Miss Islanda




Recensione di Giulia Pillon


Autore: Auður Ava Ólafsdóttir

Editore: Einaudi

Traduzione: Stefano Rosatti

Genere: narrativa

Pagine: 208

Anno di pubblicazione: 2019

 

 

 

 

 

 

Sinossi. Nell’Islanda degli anni Sessanta una donna dovrebbe solo gestire la casa e occuparsi dei figli. O, al massimo, ambire al titolo di Miss Islanda. E questo vale anche per Hekla, la splendida ragazza che è appena arrivata a Reykjavík da un angolo remoto dell’isola. In tanti le suggeriscono di partecipare al prestigioso concorso di bellezza, ma i suoi sogni non prevedono fornelli, pannolini o coroncine: Hekla vuole diventare una scrittrice. Non basteranno un buon impiego, un gatto o l’amore di un poeta a farle cambiare idea. Perché Hekla, che porta il nome di un vulcano, ha un cuore inquieto e in sé la forza di un fiume di lava incandescente. Cielo in fiamme, pioggia di cenere, macigni di lava: Hekla è solo una bambina quando suo padre la conduce lontano da casa, fino alle pendici del vulcano di cui porta il nome. È un’eruzione spettacolare che interrompe un secolo di quiete, quella del 1947. Un evento eccezionale per l’Islanda, ma anche per Hekla, che da allora ha negli occhi la meraviglia di chi ha scoperto il mondo e guarda sempre in alto, sperando di scorgere altri cieli. Con quello stesso sguardo sognante, a ventun anni Hekla decide di lasciare i prati di Dalir, tanto vasti quanto sterili per un desiderio come il suo. Perché Hekla vuole diventare una scrittrice, e solo nella capitale potrà frequentare gli ambienti letterari e avere contatti con le case editrici. Hekla ha talento, ma c’è un ostacolo insormontabile: è una donna, e «i poeti sono maschi». Come tutte, Hekla dovrebbe sposarsi e occuparsi dei figli. E soffocare ogni ambizione, come ha fatto Ísey, l’amica d’infanzia sua coetanea, che si è trasferita a Reykjavík per il marito ed è già madre. Quando arriva in città, Hekla va a vivere da DJ Johnsson, il suo piú caro amico, con cui condivide la fame di sogni e libertà. DJ è omosessuale, e sente di non avere un posto in quell’Islanda ottusa degli anni Sessanta, che lo disprezza e lo respinge. Mentre lui lavora come marinaio, la ragazza trova un impiego all’Hotel Borg. Qui la sua bellezza non passa inosservata: uno dei clienti recluta candidate per Miss Islanda e le offre a piú riprese di partecipare al concorso; un altro è il poeta Starkaður, che di lei si è innamorato perdutamente. Ma Hekla ha il coraggio che serve a rifiutare una fascia da Miss o un destino imposto. Perché sa che solo attraverso la scrittura può essere libera, e trovare finalmente una «stanza tutta per sé».

 

Recensione

“- Il mondo non è come vorresti che fosse, – dice il capocameriere. – Sei una donna. Fattene una ragione.”

Quando pensiamo all’Islanda, pensiamo a una società egualitaria. L’Islanda è infatti la nazione dove la società presenta meno differenze tra uomini e donne, e dove il matrimonio omosessuale è stato legalizzato già da nove anni. Ma non è sempre stato così: “Miss Islanda” ci porta indietro nel tempo, offrendoci uno spaccato della società maschilista dell’isola negli anni Sessanta. La nostra guida, in questo viaggio, sarà Hekla, una ragazza che porta il nome di un vulcano.

Con lei ci scontreremo con una mentalità e una società chiuse e ottuse, secondo le quali una donna può e deve essere solo moglie e madre. Nient’altro. Ah no, un’alternativa c’è: mettere in mostra le gambe e diventare la reginetta di bellezza del concorso Miss Islanda.

Con lei sentiremo la rabbia ribollire dentro come magma nel leggere che gli avventori del locale dove lavora “ti abbrancano, quando gli passi vicino. Ti mettono la mano sul sedere e la fanno scivolare sotto la gonna. Anche il seno ti palpano, quando gli versi il caffè nelle tazze. E fanno qualsiasi cosa per farci chinare. […] Ti mugolano all’orecchio, ti seguono, vogliono sapere dove abiti”. Comportamenti socialmente accettabili, perché “è sempre stato così”.

Nel mio mondo dei sogni, fra le cose piú imprescindibili ci sono solamente: un foglio, una penna, un corpo di uomo. E finito di fare l’amore, gli posso senz’altro concedere il permesso di cambiarmi la cartuccia d’inchiostro alla penna.”

Ma Hekla non ci sta, indomabile come il vulcano che le ha dato il nome, vuole per sé un futuro diverso. Da quando il padre l’ha portata a vedere l’eruzione di Hekla, a quattro anni, l’Hekla in carne e ossa non ha mai smesso di guardare in alto, di osservare le nuvole, di cercare le stelle: lei vuole di più, vuole fare la scrittrice, in un mondo in cui poeti e scrittori sono tutti uomini.

Hekla non è l’unica figura assetata di libertà del racconto: accanto a lei c’è il suo più caro amico, DJ Johnsson, che sogna di lavorare in un teatro e fare costumi per i musical, ma per l’Islanda degli anni Sessanta non è nulla di più di “un invertito”, da discriminare e disprezzare. Hekla e DJ Johnsson sono due anime che non trovano un posto nella società, sono soli e non hanno radici in nessun posto. Sono soli, ma insieme. Si comprendono e si sostengono, come fossero due parti di un unico corpo e cuore.

I protagonisti del romanzo sono tutti tratteggiati magistralmente, dall’amica Ísey che, soffocata ogni ambizione, cerca ogni giorno di trovare la felicità nella propria realtà ripetitiva, fatta di bambini e spesa al mercato del pesce; al giovane poeta innamorato di Hekla che, incapace di domare la forza vulcanica del suo essere, ne è frastornato, messo in crisi: “Quando uno convive con un vulcano sa che c’è del magma incandescente, sotto… Sai, Hekla, tu scagli dei massi in ogni direzione… che distruggono tutto quello che sta sul loro cammino… tu sei una pietraia impervia… io non sono alla tua altezza…”

La scrittura di Auður Ava Ólafsdóttir scorre fluida, come un blocco di ghiaccio sulle acque della laguna glaciale di Jökulsárlón. E poi esplode, come un geyser, e noi restiamo ammutoliti davanti a tanta potenza.

“Impugno la bacchetta del direttore d’orchestra.

Posso accendere una stella nel firmamento nero.

Posso anche spegnerla.

Il mondo è una mia invenzione.”

 

 

 

Auđur Ava Ólafsdóttir


Auđur Ava Ólafsdóttir, nata a Reykjavík nel 1958, è una delle piú importanti scrittrici islandesi viventi. Ha insegnato Storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda. Per Einaudi ha pubblicato “Rosa candida”, tradotto in tutti i maggiori paesi europei e negli Stati Uniti, “La donna è un’isola”, “L’eccezione”, “Il rosso vivo del rabarbaro” e “Hotel Silence”, con cui è stata finalista al Premio Strega Europeo 2018.

 

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