Nel profondo




Recensione di Francesca Mogavero


Autore: Daisy Johnson

Editore: Fazi Editore

Traduzione: Stefano Tummolini

Pagine: 276

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2019

 

 

 

 

 

Sinossi. Gretel lavora come lessicografa: aggiorna le voci del dizionario, ragionando quotidianamente sul linguaggio, attività che ben si addice alla sua natura riflessiva e solitaria. Ha imparato che non sempre esistono vocaboli precisi per indicare ogni cosa, almeno non nel linguaggio di tutti; ma quando era piccola, e viveva su una chiatta lungo il fiume, lei e sua madre parlavano una lingua soltanto loro, fatta di parole ed espressioni inventate, e allora anche i concetti più astratti trovavano il proprio termine di riferimento, come il Bonak, definizione di tutto quello che più ci fa paura. Adesso sono passati sedici anni, esattamente la metà della vita di Gretel, da quando sua madre l’ha abbandonata, e le parole di quel codice stanno lentamente scolorendo, perdendosi nei fondali della memoria. Ma una telefonata inattesa arriverà a riportarle a galla, insieme ai ricordi di quegli anni selvaggi passati sul canale, dello strano ragazzo che trascorse un mese con loro durante quel fatidico ultimo anno, di quella figura materna adorata e terribile con la quale è arrivato il momento di fare i conti. I personaggi, i luoghi, la memoria, il linguaggio: ogni cosa è fluida e mutevole, come le acque torbide del canale che fanno da ambientazione a questa storia magnetica. Attraverso una scrittura dalla precisione quasi inquietante, che le è valsa una candidatura al Man Booker Prize a soli ventisette anni, Daisy Johnson si serve di riferimenti culturali che vanno dal mito classico al folklore nord-europeo e costruisce un racconto di rara suggestione, in cui risalire le correnti del passato è l’unico modo per costruire la geografia del presente. Nel profondo è un romanzo già in grado di emanare la propria mitologia.

 

 

 

Recensione

Quanto costa ricordare?

Pochissimo, in teoria, perché “I luoghi dove siamo nati ritornano: riportare alla mente è un meccanismo automatico, visto che, di fatto, non cè proprio nulla da riportare, ma le memorie sono già lì, magari non proprio schierate in bell’ordine, catalogate con la precisione di una biblioteca, di certo un po spettinate, sparpagliate – alcune sono andate a ficcarsi in un angolo polveroso o sotto un tappeto che non sapevamo neppure di avere – ma comunque lì, a disposizione, pronte a scattare al primo profumo, alla minima connessione.

Eppure ricordare può costare molto, a volte, perché è un’azione simile a una gita nell’aldilà organizzata da un tour operator fai-da-te: recuperi un ricordo e assieme a lui ti porti a casa anche qualcos’altro, un ospite imprevisto e malevolo. Un’emicrania che non vuole andarsene, un dolore emozionale che si ripercuote nelle cellule e viceversa, un trauma sepolto fino a un attimo fa che ora non ci fa dormire, un’assenza che occupa uno spazio immenso: un Bonak, l’incarnazione strisciante, bipede o quadrupede, irsuta o squamosa di tutte le nostre paure.

E questi oscuri fantasmi scelgono parole come si fa da un armadio – facendo abbinamenti azzeccati, alla moda, oppure afferrando un accessorio e un tessuto apparentemente a caso – accumulano stratisu strati, prendono forma e sostanza, tornano in vita e letali: nella loro casa galleggiante Gretel – bambina di una fiaba selvaggia, vittima e aguzzina di una strega golosa di libertà – e Sarah costruiscono una lingua segreta e personale e, di conseguenza, un mondo intero.

Sfanculare, svaccarsi, scornacchiata, spruzzo, casiname: termini coloriti, potenti, immediati, grezzi, che evocano le profondità vischiose di un fiume e il flusso vorticoso e complesso del legame tra madre e figlia – non a caso il titolo originale del romanzo è Everything under, che fa pensare al dietro le quinte, al doppio fondo di un cassetto e a tutto ciò che si ripone sottocoperta, per poi recuperarlo al momento del bisogno.

Insomma, le parole, edificano, creano, generano mostri, talvolta. Ma cosa succede, invece, quando i termini sfuggono e le lettere non si lasciano catturare? L’universo si sgretola, i ricordi restano ma smarriscono l’orientamento, il Bonak continua ad aggirarsi per boschi e soffitte, ma che senso ha dargli la caccia se ormai se ne ignora il motivo?

Sarah ha lasciato la piccola Gretel, si è persa e oggi prova a ritornare (in e in una realtà che non è più la stessa), ma la coltre di risentimento, incomprensioni e compleanni non festeggiati, unita alla siccità espressiva, ha alzato ulteriormente le barriere. Così l’ex bimba – ma figlia per sempre – mette da parte il lavoro da lessicografa e si reinventa investigatrice e archeologa: scava nella confusione di chi le sta di fronte e nella terra, divelle assi marce che sigillano segreti, cerca testimoni e ricostruisce una storia di maternità indesiderata, di esistenze galleggianti, di presagi e complessi edipici. Per rabbia e per amore, per furia e affetto, per ineluttabilità.

Daisy Johnson, vero demiurgo al di sopra e dentro le pagine, padroneggia la grammatica e le strutture narrative, tiene salde le redini del lessico e affresca con perizia una vicenda arcaica e nuova, la fiaba e il mito perenni, il sogno senza tempo di sentirsi amati, compresi e a casa.

A cura di Francesca Mogavero

https://www.buendiabooks.it

 

 

Daisy Johnson,


nata nel 1990, ha pubblicato la raccolta di racconti Fen nel 2016, grazie alla quale ha vinto l’Harper’s Bazaar Short Story Prize, l’A.M. Heath Prize e l’Edge Hill Short Story Prize. Attualmente vive a Oxford. Con Nel profondo, il suo esordio, all’età di ventisette anni è stata la più giovane scrittrice in assoluto a entrare nella shortlist del Man Booker Prize.

 

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