La Malarte




Recensione di Leonardo Di Lascia


Autore: Gaia Mencaroni

Editore: Il Seme Bianco

Genere: thriller

Pagine: 272

Anno di pubblicazione:2018

 

 

 

 

Sinossi. Arte, soldi, tanti soldi, banche, segreti bancari e poi una fuga. Sì, una fuga, perché Maddalena Cantarelli, nata a Siena e impiegata in una galleria d’arte contemporanea a Vaduz, scomparirà nel nulla, scatenando la ricerca concitata da parte della polizia di mezzo mondo. Una fuga e un piano perfetto. Così perfetto che Anna Moos, la regina dell’arte e la proprietaria della galleria, dove Maddalena, per quaranta ore alla settimana se ne sta a spacchettare e impacchettare con guanti bianchi le opere, a fotografarle e ad archiviarle, non dirà neanche una parola, ma si nasconderà dietro i suoi occhiali da sole grandi e neri.

 

 

Recensione

Gaia Mencaroni ha inventato una nuova parolamalarte che coniuga l’arte con il fare cose criminose.

Una giovane donna, Maddalena, che lavora in una galleria d’arte a Vaduz in Liechtenstein, un giorno, con un piano perfetto, fugge.

Anna Moos, la proprietaria della galleria d’arte, tace, non parla, scruta e riflette.

La Mencaroni ci regala un libro non solo di stile elegante e non scontato, ma anche una storia ricca di spunti di riflessione.

All’interno della vicenda c’è Marco Gatti, un fiduciario, un personaggio all’apparenza triste e battuto, ma che in realtà è una persona calcolatrice e senza scrupoli, una persona che per il dio denaro farebbe qualsiasi cosa….anche innamorarsi di una donna qualunque, la giovane Maddalena.

Ma questo amore che all’apparenza sembra una classica storia tra due persone diverse, in realtà è molto di più, e le persone sono molto più simili di quello che si pensa.

La bravura di Gaia è nella creazione di personaggi credibili, i sentimenti, le emozioni, i pensieri, vengono fuori pagina dopo pagina, i dialoghi son ben costruiti e molto realistici. La storia molto originale tiene incollato il lettore fino all’ultima riga e qualifica Gaia Mencaroni come la scrittrice dai casi scottanti.

 

 

 

“Cercavo un qualcosa che inquadrasse al meglio i temi presenti nella narrazione: l’arte, i soldi, il riciclaggio e dopo alcuni tentativi, “La cattiva arte”, “La mala e l’arte”, ecco l’idea: La Malarte”, spiega l’autrice.“Nel mio scritto c’è Maddalena Cantarelli e Marco Gatti che sono i protagonisti. Maddalena è una ragazza italiana molto giovane che per uno strano gioco del destino si ritrova a lavorare in una galleria d’arte contemporanea a Vaduz. Marco è un fiduciario originario di Vicenza che lavora nel Principato del Liechtenstein e risiede a Lugano e nasconde, dietro la sua aria malinconica, un gelo e un’indifferenza alla vita e ai valori. È una persona con una pacatezza da far paura, di poche parole, nessuna discussione, decisionismo irremovibile, non un solo minuto perso in chiacchiere.

Tra i due nasce una storia d’amore e sembrano essere due persone tanto dissimili. Ecco credo che Maddalena e Marco siano diversi a vederli così, dall’esterno, in fondo cosa ci fa un fiduciario corrotto fino al midollo e impantanato in loschi affari con una ragazza nata Siena, laureata in storia dell‘arte, acquarellista e illustratrice di riviste? Eppure Marco e Maddalena, dissimili nella forma, sono simili nella loro essenza. E poi c’è Anna Moos. la regina dell’arte e la proprietaria della galleria, dove Maddalena lavora. Anna ha un ruolo chiave all’interno della narrazione.”

«Quando arrivai a Vaduz, avevo otto anni, era il 1937 e qui, dove oggi vi è la zona pedonale, vi era solo una strada polverosa. Dove oggi c’è il museo, c’era un campo pieno di mucche e pecore. Quando i miei genitori si trasferirono qui da Berlino, io non sapevo bene del perché stessimo lasciando la Germania, eravamo sì ebrei, ma non pregavamo, non andavamo mai in sinagoga e abbiamo pagato un prezzo molto alto per qualcosa che non eravamo. Siamo divenuti ebrei da quando siamo arrivati qui, sono stati gli altri a ricordarci il nostro status».

Ridacchiava.

«La prima volta che a scuola gli altri bambini mi chiesero se fossi ebrea, risposi convinta: “No”.».

Girava lento il suo caffè.

«Per mia madre è stato più difficile che per noi. Mi ricordo che quando io e mia sorella eravamo già a letto, la sentivo lamentarsi fino arrivare a imprecare contro la gente di Vaduz, contro l’arretratezza delle donne. Mio padre le ricordava la fortuna che aveva avuto e lei restava in silenzio, poi iniziava a piangere. Li sentivo

abbracciarsi e baciarsi».

“Non dobbiamo mai accontentarci,” conclude Gaia Mencaroni, “non si deve essere come Marco Gatti, che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, se un mostro invisibile non gli avesse mangiato l‘entusiasmo, se non si fosse accontentato di poco e nella pochezza avesse smesso di credere in un mondo migliore.”

 

 

 

 

Gaia Mencaroni


Gaia Mencaroni, laureata in Storia dell’Arte Medievale a Perugia, vive dal 2008 in Germania, dove insegna lingua e cultura italiana. Nel 2008 ha pubblicato il romanzo La Testa di Ale (Lampi di Stampa, 2008, 2009, 2014), un libro che ha suscitato scalpore, perché a suo modo ha svelato i meccanismi interni di un mondo corrotto e senza scrupoli come quello universitario.