Nella botte piccola ci sta…






(recensione di Gian Luca A. Lamborizio)


 

Autore: Diego Tonini
Editore: Nativi Digitali
Pagine: 174
Genere: thriller
Anno Pubblicazione: 2016

 

 

 

Di solito, quando ci si trova a recensire libri che, per usare un eufemismo, non ci hanno particolarmente entusiasmato, né si vuole ricorrere ad una totale stroncatura, perché magari l’autore è giovane e volenteroso, o fa comunque intravedere qualità che potrebbero sbocciare più avanti, ci si rifugia in un prolisso e impersonale riassunto della trama, senza entrare troppo nel merito del giudizio.
Il compitino è fatto, la paginetta riempita, e intanto il lettore attento ha comunque capito.
Chi deve intendere… intende!
Nel caso de Nelle botti piccole ci sta il vino cattivo, il problema è invece sinceramente e diametralmente opposto.

Ho trovato infatti le poco più di centotrenta pagine dell’ultima fatica letteraria di Diego Tonini, talmente surreali, spiritose e francamente divertenti, che non vorrei accennare neanche una parola della trama, per non togliere al lettore il piacere della scoperta e della sorpresa.
Ma qualcosa, anche dell’intreccio, bisogna pur dire, e dunque…

Il detective privato Vincent “Vince” Carpenter, un duro ex poliziotto, in apparenza cinico ma con il regolamentare cuore d’oro e con qualche problema finanziario, dovuto a scarsità di clientela, nonché alle prese con alcuni vizietti congeniti, quali alcol e fumo, deve questa volta vedersela con Frankie Codadiporco e i suoi scagnozzi, perché i “cattivi” devono recuperare una somma che il loro capo ha prestato al nostro eroe per giocarsela alle corse dei cani, e che Vince ha regolarmente e prontamente perso, causa soffiata ingannatrice.
Mentre Vince si sta arrovellando per recuperare un po’ di grana e salvarsi, letteralmente, le palle, gli arriva una busta anonima, con cinquecento bei dollaroni in contanti come acconto e l’incarico di scongiurare una guerra che potrebbe di lì a poco scoppiare fra i Lil’ Boyz e i Flamingos Di cosa si tratta?
Beh, basti dire che di lì in avanti inizieranno l’incubo di Vince e soprattutto il divertimento per il lettore. Perché qui non stiamo parlando di faide fra gang di spietati criminali, bensì della lotta senza quartiere che potrebbe nascere fra… Ma qui mi fermo, ho già detto fin troppo.
Al lettore scoprire il seguito; per farlo, dovrà uscire parecchio dal seminato, armandosi di fantasia e soprattutto voglia di lasciarsi andare, senza remore o preconcetti, nelle spire del racconto.

Un’avvertenza è d’obbligo, per onestà intellettuale e correttezza nei confronti di chi ci legge; qui non siamo nel campo del giallo e del noir tradizionali anche se gli ingredienti, e le qualità autoriali, ci sono tutte, e i “morti ammazzati” (notare le virgolette) non mancano.
Tonini è, penso, un profondo conoscitore, e amante, del genere hard boiled, lo si capisce fin dall’incipit del libro (prova ne sia, caso mai servisse, lo pseudonimo di Dashiell Hammett che il protagonista fornisce durante le sue indagini, omaggio ad uno degli autori cult del filone), e certamente in grado di scrivere bellissimi romanzi propri del genere.

Ma qui la narrazione vira prestissimo verso un’altra dimensione, assolutamente fantastica e surreale, in cui il lettore, appunto, deve calarsi se non vuole perdersi il divertimento e il piacere della lettura, ampliati ancora, se possibile, dal voluto contrasto fra il linguaggio e i toni usati, e la storia narrata e i personaggi che la animano.
Se ci riuscirà, sarà sicuramente ripagato.

A me, per esempio, è venuto assolutamente naturale, così come viene naturale lasciarsi prendere dalla narrazione fino al punto di considerare come reale e possibile, ciò che invece appartiene a tutto un altro piano.
Ancora solo una considerazione, che forse, ahimè, farà capire qualcosa di quanto attende il lettore, ma doverosa.

Il libro, e gli spunti che contiene, sono talmente divertenti e coinvolgenti che potrebbero benissimo essere di ispirazione anche per una pellicola cinematografica, a metà fra qualcuno degli Indiana Jones più riusciti e Chi ha incastrato Roger Rabbit.
Ben concepito, ben scritto, veramente divertente anche se non privo di spunti di riflessione seria e, incredibile ma vero, comunque pieno di suspense.
Bravissimo Diego!


L’AUTORE – Diego Tonini, classe 1978, una laurea in Scienza dei materiali e un lavoro attinente ai suoi studi, vive a Treviso con Valentina, il loro bambino e “una cagnolina triste di nome Zelda”. Scrittore da parecchi anni, è autore fra l’altro di racconti horror e fantastici. A gennaio è uscito come ebook il suo romanzo breve Nella botte piccola ci sta il vino cattivo, ora anche in edizione cartacea.

INTERVISTA
1) Diego, presentati in tre righe ai nostri lettori.

Sono uno scienziato, uno scrittore e un fotografo. In realtà è quello che vorrei essere, ma alla fine sono solo un ragazzino di trentotto anni che cerca di conciliare le sue passioni con una quotidianità che non è sempre facile.

2) Quando è scattata in te la passione per la scrittura?

Potrei dirti che scrivo da quando ho memoria, che non potrei vivere senza e tutte quelle menate lì, ma la verità è che, come tanti, ho cominciato da adolescente scrivendo raccontini cupi e tragici e poesie tristissime che tenevo in quadernini che non facevo leggere a nessuno. L’approccio “professionale” è nato nel 2012 quando un mio racconto è stato selezionato per il concorso “Subway Letteratura” e un editore locale mi ha chiesto se avevo un romanzo pronto da sottoporgli. Io non ero mai andato oltre le ventimila battute però l’idea mi attirava, quindi ci ho provato (con quell’editore poi non se n’è fatto nulla, comunque).

3) Tu hai una formazione, e una professione, eminentemente scientifiche. Eppure scrivi (benissimo) storie e libri horror, fantasy e hard boiled. Come convivono in te queste due anime?

Premesso che sono fortemente convinto che letteratura e ricerca scientifica abbiamo più in comune di quel che si pensi, perché entrambe hanno a che fare con un processo creativo (nel senso di generazione di idee nuove) sottoposto però a una serie di regole, la mia anima di scrittore è più un hobby, un divertimento, anche se cerco di mantenere un approccio professionale. Il lavoro che mi dà da mangiare è l’altro.

4) Parliamo della tua ultima uscita in libreria Nella botte piccola ci sta il vino cattivo. Come ti è venuta l’idea di scrivere questo divertentissimo e surreale romanzo?

È partito tutto da “Subway Letteratura” (www.subwayletteratura.org): ho mandato un racconto che poi è stato selezionato e diffuso gratuitamente nelle metropolitane (dovrebbe essere ancora online, tra l’altro) il cui protagonista era proprio Vince Carpenter. Un editore locale lo ha letto e mi ha chiesto se avevo un romanzo pronto, io non avevo nulla ma mi sono messo a pensare a una storia diversa, che avesse sempre Carpenter come protagonista, ed è venuto fuori Nella Botte Piccola… Io adoro i romanzi di genere, ma mi piace anche scombussolare un po’ le carte, giocare con i cliché, e credo che nel mio romanzo questo si noti

5) Vincent “Vince” Carpenter, il tuo protagonista, un detective duro e apparentemente cinico, con il cuore d’oro… Domanda classica: come è nato Vince e quanto c’è di Diego in lui?

Vince è nato da Eddie Valiant di Chi Ha Incastrato Roger Rabbit, anche se in lui c’è un po’ dei miei racconti adolescenziali, un po’ del Nick Belane di Pulp e del Rick Deckard di Blade Runner. Di me ci sono soprattutto l’ironia e il sarcasmo, ma in fondo anche io sono come lui: una specie di Lindor, duro fuori ma tenero dentro…

6) Il tuo libro è una riuscitissima commistione di generi diversi. Mentre scrivevi, ti sei chiesto come i lettori avrebbero potuto prendere questa tua personalissima tecnica?

Sinceramente no, io amo ironizzare sui cliché e gli stereotipi dei generi, e mentre scrivevo ho pensato a un pubblico che potesse apprezzare qualcosa di simile. Anche per questo ho mandato il manoscritto a Nativi Digitali: tutti i loro libri, pur con caratteristiche diverse, sono un po’ fuori dalle righe, quindi mi sembrava una buona casa anche per Carpenter.

7) Nella mia recensione al tuo libro ho scritto che sei un amante dell’hard boiled, che fra l’altro interpreti benissimo: ci ho preso? Quanto ha di veramente letterario questo genere, apparentemente riservato solo a pochi appassionati?

Il mio primo amore è la fantascienza, ma adoro anche l’hard boiled, soprattutto per i personaggi borderline che ci sono in questi tipi di romanzi, sempre in bilico tra la dannazione e la salvezza, sempre in cerca di evitare che le loro vite vadano in pezzi ma allo stesso tempo capaci di slanci enormi di altruismo. Per il discorso “letterarietà” io credo che il primo scopo di un romanzo sia appassionare il lettore, legarlo alle pagine, poi se c’è un messaggio o una ricerca artistica ancora meglio. Spesso si considera la letteratura di genere qualcosa di serie B, tanto che i maestri sono presentati sempre come “scrittori che hanno saputo oltrepassare i limiti del genere” mentre io penso che i libri si dividano in scritti bene e scritti male e che perle di letteratura si possano trovare in qualsiasi genere. Torno a Bukowski: oggi è considerato un classico della letteratura americana, e Pulp non è altro che un hard boiled; stesso dicasi per Ma Gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? Di Philip K. Dick: è un capolavoro, ma alla fine resta sempre una detective story, con forte ambientazione fantascientifica.

8) Pensi che rivedremo presto il tuo detective alle prese con nuove avventure?

Lo spero! Qualche idea ce l’ho e con Nativi Digitali stiamo pensando a un progetto divertente (ma segretissimo…)

9) Parliamo ancora un po’ di te; cosa proprio non sopporti nel tuo prossimo, e cosa invece apprezzi particolarmente?

Non sopporto l’ignoranza, quella colpevole, di persone che non conoscono le cose e quasi se ne vantano e tollero molto poco gli assolutismi, gli atteggiamenti da ultrà che si vedono spesso sui social network. Quello che apprezzo molto sono invece la schiettezza, anche brutale e l’onestà intellettuale.

10) Altra mia domanda “classica”; un consiglio da dare a uno scrittore esordiente, e una cosa che lo stesso dovrebbe invece assolutamente evitare?

Non credo di avere il titolo per dare consigli! Comunque, nella mia limitata esperienza, quello che posso dire è che è necessario avere molta pazienza ed essere umili, leggere molto e accettare critiche e consigli, sono più utili le stroncature motivate che i complimenti del tipo: “bellissimo, bravo!”. La cosa da non fare assolutamente è credere che una volta pubblicato il libro sia finita lì: se si vuole arrivare alla gente il difficile comincia proprio dopo la pubblicazione: i nostri libri sono una stella nella galassia, far sì che qualcuno punti il telescopio proprio là è un’impresa ardua.

11) Oltre alla sveglia e a un bicchiere di buon whisky (si scherza…), cosa non manca mai sul tuo comodino?

In questo sono diverso da Carpenter: io sono più da birra e vino che da superalcolici… però non li tengo sul comodino, lì ci sono sempre: libri e Kindle, un quaderno per buttar giù qualche idea per una storia e, ahimè, il telefonino.

12) Quali autori di thriller, noir e simili consiglieresti ai lettori?

Tra gli stranieri: Donald E. Westlake per la vena umoristica che mette nelle sue storie, i libri su Harry Bosch di Michael Connelly, Raymond Carver, Pulp di Bukowski, e, anche se è considerato fantascienza, Ma Gli androidi Sognano Pecore Elettriche? Di Philip K. Dick. Di italiani ho apprezzato molto Pinketts, non mi dispiace Faletti, e poi Ervas e Malvaldi, anche se i loro sono più gialli classici che noir.

Diego Tonini

Recensione e intervista a cura di Gian Luca A. Lamborizio

Blogger, editor e digital pr. Alessandrino di nascita e milanese di adozione, è autore di testi di narrativa e collabora con alcune testate giornalistiche, tra cui Affaritaliani.it e MilanoNera, diretta dallo scrittore Paolo Roversi.
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