Non entrate in quella casa




Recensione di Francesca Mogavero


Autore: Romy Fölck

Editore: Newton Compton Editori

Traduzione: Eleonora Tomassini

Pagine: 336

Genere: Thriller

Anno di pubblicazione: 2019

 

 

 

Sinossi. Una notte d’autunno un uomo finisce in coma dopo aver subito un brutale pestaggio. Si tratta del padre della poliziotta Frida Paulsen, che frequenta l’accademia lontano dal suo paese natale. Allarmata dalle condizioni di suo padre, nonostante i loro rapporti freddi, Frida fa ritorno nell’Elbmarsch. Rimettere piede in quei luoghi significa riaprire vecchie ferite mai cicatrizzate, le stesse che il commissario di polizia criminale Bjarne Haverkorn – che indaga sul caso di suo padre – condivide. Sono trascorsi quasi vent’anni dal loro ultimo incontro, quando la migliore amica di Frida, Marit, venne assassinata in una stalla. Il colpevole non fu mai trovato e Haverkorn non si è mai perdonato per non aver saputo fare giustizia. È così che i due cominciano a collaborare, raccogliendo gli indizi sulla misteriosa aggressione al padre di Frida, fino a scoperchiare orrori del passato e riportare alla luce verità terribili. Perché ci sono segreti in grado di sconvolgere ogni cosa, persino dopo tanti anni.

 

 

 

Recensione

Nel Marsch le persone sono pratiche, non c’è tempo per fronzoli e smancerie, la raccolta, il controllo delle pompe d’irrigazione, i campi e la vendita dei frutti hanno la priorità.

Ci si conosce tutti, molti sono legati da amicizie un po’ rudi, fatte di poche parole e gesti affettuosi pari a zero, ma intrise di lealtà, fiducia e complicità; con i forestieri – quelli davvero sconosciuti e quelli che ritornano dopo anni di assenza – si è diffidenti, ostili ove necessario, perché i cambiamenti, le tecniche troppo moderne, lo sfruttamento dei terreni e la scomparsa delle vecchie varietà di mela sono inconcepibili, pericolosi.

Se una minaccia, una sciagura colpisce un singolo, questo male riguarda l’intero paese per una tacita legge della comunità – o forse per quella capacità di “mettersi nei panni di” che in certe zone, in certe condizioni, si acuisce.

Nel 1998 una quattordicenne, la bionda, bella e spavalda Marit Ott, è stata trovata morta in una stalla e da allora nulla è più stato come prima. A partire dalla sua famiglia, straziata dal dolore, e via via più in là, come le onde concentriche di un sasso gettato in uno stagno: la migliore amica Frida, il compagno più grande (e forse conteso) Jesper, i vicini, il capo della Omicidi e la sua carriera.

A nulla sono valse le ricerche, le indagini, le veglie e le notti insonni: il Marsch ha accusato il colpo e non lo ha mai del tutto assorbito.

Frida, dopo essere stata mandata in collegio ed essere poi entrata in polizia, torna a casa per occuparsi della fattoria in seguito alla brutale aggressione subita dal padre Fridtjof e il flusso dei ricordi, del non detto, del rimorso subito la reinveste con immutata forza, il trauma si riapre come una ferita mai rimarginata e la soffoca come due mani che stringono il collo.

Ritrova i posti segreti, una madre più stanca, un amore giovanile reciso prima ancora di sbocciare, le inquietudini e i silenzi; scopre un nuovo lato di Bjarne Haverkorn, che adesso è un collega, non più (o almeno non solo) il commissario tutto d’un pezzo capace di metterla all’angolo con un’occhiata, ma un uomo invecchiato prima del tempo, alle prese con una guerra personale e la paternità negata.

Si affastellano gli interrogativi di sempre e nuove domande: cosa è accaduto a Marit (e a Frida stessa, in un certo senso) quella notte?

Stava aspettando il suo assassino?

Cosa significa quell’occhio con la pupilla circondata da un triangolo di fuoco che compare più volte lungo il cammino di Frida?

E quella vittima adolescente del passato è collegata all’incidente di Fridtjof. e alla scia di sangue fresco che dilaga dal momento in cui la giovane poliziotta è tornata nel Marsch?

Non entrate in quella casa il titolo originale è “Il sentiero della morte”, il soprannome della strada sterrata dove sorge la stalla è un consiglio, un avvertimento… o forse un divieto che invita a fare l’esatto opposto: non rimettete piede là dove avete visto, sofferto e taciuto, non varcate la soglia del passato oscuro, già calpestata più e più volte…

Ma come è possibile ignorare i fantasmi e continuare a vivere con un buco nero al posto dell’anima?

Entrare e scavare (talvolta nel vero senso della parola) è un imperativo, anche quando il buco dovesse rivelarsi più buio e profondo del previsto.

Con un linguaggio volutamente scarno, polare e una vivida e nostalgica rievocazione degli anni ’90 (vi basti sapere che troviamo anche una citazione di Laura non c’è), l’autrice Romy Fölck ci offre un thriller classico, paradossalmente rassicurante nei suoi colpi di scena, nel vortice di azioni e reazioni a catena e nella perenne corsa contro il tempo.

E non è questo che vogliamo, essere rassicurati mentre l’adrenalina scorre nelle vene e tra le righe?

 

 

 

A cura di Francesca Mogavero

www.buendiabooks.it

 

 

Romy Fölck


Romy Fölck è nata a Meißen, in Germania, nel 1974. Ha studiato legge e ha lavorato per dieci anni per una grande azienda di Lipsia, fino a che non ha deciso di vivere il suo sogno di scrivere a tempo pieno. Oggi vive con il marito nell’Elbmarsch vicino ad Amburgo, dove trova ispirazione per le ambientazioni dei suoi romanzi. Non entrate in quella casa è la prima indagine dei due investigatori Frida Paulsen e Bjarne Haverkorn.