Millennium – Uomini che odiano le donne






(di Federica Gaspari e Valentina Marcis)



Chi legge il libro e chi guarda il film “ascolta” due storie diverse?
Federica e Valentina cercano di rispondere a questa domanda per noi.

 

MILLENNIUM – UOMINI CHE ODIANO LE DONNE
“Män Som Hatar Kvinnor”, di Niels Arden Oplev, con, Noomi Rapace, Lena Endre, Sven-Bertil Taube, Peter Haber. Thriller, durata 152 min. (Svezia, Danimarca 2009).

 

“The Girl with the Dragon Tattoo”, di David Fincher, con Daniel Craig, Rooney Mara, Christopher Plummer, Stellan Skarsgård, Steven Berkoff. Drammatico, durata 160 min. (USA 2011).

Un libro, due trasposizioni cinematografiche: una svedese del 2009 e una americana, del 2011.
Il film del 2009 vede alla regia Niels Arden Oplev, danese, noto più agli addetti ai lavori che al grande pubblico, che si era distinto soprattutto per il film “Portland”, candidato nel 1996 all’Orso d’oro al festival di Berlino e per “Worlds Apart”, intimistica narrazione del difficile amore tra una giovane appartenente ai testimoni di Geova e un ragazzo non credente. Con “Män som hatar kvinnor”, per Oplev si aprono le porte del grande pubblico, anche quello anglofono, tanto che lo ritroviamo alla regia di serie televisive come “Mr Robot” e “Unforgettable” e del lungometraggio di produzione USA, “Dead Man Down – Il sapore della vendetta” Visto il clamoroso successo della versione svedese, Hollywood ha pensato bene di inventarsi un remake dopo soli due anni; così, nel 2011 esce la versione fincheriana; lo stesso Oplev si domanda “perché fare il remake se si può già vedere l’originale?”.
Bella domanda davvero!
Una spiegazione può essere che un successo sicuro è sempre un buon motivo per girare un film!
Certo, chi meglio del regista di “Seven”, “The game”, “Fight club”, “Zodiac”, può ricreare le atmosfere del libro di Larsson?
Fincher dice “Penso che mi abbiano chiesto di fare questo film proprio per i miei lavori precedenti, ma il motivo per cui mi è davvero interessato farlo … [è che] la storia in realtà è una scusa per indagare gli uomini e le donne, e come lavorino insieme.
Per me è questo il tema alla base di tutti e tre i libri” (da comingsoon.it).
Cerchiamo di capire come questi registi hanno reso il contenuto di un libro così complesso.

 

 

DAL LIBRO AL FILM
Con questo romanzo (e i due che lo hanno seguito), Larsson ha stupito tutti per la sua capacità di unire il genere poliziesco ad una denuncia della società svedese, con ambientazioni degne del migliore noir e intrecci complessi tra la realtà e l’anima dei suoi protagonisti.
In un’interessante intervista di Under the radar Music Magazine, Oplev spiega che ha voluto il totale potere decisionale perché si rendeva conto che gli amanti di Larsson avrebbero preteso davvero il massimo dal suo film: alla base di tutte le sue scelte c’è l’intenzione di mettere nel film scene che non esistono nel libro ma potrebbero esservi; ovvero, talmente integrate con il libro e con lo stile di Larsson, che anche il lettore più attento non si accorge della differenza (una fra tutte, il viaggio in auto alla ricerca dei luoghi dei delitti). Il risultato, anche grazie al pluripremiato sceneggiatore Nikolaj Arcel, è un film che privilegia le atmosfere drammatiche, rispetto al crime e alla tensione, ma di sicuro impatto emotivo.
A sua volta, Fincher, anche grazie al talento dello sceneggiatore Steven Zaillan (premio Oscar per Schindler’s List), è stato in grado di eliminare porzioni della storia mantenendo inalterato lo stile dark del compianto Larsson, rimanendo fedele alla sua (di Fincher) visione violenta di una società che tende a prevaricare l’individuo (visione che, a dirla tutta, è propria anche di Stieg Larsson). Un film lugubre, nebbioso, giocato sui contrasti di colore e che vuole mostrarci il lato più oscuro della Svezia, mettendo in primo piano i due protagonisti, anche qui (come per Oplev) a scapito dell’intreccio giallo.

 

 

I PROTAGONISTI

Lisbeth
Protagonista assoluta è Lisbeth Salander; un personaggio difficile da interpretare, una ragazza solitaria, dallo stile punk e dal passato tormentato, fatto di tutori legali e diversi reati.
Come nel libro, è una figura che vive ai margini della società, un’ombra scura ed indecifrabile che trova abilmente il suo habitat naturale nella rete del web, in operazioni che spesso sfociano in pericolosi territori illegali. Lisbeth incuriosisce e inquieta, con la sua duplice anima oscillante tra estremi: è una vittima degli errori e dei problemi di una comunità profondamente corrotta dal punto di vista sociale, economico e politico ma, contemporaneamente, è una giovane donna che nei momenti più duri trova forza e coraggio, anche se in modi poco ortodossi (si veda l’aggressione nella metropolitana).
Poche parole, atteggiamento solitario, attenzione per i dettagli all’apparenza più insignificanti ed una grandissima abilità investigativa: questi sono gli strumenti con cui la giovane e solitaria Lisbeth Salander affronta la vita quotidiana e anche il modo in cui ci viene presentata, sia nei due film, che nel libro. L’attrice svedese Noomi Rapace ci regala un’interpretazione magistrale: la sua è una Lisbeth forte ma allo stesso tempo fragile; è sicura di sé e sa il fatto suo, ma non dimentica il suo passato.
E non è un caso che l’interprete della versione americana, Rooney Mara, si sia meritata una candidatura agli Oscar nel 2012, perché sembra cogliere ogni dettaglio del personaggio e ogni sua sfumatura: i cambiamenti di emozione e di umore sono naturali, non si ha la sensazione di una forzatura; sembra quasi che l’attrice non abbia dovuto faticare per dare un volto e una voce a Lisbeth; il suo viso particolarmente delicato poteva stonare con il personaggio da interpretare, così oscuro, punk e complicato; ma la giovane attrice è stata all’altezza, decidendo persino di usare dei veri piercing al posto di quelli finti, per poter entrare meglio nel personaggio.
Il paradosso di questo personaggio, certamente il più riuscito dell’intera storia, è senza dubbio l’aspetto che colpisce di più ed è reso benissimo dalle due interpreti. Grazie alla sua storia, è impossibile non pensare al significato che ogni giorno viene attribuito al termine “diverso”, tre sillabe che spaventano e che, oggi più che mai, suggeriscono complesse riflessioni anche sul ruolo di ognuno di noi nella società e sulla nostra identità.

 

Mikael
L’immagine e la personalità del protagonista sono fondamentali per questo genere di storia, che riesce ad unire, con un filo conduttore a tinte noir e thriller, tematiche di diverso genere; sono numerose le caratteristiche che accomunano il protagonista, Mikael Blomkvist, all’autore che gli ha dato vita. Stieg Larsson, proprio come Blomkvist, è un giornalista che crede nelle sue battaglie, combattute a suon di approfonditi articoli, che smascherano i meccanismi più oscuri dell’economia e della politica.
Nel film svedese viene presentato come un reporter abbastanza sciatto e trasandato con gli abiti sempre spiegazzati, poco curato e anche un po’ in sovrappeso; non sicuramente ciò che ti aspetteresti dal direttore di una rivista che si occupa soprattutto di scandali politici ed economici.
L’interpretazione di Nyqvist non è eccelsa: in alcune scene, infatti, si nota la finzione da palcoscenico; e non aiutano i dialoghi, che sono molto scontati, tanto che l’attore sembra aspettare la fine della battuta di un altro personaggio per pronunciare meccanicamente la propria.
Con la versione americana, il portamento austero e i tratti somatici un po’ freddi di Daniel Craig (con i suoi leggendari occhi di ghiaccio e gli eleganti completi giacca e cravatta), si rispecchiano bene nella freddezza del paesaggio e forse di più nel personaggio originale: il Mikael “americano” non si scompone mai molto (un po’ giornalista, un po’ 007).
La differenza tra le due interpretazioni è notevole e, probabilmente, legata anche alla scelta registica di incentrare il film sulla parte investigativa della vicenda: il Mikael di Fincher rimane molto nel personaggio del reporter economico d’assalto; proprio come nel romanzo, il suo approccio al caso è molto più simile a quello di un giornalista; ogni supposizione, riflessione o intuizione deriva da scritti, appunti e fotografie e la risoluzione del caso arriva più dalle sue astute deduzioni che da un’indagine di stampo poliziesco.
Il Mikael “svedese”, invece, gioca a fare il detective e questa risulta una scelta sbagliata: Blomkvist è un giornalista e non dovrebbe mutare la sua inclinazione nel corso della vicenda.

 

 

I PERSONAGGI SECONDARI

Se Stieg Larsson, con astuzia e attenzione, è riuscito a creare un universo di curati personaggi capaci di superare le due dimensioni cartacee, dobbiamo ammettere che i due registi non sono da meno. Tra le figure secondarie colpisce molto l’Henrick Vanger della versione svedese, l’ultraottantenne magnate del settore industriale, colui che ha contattato Blomkvist affidandogli l’incarico di fare definitivamente luce sul mistero legato a sua nipote Harriet.
Sia il libro che il film si aprono proprio con una scena in cui questo personaggio riceve l’ennesimo quadretto di fiori secchi in occasione del compleanno della nipote scomparsa: questa sequenza concretizza la sua ossessione, tutti i suoi rimorsi e le sue paure, che lo rendono più umano e reale, avvicinandolo al lettore/spettatore. Nonostante le malattie e le difficoltà familiari, non ha mai smesso di cercare la verità, non ha “lasciato perdere”, anzi, ha sempre speso soldi e risorse per capire cosa fosse successo alla ragazza, pur essendo convinto che la giovane fosse morta.
È proprio il rapporto tra Harriett e Henrick ad essere uno dei cardini su cui ruota la vicenda.
Harriett è una ragazza molto brillante ma anche solitaria, a causa delle violenze subite dal padre e dal fratello; non potendo contare nemmeno sulla madre, cerca conforto e affetto nella figura di Henrick, che la cresce come fosse sua figlia.
Lo stesso Vanger si dirà distrutto quando ricorderà che il giorno della scomparsa di Harriett lei voleva parlargli ma lui non aveva avuto tempo.
Diversamente dalla versione svedese, purtroppo, in quella americana, l’affetto di Henrick per Harriett non traspare così tanto: Christopher Plummer non riesce a trasmettere l’amore che il personaggio mostra per la ragazza.

 

Un altro personaggio rilevante è Erika Berger, collega di Mikael, con la quale lo stesso intrattiene una relazione.
Se l’attrice svedese, Lena Endre, non ha molta visibilità nel film di Oplev (tanto che non si ha sentore della loro relazione), diversa è la performance di Robin Wright.
Come nel libro, la giornalista riveste un ruolo di spicco; oltre ad avere la responsabilità di garantire la sopravvivenza della rivista (cosa che fa grazie alla sua straordinaria determinazione) è molto presente nella vita di Mikael Blomkvist, è il porto sicuro dove il giornalista si rifugia quando scoppia lo scandalo Wennerstrom.
La Wright interpreta bene il ruolo di donna ferma che sa cosa vuole, ma allo stesso tempo dolce e affettuosa: le scene che la coinvolgono sono caratterizzate da spontaneità, naturalezza e sembra quasi che l’attrice non abbia un copione da seguire.

 

 

L’APPROCCIO ALLA STORIA
Entrambi i film sono ben strutturati nel modo in cui ci presentano i protagonisti: prima che avvenga il loro incontro, Mikael e Lisbeth vengono mostrati allo spettatore in sequenze che scorrono parallele.
Da questo punto di vista, le trasposizioni sono fedeli all’impostazione del romanzo, in cui le vicende dei due protagonisti si alternano in un crescendo di ritmo e approfondimento psicologico, che culmina in un improvviso ma inevitabile scontro tra due personalità molto diverse.
Questo climax viene rafforzato nel libro dalle significative e preoccupanti statistiche sui casi di violenza sulle donne che aprono ogni capitolo.
Se questo aspetto di denuncia sociale si perde del tutto nelle trasposizioni cinematografiche, nel romanzo queste cifre, in una semplice frase, contribuiscono al completo coinvolgimento del lettore, grazie a tematiche attuali e concrete (“In Svezia, il 92% delle donne vittime di violenza sessuale non ha denunciato alla polizia l’ultima aggressione subita”).
Dopo la presentazione dei personaggi, le due versioni cinematografiche, purtroppo, si dividono.
La versione svedese ci fa conoscere meglio Lisbeth, il suo carattere e le sue vicende: attraverso alcuni flashback, con le confidenze di Lisbeth a Blomkvist e con la sua visita alla madre (cosa che nella versione americana non c’è).
Fincher, invece, approfondisce Blomkvist: è più marcato il riferimento alla relazione con la sua collega giornalista e, soprattutto, conosciamo sua figlia, figura anche abbastanza importante.
La storia di Harriett, la ragazza scomparsa misteriosamente a sedici anni, è ben affrontata nei due film: soprattutto in quello svedese, si dà molto spazio alla storia della ragazza e, come nel libro, l’indagine si sviluppa parallelamente all’approfondimento dei personaggi: i successi e le scoperte della ricerca vengono presentati attraverso voci, puri racconti di tempi passati e immagini in bianco e nero che sono, tuttavia, rimaste impresse nella mente e nei ricordi dei personaggi colpiti degli avvenimenti.
Paradossalmente, il film svedese è molto più cruento di quello americano, in cui le scene relative agli omicidi e, quindi, la crudeltà dei killer, non vengono molto sottolineate. Molto importante, poi, l’ultima parte, in cui Harriett rivela cosa succedeva nella sua famiglia e Martin (interpretato, nel film di Fincher, da Stellan Skarsgård, tanto espressivo da suscitare contrastanti emozioni nello spettatore, che si trova a disprezzarlo e allo stesso tempo ad apprezzarne la fermezza) racconta a Blomkvist come è nata la sua perversione: “Mio padre lasciava i corpi in giro come trofei, invece in questo lavoro devi essere metodico”.
Certo, uno dei punti di forza del romanzo è la complessità della struttura narrativa, che rende magnetico il libro e purtroppo si perde un po’ nei film.

 

 

L’AMBIENTAZIONE

Il palcoscenico su cui si dipana buona parte del confuso groviglio di misteri e segreti della famiglia Vanger è l’isola di Hedeby, località svedese fittizia dove sorgono le abitazioni di Henrick e dei suoi parenti.
Nelle due versioni del film, la scelta dell’ambientazione è molto diversa: il regista svedese Oplev, così come per la scelta degli interpreti, resta in casa anche per la location: il film è, infatti, ambientato in Svezia e in parte in Danimarca, rimanendo fedele all’opera di Larsson e individuando nella città di Segersta quella che nel libro è la fittizia Hedestad.
Fincher ha deciso, invece, di girare il suo film prevalentemente in Canada, la location secondo lui più adatta a dare il carattere noir del libro anche al film; e questa si rivela una scelta azzeccata: la freddezza del clima canadese regge il paragone con quella del clima svedese e lo spettatore non si accorge se si tratti effettivamente della Svezia o di un altro paese.
Da sottolineare che nessuno dei due registi è riuscito a rendere l’attenzione quasi maniacale di Larsson sulle immagini delle dimore dei vari personaggi, dimore intese come spazi confinati da quattro mura e progettati per essere accoglienti e rassicuranti.
Ovviamente, questo thriller supera le barriere dell’apparenza, smascherando tutti i contrasti rappresentati dal radicato ed idilliaco concetto di “casa”. Hedeby, collegata alla civiltà della terraferma solo tramite un ponte, ricorda sotto molti aspetti la Nigger Island di Agatha Christie.
In ogni caso, come nel libro, anche nei film i luoghi hanno un ruolo fondamentale: scandiscono le varie fasi delle investigazioni e rendono più evidente lo scorrere del tempo, grazie ad asciutte ma efficaci istantanee di paesaggi autunnali, invernali e primaverili.

 

 

UN ULTIMO FLASH
La musica della versione di Fincher!
Colpisce fin dai titoli di testa la “Immigrant Song” (canzone dei Led Zeppelin assieme a Karen O), riarrangiata da Trent Reznor e Atticus Ross, che accompagna una sequenza sui toni scuri e fa capire allo spettatore cosa deve aspettarsi dalle immagini successive. Il ritmo della musica, che si fa sempre più incalzante, crea una sensazione di claustrofobia, lasciando senza respiro già prima che il film inizi.
Questo inizio travolgente si avvicina molto alle prime cento pagine del libro, che stravolgono e sconvolgono.
È chiaro che la scelta della canzone non è lasciata al caso: il testo fa esplicito riferimento all’ambientazione fredda che incontriamo nella vicenda e agli Dei della mitologia nordica, calando lo spettatore in un contesto complesso, proprio come fa Larsson con i suoi lettori.
Nel libro, ogni evento – realmente avvenuto o romanzato – viene inserito in un contesto più ampio e complesso che comprende aspetti sociali, economici e politici, con il giusto equilibrio tra tensione narrativa e interesse per l’attualità.
Larsson, con una prospettiva insolita ed uno sguardo tagliente, rielabora in maniera originale e coinvolgente la realtà, evidenziandone problematiche ed inevitabili preoccupazioni. Il lettore non può rimanere indifferente: voltata l’ultima pagina del libro, è in preda a pensieri e riflessioni che lo costringono a fare i conti con le conclusioni della storia narrata.
Nei film, il coinvolgimento emotivo dello spettatore è certamente minore.
Sorprendente, infine, come Larsson abbia attinto alla tradizione dei gialli più popolari nord europei sviluppando ingannevolmente un enigma a camera chiusa – l’isola di Hedeby – che, nel corso della storia si evolve in una struttura ben più estesa ed articolata grazie ad astuti colpi di scena.
Nei film si può, forse, trovare traccia di questo enigma concentrico nel viaggio in auto di Lisbeth e Mikael alla ricerca dei luoghi del delitto.

 

 

ALLA FINE CHI VINCE?
Tutti (tranne uno) e nessuno: Se si prende il singolo film senza fare il confronto con il libro, la vicenda presentata è abbastanza credibile anche se entrambe le pellicole peccano nel momento in cui danno poca rilevanza alla figura dell’assassino: sappiamo che è un membro della famiglia solo perché Henrick è convinto che sia così e lo si dà per scontato. Entrambi i registi, però, non aiutano lo spettatore a farsi un’idea di chi possa essere veramente il colpevole: alla fine lo si scopre, ma lo spettatore non è indotto in alcun modo a fare il classico ragionamento da thriller: “aaaaaaaah è vero allora torna tutto”.
Insomma, entrambe le versioni hanno caratteri positivi e negativi: la versione di Fincher non surclassa di netto quella di Oplev.
Potremmo dire che la versione americana è più simile a quanto scritto nel libro, ma allo stesso tempo non dà tanta importanza al rapporto nonno – nipote, e così via. Per avere un film perfetto dovremmo prendere i caratteri positivi di entrambi e farne un terzo.

P.S: Il “tranne uno” si riferisce, naturalmente, a Stieg Larsson che è morto (in circostanze alquanto misteriose, tra l’altro) prima di poter godere del meritato successo.

Federica Gasperi e Valentina Marcis