La chitarra blu






(recensione di Maria Sole Bramanti )


Autore: John Banville

Editore: Guanda

Traduzione: Irene Abigail Piccinini

Pagine: 212

Genere: narrativa

Anno di pubblicazione: 2017

 

 

Un monologo denso, unico, intenso, che ti lascia a volte straziato, altre rabbioso.

Straziato perché quest’uomo, Oliver Otway Orme, potrebbe essere chiunque di noi; la sua vita, potrebbe essere la nostra. Rabbioso perché… beh, per lo stesso motivo.

In una sorta di flusso di coscienza, John Banville ci racconta un pittore in piena crisi di mezza età, che combatte con un blocco creativo e ripercorre la sua esistenza, e tutte le tappe che lo hanno portato a rifugiarsi nella sua casa d’infanzia. In quella casa in cui nacque la sua passione per la pittura, che utilizzava come un modo per cogliere l’essenza delle cose, per donare loro nuova vita… per rubarle alla vita stessa e renderle più tangibili, più concrete.

Oliver è un cleptomane; si appropria di piccoli, inutili oggetti… perché anche quello, come la pittura, è un modo di ridonare vita, di rendere quegli oggetti nuovamente importanti, di farli nuovi… proprio come fa con Polly… si appropria di lei, la moglie di un vecchio amico, e le dona una nuova realtà (molto diversa da quella che lui stesso immaginava). In una sorta di “transustanziazione”, che avverrà per tutti, tranne, proprio, per Oliver.

Forse, l’unica cosa che cerca, Oliver, è qualcuno che rubi lui, per dargli finalmente quella rinascita che da solo non riesce a raggiungere.

Una madre sui generis, un po’ svampita o, forse, col dono di quella superficialità che rende tutto più facile. Un padre incattivito nella sua frustrazione. Una moglie che lo guarda e lo deride, più o meno bonariamente.

In questo vano tentativo di imprigionare su tela quella vita che non riesce a dominare, che gli sfugge di mano, proprio perché tutte le decisioni solo “in retrospettiva”, Oliver si ritrova solo, a scrivere al suo “inesistente confessore”, come un “archeologo del suo stesso passato”.

 

E, purtroppo, lì rimane… in compagnia del solo Barney, vetusto cane maleodorante, unico retaggio di quella vita che forse doveva essere vissuta con più carattere.

Bello, ma molto, molto triste.

 

L’AUTORE: John Banville (Wexford, Irlanda, 8 dicembre 1945) è romanziere e giornalista. Dopo il diploma, ha lavorato come impiegato alla Aer Lingus. Tra il 1968 e il 1969 ha vissuto negli Stati Uniti. Ritornato in Irlanda lavora come capo redattore dell’Irish Press. Il suo primo libro, “Ling Lankin”, venne pubblicato nel 1970. Scrive nel The New York Review of Books fin dal 1990. Come romanziere, utilizza anche lo pseudonimo di Benjamin Black. Il suo primo romanzo sotto questo pseudonimo è “Dove è sempre notte”, seguito da “Un favore personale” nel 2007, “The Lemur” nel 2008, “Congetture su April” nel 2010, e “A Death in Summer” nel 2011. Sua moglie dichiarò che Banville, mentre scriveva, sembrava «un assassino che ritorna da un omicidio particolarmente sanguinoso. Ha un grande interesse per la vivisezione e i diritti degli animali. Il suo diciottesimo romanzo, “Il mare”, ha vinto il Man Booker Prize nel 2005. Famoso per il suo umorismo nero, ha dichiarato di voler dare alla sua prosa «il tipo di solidità e spessore che ha la poesia».

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