Il delitto del luogo. L’Alta Valle Cervo




A VOLTE BASTA UNA FOGLIA, UNA PIUMA D’ORO

di

Linda Tugnoli

Linda Tugnoli, scrittrice e documentarista, ci guida nella valle della sua infanzia, l’Alta Valle Cervo, appartata e quasi irreale. Il brano con cui la presenta ai lettori suona al contempo come un reportage dettagliato, una nostalgica mémoire, un intrigante prologo a racconti di mistero. È il palcoscenico sul quale si muove il suo protagonista, investigatore dilettante e giardiniere professionale, uno tra i più originali che la narrativa crime ci abbia offerto. Dotato di sensi acutissimi, l’olfatto soprattutto, sulla scena del delitto raccoglie indizi inconsueti ma preziosi, una pianta rara, il sentore di una fragranza antica. Già, perché a volte, per risolvere un mistero basta una foglia, “una piuma d’oro”.    

L’Alta Valle Cervo – la Bürsch, nell’antico dialetto germanico del popolo Walser, che per primo fu capace di vivere ad alta quota tra questi monti – si stende sonnacchiosa tra la Padana e le Alpi nell’autunno che avanza. I boschi che coprono i suoi fianchi troppo ripidi, in mancanza di taglialegna, assediano i piccoli paesi: poche case aggrappate ai fianchi della montagna, un pezzettino in piano di fronte alla Chiesa per fare due chiacchere alla domenica e un francobollo di prato davanti al Municipio, dove all’occorrenza possono giocare a pallone i rari bambini rimasti ad abitare nei paesi. I paesi in compenso sono tanti, tantissimi, ogni minuscolo borgo rivendica una propria orgogliosa identità, segna un’ora propria con i battiti dell’antico campanile.

È sempre stato tutto in salita, qua, a memoria d’uomo: i pascoli scoscesi dove una famiglia riusciva a sfamare non più di tre o quattro mucche, i dirupi che le donne salivano, scalze, per riempire una cesta di fieno; le vie di valico che portavano via gli uomini a San Giuseppe per trovare di che campare nei cantieri d’oltralpe, e li riportavano a casa solo all’inizio dell’inverno. Otto o nove mesi di assenza, per scoprire magari al ritorno che c’era in casa un figlio in più.

«Hei, d’la Bürsch» si salutano quando si incrociano i valligiani, riconoscendosi. Perché è la loro piccola patria – questo il significato dell’antico nome walser – la loro più profonda identità. Gli anziani, con la cortesia di chi ha imparato l’educazione prima dell’unità d’Italia, fanno un breve inchino e si portano una mano al cappello.

La Valle ha una sua bellezza struggente, di pietra e felci e acqua. Piove ogni pomeriggio, dopo pranzo, perché le nuvole della pianura vengono a sbattere sullo scalino di roccia fredda delle Prealpi. Il muschio, come un esercito conquistatore, rode il granito dei bei muri a secco e degli archi perfetti dei ponti e delle legnaie. Quando, verso sera, finalmente spiove e la nebbia si alza, si accendono nei cimiteri splendidi più luci che nei paesi. Angeli di marmo sguainano spade al cielo nero, ma più nere ancora sono le sagome delle montagne che stringono il cielo da ogni parte e breve è il corso delle stelle.

Non è scontato arrivarci, in Valle Cervo. La trova solo chi sa di preciso dove e come e perché, come l’isola di Peter Pan. Il trenino che da Novara porta a Biella se ne sta in disparte, su un binario in mezzo alle erbe alte, modello Far West, e tende a fregarsene delle coincidenze. Biella è anche lontana dalle grandi rotte autostradali: per diventare la capitale della lana aveva bisogno d’esser vicina alle greggi e ai torrenti glaciali. Lontana, quindi; operosa e appartata. Così sono anche i Biellesi per come li conosco: riservati, chiusi, mai troppo ben disposti verso noi“furesti”, anche quando possiamo vantare qualche avo locale. Con eccezioni eclatanti, come sotto ogni cielo, ed esplosioni di gentilezza quasi eccessiva. Tutti grandi lavoratori, però. E raffinati giardinieri, come ebbe a dire una volta una celebrità locale, per abbondanza di piogge e mancanza di altre cose da fare.

Se in un modo o nell’altro, fortunosamente, si è raggiunta Biella, non è mica finita lì, bisogna ancora arrampicarsi nell’Alta Valle Cervo. Si sale, tornante dopo tornante, la strada impervia tra faggi e castagni, si passa il Cervo dalle acque grigio ghiaccio, si sale ancora, fino all’ultimo paese, dove a sorpresa la strada gira e torna indietro. Non c’è passaggio per andare di là: la valle è chiusa, in alto, da una riga di montagne orlate di neve; solo qualche turista estivo ormai tenta le mulattiere, un tempo affollate di “valëtte” con la cesta sulla schiena e ai piedi gli scapìn cuciti con i ritagli di lana.

Ma i turisti, adesso, sono andati tutti via. I boschi silenziosi sono onde di piume rosse, onde di piume d’oro. Dorme, la mia valle, e vola addormentata verso l’inverno senza fine.

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Quando, appena svoltata la fatidica boa dei cinquant’anni, mi sono concessa di provare a realizzare un desiderio che mi portavo dietro dall’infanzia, quello di scrivere un romanzo, avevo chiari solo pochi elementi: volevo scrivere un libro di genere, in modo che un sentiero in qualche modo già tracciato mi guidasse sui crinali pericolosi della scrittura; volevo scrivere un giallo, che mi riportasse indietro alle letture bulimiche e gioiose delle mie estati d’infanzia, dai nonni, nella loro grande casa di montagna, e volevo raccontare le avventure di un investigatore giardiniere. Mi mancava però un’ambientazione, e oscillavo senza troppa convinzione tra Roma, la città dove sono nata e dove lavoro, la campagna sabina, il luogo che ho scelto per abitare, e un luogo immaginario che poteva essere il mix di tanti paesi visitati e scoperti nel corso del mio lavoro di documentarista.

La scintilla me l’ha regalata un giorno mia figlia Giulia, allora poco più che tredicenne, forse anche un po’ per togliermisi di torno: «mamma, perché non un giardiniere piemontese, che abita in quella valle sperduta con cui ci ammorbi da una vita e dove cerchi di trascinarci ogni estate senza riuscirci?» Cioè, proprio in quella grande casa dove, estate dopo estate, da bambina, avevo fatto indigestione di Ellery Queen e Philo Vance, nelle collezioni mangiate dall’umidità dei Classici del giallo anni ’50. Per inciso, mia figlia si è rifiutata di venire in montagna anche quest’anno, ma la perdono, per via di quel consiglio geniale. E intendo ovviamente geniale per me, non certo per i suoi esiti narrativi, di cui unici giudici sono i lettori.

Perché la scintilla, quando per la prima volta mi sono seduta al tavolo della mia cucina di campagna, all’alba di una domenica, e ho messo penna su carta, ha provocato un’esplosione di immagini, profumi, ricordi, sapori che ha letteralmente spazzato via lo scenario casalingo che mi circondava. Un’esplosione multimediale e multidimensionale, perché non solo ero stata trasportata a settecento chilometri di distanza, ma anche indietro nel tempo, in quella Valle Cervo di quaranta anni fa quando ogni estate, senza deroghe, passavo tre settimane nella grande casa di mio nonno valìt.

I personaggi che avevo incontrato in Valle da bambina si mettevano in fila nella mia cucina e tornavano a farmi sentire il loro inconfondibile accento: Le Dimme, finissime ricamatrici quasi centenarie, aprivano la porta a mia nonna, che gli commissionava quadretti a piccolo punto: «Madama Adriana, che piacere!»

Il mio pro-prozio Amerigo, col suo basco nero alla Monet e la gola di lupo, discuteva con mio nonno, suo nipote, di lavori del giardino, e quando indicava con la mano noi bambini sgranavamo gli occhi, perché il suo lavoro di esperto di esplosivi in giro per il mondo gli aveva portato via due dita. La zia Romea, sdentata e leziosa con le sue fasce di stoffa a fiori nei capelli bianchi, ricostruiva con precisione pitagorica la nostra posizione nell’albero genealogico di famiglia, mentre ci versava del succo di ribes nella sua fresca cucina estiva. «Prendine pure ancora, neh?»

Non credo che il mio tentativo un po’ velleitario di esordiente attempata avrebbe avuto un grande futuro, nelle tante albe di tante domeniche successive, se non ci fosse stata ogni volta quella ricompensa psichedelica, quella passaporta che – letteralmente – mi alzava dalla cucina con sedia e tavolo al seguito e mi trascinava in un altrove da dove, confesso, mi pesava sempre un po’ ritornare. Se non si fosse trattato ogni volta di tornare indietro al tempo senza tempo della mia infanzia, un distillato di letture segrete sotto i cespugli di ortensie, temporali notturni, pane burro e zucchero.

Alla terza domenica avrei spento la sveglia puntata sulle cinque e trenta, e mi sarei girata dall’altra parte. E invece. Guido il giardiniere, taciturno abitante della Valle, torna per la seconda volta a percorrere i tornanti della strada provinciale lungo il torrente Cervo. Torna ad andare a funghi, quando è stagione, con i suoi due cani, che però sono i miei.

Tra ville un po’ decadenti, finte torri gotiche e giardini ordinati e intimi come salotti, torna con me nel silenzio della Valle, che non è mai vero silenzio perché ovunque arriva la voce del torrente, e delle ghiandaie che gridano nella notte, dei campanili che chiamano anche se le case sono vuote.

Torna sul luogo del delitto, perché il delitto è il pretesto ideale, per me, per continuare ad abitare la Valle Cervo.

 

 

Linda Tugnoli


vive tra Roma – dove lavora come autrice e regista di documentari, soprattutto per la Rai – e la campagna sabina, dove abita in un casale con il marito, tre figli, un orto, una serra e svariati cani di grossa taglia che periodicamente devastano l’orto e la serra. Ha contratto anni fa quello che gli inglesi chiamano il bug del giardiniere: una spiccata tendenza a parlare troppo di piante e di fiori. Ha esordito in narrativa con Le colpe degli altri, e L’ordine delle cose è il secondo romanzo dedicato alle indagini del giardiniere Guido. 

 

A cura di Giusy Giulianini

Giusy Giulianini è nata e vive a Bologna. Legge, molto e da sempre, e scrive un po’: recensioni e interviste agli autori di narrativa giallo-noir, sua passione inveterata, e qualche riflessione personale, in veste di racconto o di romanzo. Quest’ultimo, un thriller emotivo, è fermo al Capitolo XVII e chissà se si muoverà da lì? Se si dovesse descrivere con una frase, questa sarebbe ‘I libri sono il mio peccato e i noir il mio peccato mortale’.