Intervista a Valentina Farinaccio




A tu per tu con l’autore

 

 

 

“Le poche cose certe” mi è piaciuto subito. Sono entrato in simbiosi con Arturo e non sono più riuscito a staccarmi da lui. Sospeso sui mezzi pubblici, in un viaggio d’andata o di ritorno, quando gli altri intorno cercano un po’ di speranza sulla punta delle loro scarpe e sospirano lanciando uno sguardo sulla città che scorre fuori dai finestrini, mi è capitato spesso di fare incredibili capriole all’indietro, cercando di mettere in rassegna, a modo mio, il passato. Quanti Arturo ti è capitato di incontrare nella tua vita?

Tanti, lo ammetto. Ho scritto Arturo proprio perché mi sono accorta, adesso che ho 38 anni, che la mia è una generazione piena di paure, piena di uomini e donne che vivono da eterni giovani, pur essendo adulti a tutti gli effetti. Arturo fugge dalle responsabilità, fugge dal futuro, ha paura di rischiare, ha paura di perdere quello che non ha. Ecco, tutti gli Arturo che conosco, me inclusa, riescono a diventare grandi quando capiscono che se non hai niente, allora niente hai da perdere.

 

 

 

Ti si è mai infuocato il viso incrociando lo sguardo di uno sconosciuto sul bus, provando per gioco a ipotizzare la sua storia?

Lo faccio continuamente: osservo gli altri, nei treni, sui tram, in fila alle Poste, e immagino la loro storia. Certe vite che immagino, poi, diventano talmente reali, che finisco con l’abbassare lo sguardo, per pudore, perché mi sembra di spiarle.

 

 

 

Quando si scrive un romanzo di narrativa si ha una licenza che nel giallo spesso non è concessa: la possibilità di alzare il registro, mettendo alla prova, a volte, il lessico del lettore. Gli scrittori più sopraffini riescono a farlo senza creare una crisi in chi legge, proprio come hai fatto tu. Quanto si trasforma il tuo romanzo dalla prima stesura all’ultima?

Questo romanzo, rispetto al primo, ha avuto dei tempi scrittura brevissimi. Molto intensi, concitati, emozionanti, ma rapidi. Scrivevo tutti i giorni, tutto il giorno e, dalla prima stesura, alla definitiva, è cambiato pochissimo. Venivo da una storia, quella de “La strada del ritorno è sempre più corta”, che si era presa quasi sei anni della mia vita, così ho scelto di scriverne una completamente diversa, sia nei contenuti, che nel metodo. Volevo un romanzo che avesse un ritmo incalzante, che fosse la fotografia di uno stato d’animo, che si potesse leggere tutto d’un fiato, magari un capitolo per ogni fermata del tram.

 

 

 

Molti hanno definito Arturo un uomo immobile. Io credo, invece, che Arturo sia un gran viaggiatore, che fino a un certo momento è andato sempre in retromarcia e che solo dopo si sia deciso a danzare insieme al modo, a rivoluzionarsi. Mi è sembrato un Ulisse alla rovescia; ha capito che doveva scappare da Itaca, ma forse è arrivato a questa conclusione con un enorme ritardo. È successo così anche a te?

Io credo di non essere ancora arrivata, ahimé: né ad Arturo, né a Itaca. Mi spiego: quando riprende il tram numero 14, Arturo è finalmente pronto. E non è importante che cosa troverà, una volta sceso dal tram. Credo che sia questa la differenza, fra l’essere adulti e il non esserlo ancora: non domandarsi che cosa c’è fuori, oltre il vetro di un finestrino, o dall’altra parte del mare, ma andarci incontro e basta, nel tentativo di essere felici, e compiuti. Hai ragione, Arturo, più che altro, è uno che viaggia in retromarcia. Lo fa perché può percorrere, in questo modo, una strada che già conosce. Può fare tranquillamente gli stessi errori, che pure quello è rassicurante. Eppure la storia di Ulisse ci racconta che anche se torniamo a casa, la nostra casa non sarà mai come l’abbiamo lasciata. La dovremo riconquistare, perché intanto sono arrivati i Proci. Insomma, Arturo, all’inizio di questa storia, ha il terrore di cambiare la sua condizione, di prendere finalmente una strada nuova, mentre una delle poche cose certe, nella vita, è che tutto cambia e ci cambia continuamente, e allora conviene stare pronti.

 

 

 

Il nostro tempo è diventato una stanza buia; paura e angoscia sembrano dominare su tutto.   Credi che la letteratura, oggi, possa illuminarci e rivoluzionarci?

Tutto quello che ci succede, è già successo: la letteratura sa il passato, il presente e, soprattutto, dice il futuro. Fa una luce potentissima, basterebbe seguirla.

 

 

 

Prima di lasciarti e ringraziarti per il tempo dedicatoci, ti chiedo: quale scrittore avresti voluto al tuo fianco durante la correzione del romanzo, così da poterti aiutare e consigliare prima di andare in stampa?

Due donne: Elsa Morante e Agota Kristof.

 

A cura di Alberto Minnella

 

Di Valentina Farinaccio:

IL LIBRO – È da dieci anni che Arturo non sale su un tram. L’ultima volta che lo ha fatto era un giovane attore di belle speranze e andava a incontrare una ragazza perfetta e misteriosa, con il nome di un’isola, quella leggendaria di Platone: Atlantide. Ma il destino cancella il loro appuntamento e, da lì in poi, niente andrà come doveva andare. Oggi Arturo è un quarantenne tormentato da mille paure…



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