Le otto montagne




(recensione di Anja Boato)


 

 

Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Pagine: 208
Genere: Narrativa
Anno pubblicazione: 2016
 

 

Un vecchio nepalese disegna nel terreno una ruota divisa da otto raggi, poi afferma: “Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi”. E aggiunge, indicando il centro:

“Avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?”.
L’incontro tra il vecchio nepalese e Pietro, protagonista e voce narrante del romanzo di Cognetti, avviene solo verso la terza e ultima parte dell’opera, eppure è in queste parole che risiede la chiave interpretativa de Le otto montagne. Avrà imparato di più Pietro vagabondando per il mondo, spinto dalla sua viscerale attrazione per i monti, o l’amico Bruno, che non ha pressoché mai abbandonato le montagne dove è cresciuto, suo personale Sumeru?

Pietro e Bruno si sono conosciuti a Grana, piccolo paese circondato dai monti. Pietro è un ragazzino di città, i suoi genitori hanno l’anima votata alla montagna, ma si sono costruiti una vita nella frenetica e infelice Milano; Bruno non ha mai visto nulla al di fuori di Grana, e a undici anni ha già mollato gli studi per aiutare la famiglia a pascolare le loro mucche. Nonostante le possibilità di incontrarsi siano ridotte ai soli mesi estivi, l’intesa tra i due amici è fin da subito profonda e solida, destinata a legarli per tutta la vita.

La trama semplice, strutturalmente e contenutisticamente parlando, permette a Cognetti di dedicare largo spazio all’evoluzione psicologica ed esistenziale dei suoi personaggi, uno dei più incisivi elementi di forza del romanzo. Pietro e Bruno sono persone introverse, il loro è un rapporto che vive di parole non dette e contatti sporadici, eppure entrambi i personaggi sono entità tangibili, uomini reali nati su carta. La loro capacità di comprendersi senza dover essere espliciti si riflette in un linguaggio letterario attento e asciutto, che consente anche al lettore di coglierne i sottointesi emotivi e le sfumature caratteriali. Lo stile di Cognetti è quasi una magia: senza dover rivelare apertamente tutti i tratti psicologici dei suoi protagonisti, il lettore riesce a intuirli con naturalezza, pur nella loro complessità. Si seguono quindi con grande trasporto due differenti percorsi di crescita, l’uno irrequieto e vagabondo, l’altro sicuro e tenace, fino al loro finale naturale, coerente e perfetto.

Insieme a Pietro e Bruno c’è sempre la montagna, forse la vera protagonista del romanzo, certamente qualcosa più di un semplice sfondo paesaggistico o una metafora poetica. Silenziosa, possente, fredda e affascinante: è l’habitus naturale di Giovanni, il padre di Pietro, che sembra diventare se stesso solo durante le sue scalate tra i sentieri montuosi; è l’unica casa di Bruno, montanaro nell’anima, che non riuscirà mai a lasciarla; ed è la meta naturale di Pietro, che vive vagabondando per il mondo, ma con lo sguardo rivolto sempre verso l’alto, alla ricerca delle cime montuose. La montagna è anche il filo conduttore di quattro vite che altrimenti non si sarebbero mai toccate: si comincia dalle Dolomiti dove si sono conosciuti, e sposati, i genitori di Pietro, si prosegue per le montagne esplorate nelle vacanze estive, mete di passaggio prima di trovare Grana e le sue affascinante cime montuose, e si conclude con la lontana e immensa Himalaya. Il romanzo si dipana in spazi geograficamente anche molto distanti, eppure l’elemento onnipresente dei monti allevia la percezione della lontananza, tanto per il lettore quanto per i suoi protagonisti.

Le otto montagne, oltre ad alterare la percezione dello spazio, è anche un romanzo senza tempo: arriva fino ai giorni nostri, eppure della modernità traspare ben poco. Apparecchi elettronici, strumenti telematici, il web, tutte quelle innovazioni che negli ultimi decenni hanno cambiato il mondo Cognetti le lascia fuori dalla sua opera. La montagna non ha bisogno di televisori, social network o smartphone, e i suoi abitanti trovano soddisfazioni in altre attività — pascolare le mucche, mungere, costruire con le proprie mani un’abitazione solida, camminare per i sentieri. Perfino il telefono è uno strumento usato raramente e di malavoglia, tanto che Pietro e sua madre arriveranno a tenersi in contatto principalmente tramite delle lettere scritte a mano, durante i periodi di separazione. Nonostante ciò il romanzo si mantiene coerente e realistico: attraversa un arco temporale ampio circa mezzo secolo che solo casualmente concerne gli ultimi cinquant’anni italiani, ma che di fatto riflette il passato, il presente e il futuro in un’unica, profonda narrazione.

Non è evidentemente un caso se l’opera di Cognetti è stata accolta fin da subito con favore dalla critica letteraria, tanto da essere già in via di pubblicazione in trenta paesi a pochi mesi dalla sua uscita in Italia.

L’AUTORE – Paolo Cognetti (Milano, 1978) ha realizzato per minimum fax la serie Scrivere / New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. La sua passione per New York si è concretizzata in due guide: New York è una finestra senza tende (Laterza 2010) e Tutte le mie preghiere guardano verso ovest (edt 2014). Per Einaudi ha curato l’antologia New York Stories (2015) e ha pubblicato il romanzo Le otto montagne (2016).