La testimone del tempo






(recensione di Anna De Riggi)

 


 

Autore: Tahmima Anam

Traduttore: S. Beretta

Editore: Garzanti Libri

Collana: Narratori moderni

Genere: narrativa

Anno edizione: 2017

Pagine: 374 p., Rilegato

 

 

Zubaida è tornata a Cambridge, Massachusetts, dove tutto è cominciato. Dopo essersi laureata a Harvard, non vedeva l’ora di ritrovarsi nel suo paese, il Bangladesh. Lì l’aspettavano la famiglia adottiva, il fidanzato Rashid, e l’occasione di partecipare come paleontologa a uno scavo importante. Ma poco prima di partire aveva conosciuto una persona speciale.

Elijah era diverso da tutti gli altri ragazzi: fra loro era nata un’attrazione immediata, destinata a sopravvivere alla lontananza. In Bangladesh però la vita di Zubaida ha subito svolte impreviste, che l’hanno condotta per la prima volta a indagare sulla sua vera madre, e i rapporti con Rashid ed Elijah si sono complicati.

Ha dovuto prendere decisioni difficili, ma nel suo cammino è una grande sfida a guidarla: abbracciare le proprie radici senza rinunciare a se stessa, e all’amore.

 

 

La testimone del tempo fa parte di una trilogia sul Bangladesh che la scrittrice Thaimima Aman ha trattato per circa un decennio. Nei primi libri la Aman scrive di storie legate alla guerra del 1971 tra Bangladesh e Pakistan, in questo narra invece con uno stile elaborato, ma non complesso, i postumi di una guerra e le conseguenze destabilizzanti che questa crea sulle nuove generazioni che non si sentono parte dei progetti dei loro padri liberali e rivoluzionari, ma nemmeno capaci di nuove speranze.
La scrittrice scava a fondo nell’anima della protagonista Zubaida e trova in essa una forza, simbolo vero del cambiamento culturale e sociale di un paese come il Bangladesh.

Zubaida Haque, è una donna legata alle sue origini bengalesi, adottata da genitori benestanti liberali e piuttosto moderni, che va a vivere ad Harvard dove si laurea in Antropologia sociale.

Pochi giorni prima della sua partenza per alcuni scavi in Pakistan, da cui poi ritornerà a Dacca, nel suo paese, incontra il giovane filosofo Elijah, del quale si innamora perdutamente.

Dopo questo incontro, i principi a cui è legata cominciano a vacillare e si rende conto con il passare del tempo che, quell’amore mai vissuto, va oltre quello fisico, è un amore morale che la induce a ricercare quella completezza che le è sempre mancata, la sua vera identità e le sue vere origini.

Zubaida però è promessa sposa di Rashid, giovane ricco del suo paese, fin dalla tenera età, ma il suo non è un matrimonio organizzato, come sembrerebbe, è invece per lei l’epilogo naturale della sua storia che le permette di far tacere le paure e le rende tutto più facile.

L’incontro con Elijah cambierà ogni cosa, seppur in modo duro e cruento, e porterà la protagonista a vivere situazioni dolorose, ma che le daranno modo di ritrovare il coraggio e prendere consapevolezza di se stessa. Il confronto con il mondo di Elijah la spingerà a superare le paure che la aggrovigliano in una cultura ancora troppo legata al passato.

 

Ho iniziato a leggere questo libro in un giorno di luglio molto caldo in cui, a causa dell’aria pesante e umida si respirava a stento, ma appeno ho iniziato non ho smesso più. Mi sono subito calata nella storia e, come la protagonista, mi sono trovata a ripercorrere quelle strade tortuose che la vita ti presenta, a pormi quei famelici interrogativi su cosa sia giusto o sbagliato. Ogni capitolo mi emozionava per le decisioni della protagonista, e mi irritava la rabbia per la dolorosa rinuncia di quell’amore. A chi non è capitato di dover rinunciare ad un amore solo perché non si aveva il coraggio di affrontare la verità? Quante volte dobbiamo fare i conti con quello che gli altri si aspettano da noi.
In questo libro ho trovato le risposte alle mie emozioni, e alla rabbia ben presto si è sostituita la gioia del comprendere se stessi, di accettarsi, di trovare la propria strada e di affrontare le proprie scelte. Lo consiglio vivamente perché Zubaida rappresenta tutte noi, donne forti e coraggiose, figlie del nostro secolo.

 

Il racconto è una lettera aperta di introspezione, accurata e dettagliata, che attraverso fatti di vita familiare, ripercorre con amore, ma anche dolorosamente, la vita sociale ed economica di un paese come il Bangladesh evidenziandone il grande ottimismo e il grande desiderio di cambiamento. Un desiderio che la scrittrice esprime in tutto il romanzo con le sue metafore sulle ossa di Diana, l’Ambulocetus che recupera e mette insieme come i cocci del suo destino.

I personaggi di questo romanzo sono sapientemente incorniciati nelle loro identità, umanizzati fino ad entrare in totale intimità con il lettore che si avventura così in un mondo di vite spezzate, come quelle dei poveri contadini venuti dalle zone rurali a fare lavori pericolosi con paghe da fame, dei bambini orfani senza speranze e di uomini senza scrupoli di fronte ai loro sporchi traffici; ma allo stesso tempo, a chi legge viene mostrato un mondo facile di agi e benessere in cui una donna da sola cerca di cambiare, di ritrovarsi ed essere per sempre.

 

 

 

L’ AUTORE – Tahmima Anam è cresciuta tra Parigi, New York e Bangkok. Ha studiato ad Harvard dove si è laureata in antropologia sociale. Ha pubblicato articoli e racconti su The new Statesman e Granta. I giorni dell’amore e della guerra (Garzanti, 2008) è il suo primo romanzo. Attualmente vive a Londra insieme al fidanzato.

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