprattutto a canali di fruizione differenti – fonte di interesse inesauribile per un gran numero di appassionati a livello internazionale, per i quali – come per il sottoscritto – questi generi sono diventati materia di studio a tutti gli effetti.

2)  Penso che nella scrittura così come nel cinema, la paura abbia un ruolo di protagonista assoluto: attraverso le righe di una pagina stampata o attraverso le immagini girate da una macchina da presa o trasmesse da un apparecchio televisivo, il lettore/spettatore è costretto a confrontarsi attraverso le sue paure più ancestrali o terrene, e a generare – o rifiutare – il coraggio necessario per affrontarle. Quindi credo che tra le regole fondamentali per la riuscita del genere ci sia semplicemente la capacità di chi scrive o chi racconta di riuscire a terrorizzare o inquietare il fruitore attraverso i mezzi più disparati, che possono essere gli elementi classici della paura o il ricorso al “proibito” che l’occhio umano si rifiuta di vedere.

3)  La mia partecipazione a un evento sulla paura è legata al rendere partecipe il lettore – e quindi lo spettatore, trattandosi di materia letteraria legata a quella cinematografica – dell’inquietudine che alcuni autori sono riusciti a trasmettere attraverso il loro mezzo, quello della macchina da presa. E quindi, a fianco del semplice racconto della trama o della critica in se stessa, ho pensato di analizzare anche i “luoghi” dove queste opere sono state concepite e da chi – tecnici compresi – sono state realizzate.

 

 

Roberto Carboni

1)  Che domanda fantastica! Inizialmente mi ha spiazzato.
Non scrivo di paura, scrivo di dinamiche umane, di luoghi estremi della mente e dei conseguenti eventi che ne derivano. Degenerazioni, depravazioni. Deprivazioni e rovine.
La paura è una conseguenza. O meglio, l’angoscia, è una conseguenza. In quanto mi occupo principalmente di angoscia. La paura è una forma di intelligenza, e coalizza. L’angoscia è ancestrale, fa crollare l’Io, scatena il panico arcaico. E ha diversi aspetti, alcuni inconsci. Possiamo provare angoscia per l’immedesimazione con la vittima che sta scendendo le scale, quando sappiamo che di sotto c’è il maniaco che la sta aspettando.
Ma potremmo anche provare un’angoscia di origine inconscia, quando ci immedesimiamo non con la vittima, ma con l’aggressore. Questa teoria è stata prima di Ferenczi, poi di Anna Freud. L’immedesimazione con l’aggresore nasce dal nostro istinto di sopravvivenza. Immedesimarci con l’assassino è moralmente riprovevole, ma rispetto al immedesimarsi con la vittima, permette di rimanere vivi.
E l’istinto di sopravvivenza è una delle spinte più forti degli esseri viventi.
Pertanto in questo caso, l’angoscia potrebbe nascere dal conflitto inconscio che prova il lettore quando sta autorizzandosi inconsciamente alla considerazione di un omicidio.
Poi naturalmente subentrano un‘enormità di fattori individuali, legati al nostro temperamento, alla nostra personalità, alla nostra ereditarietà e al nostro vissuto. Per cui ognuno di noi reagisce in maniera più o meno plastica o elastica alle sollecitazioni di questo tipo.
La paura, o meglio l’angoscia, è quindi solo una succulente conseguenza della narrazione. Sono stati d’animo che ricerchiamo fin da piccoli: pensiamo alle montagne russe (che i russi chiamano montagne americane).
Cerchiamo queste sensazioni selvagge, ma in ambienti protetti.
Se le cerchiamo indiscriminatamente, allora abbiamo un Disturbo Borderline di Personalità. Ma questo è un altro discorso.

2)  Non so se siano tre. Lo scrittore ha il dovere di conquistare (temperamento maschile) e di sedurre (temperamento femminile) il lettore. Ha il dovere di usare tutti i mezzi, per condurre il lettore nel proprio mondo turbolento, e trasportarlo col proprio vento, senza sosta, via via fino all’ultima pagina.
Intanto eliminando qualsiasi certezza in chi legge. E questo lo si può fare soltanto con il Noir. Perché il Noir non è condannato alla moralità, né alla risoluzione della tensione finale come il Giallo.
Perché al Noir non interessa la dinamica dell’omicidio, ma la dinamica umana. E la dinamica umana degenerata non ha limiti, se non la nostra fantasia. E quella dei casi di psichiatria forense che ci sconvolgono quotidianamente. Pertanto si tratta di un bacino infinito di irrequietezza, di disturbo, di angoscia, di immedesimazioni con la parte malata dei serial killer.
Esistono due tipi di tensione che io riconosco. Lo schiaffo e la promessa. Lo schiaffo è quando accade improvvisamente un evento, senza alcun preavviso. Due amici stanno ricordando dei tempi belli passati insieme, e di quanto siano legati tra loro, quando uno dei due butta giù dalla finestra l’altro, rivelando o la propria degenerazione psichica, oppure un freddo risentimento covato per anni.
L’altra tensione, molto più comune, è la promessa. Far intuire al lettore che sta per accadere qualcosa, e poi procrastinare.
Era il segreto di Hitchcock, ce lo ricordiamo tutti quando la protagonista del film portava alle labbra la tazza del té avvelenato. E proprio mentre stava per bere, squillava il campanello. E dopo suonava il telefono. E in terza battuta urtava la tazza e ribaltava il té.
Poi esistono anche le tensioni insite nel capitolo, per esempio. Cioè, un capitolo non dovrebbe mai finire esaustivamente, ma con una domanda pressante che costringe il lettore a proseguire.
Poi c’è la tensione che deve stare dentro ogni singola frase. Ogni frase infatti deve contenere una domanda. E deve rispondere alla domanda il più tardi possibile.
Per esempio: A Borgo Panigale, sui gradini di un negozio di giocattoli di fronte al centro commerciale, fu rinvenuto il primo piede. Tutta la frase è una tensione crescente che nasce dalla domanda: cosa è accaduto. La risposta arriva solo con: fu rinvenuto il primo piede. A questo punto la curiosità del lettore dovrebbe portarlo a leggere la frase successiva, e poi quella successiva ancora, per le prossime duecento pagine. Se noi invece scriviamo le frasi come ci vengono in mente, smorziamo la tensione in quanto rispondiamo subito alla domanda: Il primo piede fu trovato a Borgo Panigale sui gradini di un negozio di giocattoli vicino al centro commerciale. Così suona stanca, e vuota. Svilisce man mano che procede, invece di crescere in intensità. Perché nella prima parte si è già risposto. Il lettore non è motivato a proseguire.
E poi… e poi… e poi… non si finirebbe mai di parlarne. Il Noir deve essere scrittura sperimentale. Per sorprendere. Qui si fa guerriglia ai nervi, non si può essere corretti.

3)  Il senso è che questo mondo è il mio mondo. Che mi satura di stimoli che amo condividere. Perché io stesso imparo e cresco con questa comunicazione. Scrittura sperimentale, ricerca della psiche e delle dinamiche umane.
Non so resistere. E poi nessuno ci insegna davvero come guardarci dentro. Come togliere, anche nei confronti di noi stessi, le maschere che indossiamo. Siamo inconsciamente falsi nei nostri confronti. Questa comunicazione, questo incontro con ciò che chiamiamo Ombra, è un’opportunità enorme. Perché non è Ombra. E non è qualcosa di disumano. Sarebbe come dire che la parte in ombra della Luna è meno Luna della Luna in luce. E‘ sempre Luna. Siamo noi che non la vediamo, o non la vogliamo vedere.
Siamo noi i nostri stessi nemici, quando non riusciamo ad accettarci, comprenderci, amarci, per ciò che siamo.



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