Non entrare




(Recensione di Katia  Montanari)


Autore: Brian McGilloway

Traduttore:  Francesca Noto

Editore: Newton Compton editori s.r.l.

Genere: Thriller

Pagine: 336

Data di pubblicazione: Febbraio 2018

 

 

 

La detective Lucy Black si reca al Grasha Hospital, alla periferia della città di Derry per fare visita a suo padre. La casa di cura si trova lungo il fiume Foyle, vicino al Foyle Bridge, palcoscenico in quel periodo di svariati suicidi. Mentre Lucy cerca spiegazioni sul motivo per cui suo padre si trovi nel reparto di massima sicurezza, legato al letto e pieno di lividi, le viene chiesto dal personale dell’ospedale di intervenire nella zona del fiume poiché è stato avvistato il corpo di un uomo incastrato in alcuni rami in mezzo all’ acqua. Il detective Black dirige le azioni di recupero del corpo e subito si scopre che non si tratta dell’ennesimo caso di suicidio ma di un cadavere già imbalsamato e ben vestito pronto per essere seppellito. Come, quando e perché è finito nel fiume? Il caso viene affidato per problemi di organico all’ unità di Protezione Pubblica quindi proprio a Lucy e al suo capo l’ispettore Fleming.

 

L’autore affronta alcuni dei problemi sociali emersi durante la crisi dell’edilizia Irlandese nella città di Derry. La disoccupazione ha portato un grave disagio sociale.

Operai venuti dal resto dell’Europa con il boom dell’edilizia ora si ritrovano per strada. La città ha visto un incremento dei casi di alcoolismo e di suicidio ma anche la nascita di associazioni e centri di accoglienza che cercano di dare una risposta ai tanti bisognosi. È in questo contesto che Lucy e il suo capo Fleming si muovono cercando di risolvere il caso a loro assegnato. Lucy è un personaggio che funziona: educata, professionale, riflessiva, che cattura da subito la simpatia del lettore che viene attratto proprio da questa sua semplicità e umanità.

Mentre da un lato è aperta, attenta e determinata nel risolvere i problemi dei personaggi che incontra nelle indagini, dall’ altra è frenata e chiusa nelle sue relazioni personali nelle quali dimostra tutta la sua fragilità. Il rapporto conflittuale con la madre e quello con il padre, unica sua figura di riferimento, che rischia di naufragare a causa della malattia di quest’ ultimo, sembrano spingerla a buttarsi nel lavoro lasciando in stand by la propria vita privata.

L’autore affronta argomenti come l’alcoolismo, la violenza contro le donne e la prostituzione con grande sensibilità, senso della realtà e senza utilizzare stereotipi, analizzando la psicologia dei personaggi coinvolti in modo attento e rispettoso.
Anche se questo libro è il terzo di una serie (“Non parlare” del 2014 e “Urlare non basterà” del 2015) e vi sono alcuni richiami alle vicende degli altri testi, si può leggere tranquillamente anche come opera a sé.

L’ unica controindicazione è che essendo un thriller scritto bene e con una trama molto interessante e ben strutturata c’è il rischio che vi venga voglia di acquistare anche gli altri.

 

 

Brian McGilloway


È nato nel 1974 a Derry nell’ Irlanda del Nord, città in cui ha ambientato i libri della serie di Lucy Black. Ha studiato inglese alla Queens University di Belfast. Marito e padre di 4 figli, insegna al Holy Cross College di Strabane.