L’ultimo traghetto




Recensione di Loredana Cescutti


Autore: Domingo Villar

Editore: Ponte delle Grazie

Traduzione: Silvia Sichel

Genere: Giallo

Pagine: 640 p., R

Anno di pubblicazione: 2020

 

 

 

 

Sinossi. Mónica Andrade è sparita da qualche giorno, e il caso non meriterebbe particolari attenzioni se non si trattasse della figlia di un celebre cardiochirurgo con cui mezza città (incluso il commissario Soto, diretto superiore dell’ispettore Leo Caldas) pare sentirsi in debito. Così Caldas, dapprima con un certo distacco poi sempre più coinvolto, si addentra nella vita della giovane scomparsa, tra la Scuola di arti e mestieri dove lei insegna e il villaggio di Tirán in cui si è ritirata a vivere, al di là della ría sulla cui sponda meridionale sorge Vigo: un mondo antico e isolato, collegato alla grande città da un traghetto che lei prendeva quotidianamente… Una galleria di personaggi memorabili e un’ambientazione che a lungo resterà «negli occhi» del lettore sono le armi in più di questo straordinario giallo d’autore, in cui un intreccio narrativo magistrale e un ritmo costantemente in crescendo ci imprigionano dalla prima all’ultima pagina. Atteso da anni in Spagna e accolto trionfalmente alla sua uscita, il nuovo romanzo di Domingo Villar è una conferma: siamo di fronte a un maestro del noir e a una delle voci più interessanti della letteratura contemporanea.

Finalmente in Italia il libro che ha dominato le classifiche spagnole.

«Un giallo eccellente, concepito, strutturato e scritto col marchio genuino dell’autore, nella stirpe delle migliori creazioni poliziesche di Vázquez Montalbán e di Andrea Camilleri. Come capita coi grandi vini, valeva la pena di aspettare dieci anni.»
El Cultural

«Uno dei fenomeni editoriali più importanti di questi ultimi anni.»
El País

«Una storia appassionante, scritta con maestria, che ti afferra dalla prima pagina. Semplicemente imprescindibile.»
ABC

 

Potevi risolvere un caso, ma di rado potevi riaggiustare ciò che si era rotto lungo la strada.”

Recensione

Va bene, lo ammetto, nonostante la mia fissazione sul seguire sempre l’ordine delle serie, questa volta ho toppato alla grande, perché presa dalla mia frenesia di quest’ultimo periodo per gli autori spagnoli, in un primo tempo non ho controllato a sufficienza la bibliografia di Domingo Villar e tant’è, dopo aver iniziato “L’ultimo traghetto”, ho poi scoperto che era il terzo a distanza di anni, sappiate comunque che non sarà questo a rovinarvi la lettura. Purtroppo, molto spesso con gli autori stranieri capita che non vi siano a disposizione tutti i libri precedenti.

Devo dire, che nonostante la mole di pagine, non credevo che avrei terminato il libro in tempi così brevi e invece è accaduto.

Un buon giallo, per tenere desta l’attenzione del lettore, a mio avviso deve avere come caratteristica principale quella di non annoiarlo, e non è cosa semplice. I libri di questo tipo hanno tempi molto lenti, non c’è tutta l’adrenalina che si ritrova in un normale thriller ma, se è scritto dandogli del carattere e della personalità riesce comunque a incuriosirti a tal punto da stuzzicare l’investigatore che è in te.

Bene, posso affermare con convinzione che questo romanzo abbia tutte le caratteristiche per essere definito un ottimo giallo, con un protagonista, l’ispettore di polizia Leo Caldas che ci guiderà nei meandri di un’indagine volta alla ricerca di una ragazza scomparsa fra la città di Vigo e un paese al di là della ría, Tirán, dove risiedeva da un po’ la giovane donna.

Assieme a Caldas, al suo collega Rafael Estevez e al resto della squadra andremo avanti e indietro fra la spiaggia, la città, la scuola di arte e mestieri (che esiste veramente) alla ricerca di tracce, indizi possibili, dichiarazioni vere e presunte tali e depistaggi.

Dov’è Monica?”

Tutti finiranno per chiederselo, fino allo sfinimento, fino ad arrivare a credere che ripetendolo come un mantra, si potrebbe riuscire a scongiurare un qualcosa di impensabile e definitivo, come se così ci si potesse autoconvincere che sia solo uno scherzo, un momento di sbandamento.

Come se pensarlo, servisse per allontanare il momento della verità che nessuno in realtà ha voglia di conoscere.

Perché una volta scoperta la verità, il dolore di prima potrebbe far allontanare sempre più l’essenza di questa giovane e solare ragazza per trasformarla in sgradevole, fredda e desolante assenza.

La costa galiziana sarà testimone di questa breve e quanto mai snervante indagine, perché come si fa a cercare qualcuno che dietro di sé ha lasciato l’abisso, l’immobilismo più totale, se anche chi stava attorno a Monica, alla fin fine non la conosceva a sufficienza da poter dare una virata secca alle indagini?

Leo Caldas però non è un poliziotto qualunque anzi, è un abile investigatore che seppur al prezzo di grandi sensi di colpa anche nel futuro, non arretrerà davanti a nessuna possibilità e vaglierà e scandaglierà ogni minima traccia, ogni piccolissimo indizio, arrivando a setacciare ogni singolo granello della spiaggia davanti a casa della giovane ragazza.

Ogni capitolo è introdotto da una parola alla quale sono state associate delle possibili definizioni, e come scrive l’autore nei ringraziamenti finali, alcune provengono dal Dizionario Ideologico di Julio Casares, mentre altre è stato Villar stesso a costruirle per dare senso alla storia.

Infatti, leggendo, ci si renderà conto di come ogni sostantivo sia richiamato in qualche punto per dare armonia a ogni sezione del libro.

Le pagine sono tante, ma i capitoli sono brevi e veramente molto intensi. Leggendo questo autore, ho avuto l’impressione di avere fra le mani un libro di Mankell, attraversata dalla stessa sensazione di essere risucchiata, aspirata dalla storia e dalla foga del protagonista, che nulla lascerà intentato fino a trovare una verità.

Che poi, siamo sicuri che sapere sia meglio che ignorare?

Il vuoto sarà lo stesso, ma a ciò si aggiungerà lo strazio della conoscenza e quello, rimarrà come una cicatrice sul cuore. Di tutti.

Dopo una lunga serie di thriller, per me, leggere un giallo di questa levatura, ha significato respirare mistero e mi ha permesso di rituffarmi dentro un’indagine, a piè pari con la polizia, perché a differenza dei libri d’azione, qui l’importante non è avere in mano una pistola quanto invece seguire gli indizi, fiutare le tracce, saper ascoltare e scremare i dati e i fatti.

Inutile dire, che non è stata solo l’indagine in sé a tenermi incollata al libro bensì, lo sono stati il timido Leo, il quanto mai focoso e irruente collega aragonese Rafa, oltre a tutti i personaggi che si sono susseguiti fra le pagine, chi più “normale” e chi più eccentrico e sopra le righe.

Non va però dimenticata Monica, la scomparsa.

Questa donna che con la sua vita, i suoi sogni, i suoi segreti e il suo mondo privato, che fisicamente non sarà visibile a nessuno per buona parte della storia, ma che attraverso le voci, le piccole cose, la sua casa, i suoi oggetti, i suoi lavori e il suo gatto un po’ alla volta finirà per assumere una sua dimensione. Una forma ben definita, un ritratto composto da linee ben precise e ben delineate che raffigurerà ciò che è stata e ciò che è diventata.

L’autore ha dato vita ad un romanzo che tocca temi importanti, che fa riflettere affrontando situazioni di difficoltà e disagio che però è stato capace di raccontare con delicatezza, con un certo grado di rispetto nei limiti del possibile, senza però cercare di edulcorare ciò che di dolce non avrà nulla.

La scrittura è calda, intensa, e riesce a trasmettere con profondità il dolore e la sofferenza date dal non conoscere, dall’ignorare, dal non riuscire a compiere il passo necessario per arrivare in fondo. Villar ha creato un romanzo che finisce per imprimersi nella tua testa e, come un tarlo dimorerà dentro di te fino a quando non avrai avuto risposte.

Il finale, come nei migliori gialli è ad effetto e sorprende, oltre poi a lasciare basiti per come tutto potrebbe essere stato diverso se le cose fossero andate in un altro modo.

Avevo proprio voglia di leggere un giallo di questo calibro e la soddisfazione finale, seppur nella complessità dei temi affrontati, che finiscono per marchiarti non permettendoti di cancellarli così velocemente nello stesso modo in cui hai letto il libro, è stata talmente grande che mi auguro di poter avere presto fra le mani un nuovo romanzo di Domingo Villar.

Molti preferivano viaggiare dentro la cabina, comoda e al riparo del brutto tempo, ma Leo Caldas si sentiva stordito dalla mancanza di aria fresca e il viaggio per lui diventava insopportabile. Sul ponte, invece, con l’aria in faccia, che piovesse o facesse freddo, poteva andare anche in capo al mondo. Si chiese se quello era l’ultimo traghetto sui cui saliva o se ce ne sarebbero stati altri su cui affrontare il mare.”

Buona lettura!

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Domingo Villar


 lavora a Madrid come sceneggiatore cinematografico e televisivo. Grande esperto di vino, da anni è critico gastronomico per un’emittente radiofonica e alcuni periodici.

 

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