Il delitto del luogo. Livia Sambrotta e la sua Sardegna intemperante




Livia Sambrotta e la sua Sardegna intemperante

 

 

Non è la sua regione, la Sardegna. No, non la è, per Livia Sambrotta, romana di nascita che vive a Milano. Eppure l’è diventata per un breve volgere di mesi, quelli della sua permanenza nel Cagliaritano, il tempo giusto per assaporarne colori e contrasti, magie e dissonanze, e restituirli tra le pagine di Tango down(Pendragon, 2017), il suo romanzo, eloquente testimone di un “innamoramento folgorante”.

 

Livia Sambrotta e il suo romanzo

Esistono luoghi che rimangono immutati nella nostra memoria. Sono le ambientazioni del ricordo e della nostalgia, immagini appigliate al passato, la prospettiva di un vicolo familiare o l’odore di un piatto così caldo da arroventare la gola mentre la curava nei giorni d’infanzia. E poi ci sono i luoghi del rapimento, che rappresentano un amore istantaneo e primitivo, la fugacità di una brezza che si alza dal mare o lo sfarfallio delle luci nel porto in cui poter immaginare antichi sogni. Quest’ultimo è stato per me la Sardegna, un innamoramento folgorante.

Nel 2016 mi sono trasferita in Sardegna per due mesi per documentarmi e scrivere Tango Down, il mio romanzo noir che qui sarebbe stato ambientato. Ho avvertito subito la sensualità di questa terra, immersa nella luce e nel vento, e il fascino del suono aspro dei suoi dialetti come scogli imperversati dalla corrente a difesa della costa. Una bellezza che in Sardegna è così potente da essere quasi drammatica.

 

Zona Industriale di Casic a Elmas

Quando per la prima volta ho attraversato in taxi la zona industriale Casic  con i casermoni in muratura e cemento armato, o quando l’aria umida delle saline del Parco di Molentargius di Cagliari si è infiltrata nella macchina e ho potuto osservare i fenicotteri rosa in lontananza, ho ricordato le parole di Jean Claude Izzo dedicate alla sua Marsiglia: Qui, bisogna schierarsi e appassionarsi.

 

Parco naturale di Molentargius

Per la location del mio libro ho scelto Quartu S. Elena, comune di Cagliari di 70.000 abitanti. In molti mi hanno domandato come mai abbia ambientato la storia in una città sconosciuta ai turisti e non nella storica Cagliari che dista appena sette chilometri oppure in una delle favolose mete marittime del nord dell’isola.

 

Quartu Sant’Elena, vista dal mare

 

La motivazione era che volevo entrare nella vita ordinaria delle famiglie sarde, diventare parte delle loro abitudini e dei loro ritmi. Nelle case che frequentavo i discorsi della popolazione locale riguardavano la siccità dei campi che metteva in ginocchio l’agricoltura, gli incendi dolosi appiccati da produttori rivali e i prezzi folli delle compagnie delle navi turistiche in mano alla Camorra.

Quartu S.Elena è un luogo lontano dall’immaginario vacanziero da cartolina, una piccola città dove tutti si conoscono e dove le vite dei sardi scorrono nella loro consuetudine. Per questi motivi il fatto di cronaca che avrei narrato nel mio romanzo, la scomparsa di un’adolescente, avrebbe avuto la forza narrativa di una detonazione. Ogni scrittore sa che più si vogliono rendere straordinarie le azioni di un personaggio, più sarà utile scegliere un protagonista dalla vita normale che sarà trasformato nel corso della storia.

 

La cattedrale di Santa Maria a Cagliari

Durante la mia permanenza, la sera spesso passeggiavo tra i vicoli di Cagliari, ammirando la Cattedrale in stile romanico-pisanico. Risalendo fino al Bastione, mi lasciavo suggestionare dall’atmosfera africana delle palme accarezzate dal vento e dal giallo calcareo delle colonne dell’imponente complesso. In ogni via così stretta da permettere anticamente solo a un carro di passare, avvertivo le tracce millenarie dei diversi popoli che nei secoli erano intervenuti per trasformare la città fortificata in un luogo accogliente e meticcio, il cui porto nel tempo ne è diventato il simbolo. La mentalità dei sardi non tradisce questa discendenza.

 

Il Bastione di San Remy a Cagliari

Nelle strade invece dritte e a senso unico di Quartu costeggiate da palazzine basse tutte uguali ritrovavo una fiera intimità. Una notte incontrai tre ragazzi che sui muri scrostati di una strada stavano realizzando un grande graffito. In quel momento mi sembrò che i murales di Orgosolo, che avevo visitato anni prima, stessero ancora sanguinando e che la voce di tutti gli anarchici si fossero di nuovo alzate. Avevo trovato i tre giovani hacker protagonisti del mio romanzo.

 

Murale a Orgosolo

Ambientare il romanzo in Sardegna ha significato siglare un atto d’amore nei confronti della sua terra. La sua natura selvaggia, ricca di contrasti e di colori accesi permea tutta la storia. In Tango Down ci sono le fughe nei boschi, le distese aride mangiate dalle fiamme, la voce ancestrale del vento, la sinfonia di odori crudi e intensi della vegetazione e i lembi delle coste cristalline  da difendere contro il gigante della globalizzazione.

 

Le coste incontaminate della Sardegna

L’Isola, come viene denominata nel romanzo, è la protagonista indiscussa con cui i personaggi devono confrontarsi, il monito della natura che ricorda la sua supremazia. La sua anima intemperante diventa il riflesso dei comportamenti degli eroi della storia rendendoli sanguigni, ribelli e impulsivi. È la sua acqua a scorrere nelle vene dei protagonisti. La Sardegna in Tango Down si trasforma in un archetipo, un porto in cui rifugiarsi e una meta da conquistare, un luogo in cui luci e ombre si alternano come la migliore tradizione del noir ci insegna.

Livia Sambrotta

 

 

A cura di Giusy Giulianini

Giusy Giulianini è nata e vive a Bologna. Legge, molto e da sempre, e scrive un po’: recensioni e interviste agli autori di narrativa giallo-noir, sua passione inveterata, e qualche riflessione personale, in veste di racconto o di romanzo. Quest’ultimo, un thriller emotivo, è fermo al Capitolo XVII e chissà se si muoverà da lì? Se si dovesse descrivere con una frase, questa sarebbe ‘I libri sono il mio peccato e i noir il mio peccato mortale’.