La donna del bosco




(Recensione di Mirella Facchetti)


Autore: Hannah Kent

Traduttore: V. Februari

Editore: Piemme

Pagine: 408 nella versione a stampa

Genere: Giallo

Anno di pubblicazione: 2017

 

 

SINOSSI

Irlanda, Contea di Kerry, 1825. Una fatalità, una disgrazia, un dispetto delle fate: tutto può essere successo al piccolo Micheál, che a quattro anni non si muove più, colpito da una paralisi inspiegabile che spaventa chi lo incontra e fa mormorare di rapimenti, di creature del bosco maligne e dispettose, di peccati e di punizioni. Tra le strade polverose del piccolo paesino di campagna dove Nóra, sua nonna, cerca di tirarlo su, in un mondo dominato dalla superstizione e dalla paura più che da qualunque altra cosa, un bambino diverso come Micheál è un bambino che le fate hanno scelto per i loro scherzi cattivi. Le stesse fate che possono essere buone, malvage, leggere o fatali a seconda del loro capriccio. Ma Nóra è decisa a salvare il suo nipotino: insieme a Mary, la ragazza che la aiuta a occuparsi di Micheál, l’unica a non provare repulsione per quella strana creatura, cercherà in tutti i modi di curarlo, confrontandosi con le inumane credenze popolari e i pregiudizi feroci della religione, e infine approdando a Nance, la donna del bosco. L’unica a essere in contatto con le creature che possono aver fatto del male a Micheál, sostituendolo con il “mostro” che è diventato adesso…

 

RECENSIONE

È una storia di superstizioni, di povertà, di speranza, di persone di cuore e di malelingue.
È un libro che va a cogliere a piene mani nella tradizione popolare irlandese e che ci fa fare un tuffo in un’epoca in cui la magia, i sortilegi e le credenze popolari sui changeling, sui folletti e gli esseri fatati, la facevano da padrone.

Un libro che ci racconta di come le malattie si curassero ricorrendo ai guaritori, perché questa era la tradizione, questo era il sistema più conosciuto e perché, in fin dei conti, i medici non si occupavano dei poveri e, forse forse, non si occupavano di loro nemmeno i preti.

Ma, al di là degli intrugli, delle pozioni, delle erbe magiche, è, soprattutto, una storia di solitudine.

La solitudine della vedova Nóra che, in pochi mesi, si ritrova senza figlia e senza marito, e con un nipote da crescere.

Un bimbo nel quale però non riconosce il suo piccolo Micheál e che per vergogna nasconde agli occhi degli estranei.

Come può, il suo amato nipote, che fino a poco tempo prima correva e parlava, essersi trasformato in uno scherzo della natura?

No, quel bimbo che non si regge in piedi e che urla notte e giorno, disperato, non è Michéal, ma è una creatura del bosco, un essere fatato con cui è stato scambiato: è un changeling, e lei rivuole il suo bimbo.

Cosa è disposta a fare per “riaverlo”?

Ma è anche la solitudine di Mary, giovane ragazza che, per aiutare la sua povera famiglia, lascia i suoi affetti e accetta il lavoro offertole da Nóra e che, dopo un primo momento di smarrimento, si affeziona a Michéal e lo cura amorevolmente.

È, infine, la solitudine della guaritrice Nance che, da anni, vive ai margini del paese, in un tugurio nella foresta.
Nance, la “donna del bosco”, la signora che ha la conoscenza, che parla con gli esseri fatati e che può curare e guarire le malattie.
Nance, mal tollerata e malvista da molti, compreso il nuovo parroco che in lei vede la tradizione pagana da cui il popolo deve allontanarsi. E sono in molti, ormai, nel popolo, che scommettono sia lei la causa della carestia, della carenza di latte e degli strani fenomeni che stanno avvenendo nel paese. Lei, la guaritrice, che ha maledetto la valle con i suoi incantesimi.

Ma in nome delle superstizioni, del dolore e delle credenze popolari, fino a che punto ci si può spingere?

L’autrice ha uno stile estremamente evocativo, inoltre, riesce a trasmettere bene le emozioni dei protagonisti.
A livello stilistico, ho apprezzato molto la presenza di una serie di flashback, che ci svelano alcuni retroscena, permettendoci, altresì, di scoprire il passato dei protagonisti.

E’ un libro particolare, che scorre lento senza grandi scossoni e senza grossi colpi di scena.
E’ come una coltre di nebbia che si adagia e ricopre il lettore.
Consigliato a chi ha voglia di lasciarsi trasportare in un’atmosfera buia, fumosa, dove è costante la presenza di un manto nero di sospetti, pregiudizi e dove è forte la presenza di un senso di attesa per un qualcosa che è lì sospeso, ma che si sente dovrà accadere.

 

 

Hannah Kent. Giovanissima autrice australiana (1985), ha esordito con “Ho lasciato entrare la tempesta” nel 2013, lasciando stupefatta la critica e incantando il pubblico dei molti paesi in cui il romanzo è stato finora tradotto. L’ispirazione per il romanzo è nata durante un periodo di studio in Islanda, dove per la prima volta ha sentito la storia di Agnes Magnúsdóttir – l’ultima donna a essere stata condannata a morte sull’isola – e se n’è innamorata. “Ho lasciato entrare la tempesta” ha vinto l’Indie Award, il premio dei librai indipendenti australiani, come miglior debutto dell’anno. Inoltre è stato finalista al Guardian First Book Award e al Baileys Women’s Prize.



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