Le poche cose certe




Recensione di Alberto Minnella


Autore: Valentina Farinaccio

Editore: Mondadori

Pagine: 156

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2018

 

 

 

SINOSSI. È da dieci anni che Arturo non sale su un tram. L’ultima volta che lo ha fatto era un giovane attore di belle speranze e andava a incontrare una ragazza perfetta e misteriosa, con il nome di un’isola, quella leggendaria di Platone: Atlantide. Ma il destino cancella il loro appuntamento e, da lì in poi, niente andrà come doveva andare. Oggi Arturo è un quarantenne tormentato da mille paure. Mentre attorno tutto si muove, lui resta fermo, immobile, come un divano rimasto con la plastica addosso in quelle stanze in cui non si entra per paura di sporcare. Quando sale sul tram 14, che da Porta Maggiore scandisce piano tutta la Prenestina, ha un cappellino in testa per nascondere i pensieri scomodi e nella pancia il peso rumoroso dei rimpianti. E mentre i binari scorrono lenti, in una Roma che si risveglia dall’inverno, e la gente sale e scende, ognuno con la sua storia complicata appesa al braccio come una ventiquattrore, Arturo, che nella sua vita sbagliata ha sempre aspettato troppo, fa i conti con il passato, cercando il coraggio di prenotare la sua fermata. Perché nel posto in cui sta andando c’è forse l’ultima possibilità di ricominciare daccapo, e di prendersi quel futuro bello da cui lui è sempre scappato.

 

 

RECENSIONE

Nel ventesimo capitolo dell’Odissea, intitolato “Lo spettro nella memoria”, leggiamo:

«Allora si picchiò sullo sterno, come a rampognare sé medesimo e il proprio cuore con qualche parola: “Placati, mio cuore!”» e poi ancora «Cominciò ad aggirarsi irrequieto […] s’aggirava, tribolando nel suo dubbio atroce».

 

Così viene raccontato Ulisse, nel momento in cui si ritrova infine fermo sulla sua tanto anelata terra, e così ho sentito Arturo, il protagonista dell’ultima opera di Valentina Farinaccio, “Le poche cose certe”.

Personaggio percorso dai tanti tunnel scavati dal suo passato, Arturo viaggia passivamente in fondo al tram. E mentre il mondo fuori – stretto nella cornice dei finestrini – scorre indifferente, lui resta fermo nella paura di vivere.

 

«Cambiano i nomi, cambiano i vuoti, cambiano gli spazi, ma quello che uno sente dentro, quando l’unica cosa che conta è che non ce la fa, è nient’altro che una straziante e banalissima routine di dolore.»

 

La routine di dolore è il viaggio stesso che Arturo compie, e noi appresso a lui. Un viaggio che non è uno spostamento fisico, ma un andare e venire nella memoria, che è per lui, come per Ulisse, uno spettro; lo spettro affamato dello sbaraglio che ha inghiottito per intero gli amori e gli amici.

Valentina Farinaccio, oltre a farci sprofondare la mente in un denso e notevole lavoro narrativo, ha fatto opera di scultura, di scarto, e lo dichiara quando scrive che «Arturo si era trovato a pensare che era tutta una guerra, fra il preso e il perso», assimilando al meglio la lezione calviniana sulla leggerezza, sulla velocità con cui una pagina naviga vero l’altra confinante, lasciando la responsabilità del vuoto al lettore, ricavando per lui, con una sottrazione attenta e fra le poche cose certe, un posto in cui stare.

 

 

Valentina Farinaccio


Valentina Farinaccio è nata a Campobasso e da molti anni vive a Roma. Il suo primo romanzo, La strada del ritorno è sempre più corta (Mondadori, 2016), ha vinto il premio Rapallo Opera Prima, il premio Kihlgren, e Adotta un esordiente. Giornalista e critico musicale, scrive per “Il Venerdì di Repubblica”, e parla di musica su Radio Capital e Rai1.

A cura di Alberto Minnella

www.facebook.com/albertominnella



Translate »