Non ne sapevo niente




Non ne sapevo niente. Serbia 1995, Danube Mission le rivelazioni di un casco blu.

Recensione di Sara Ferri


Autore: Ernesto Berretti

Editore: Oltre Edizioni, Letture del Mondo

Genere: Narrativa storica

Pagine: 288

Anno di pubblicazione: 2018

 

 

 

 

 

Sinossi. Era il 1995. Con pusher e navi, sul Danubio si tentava ancora di violare l’embargo contro l’ex Jugoslavia in guerra. Gli unici controlli erano fatti dai Baschi Blu della UEO. Ed Ernesto Berretti era uno di loro. E, come racconta, non sapeva niente della guerra nei Balcani, al pari di altri suoi commilitoni. La base della Missione era a Calafat, a sudovest della Romania appena uscita dalla dittatura di Ceausescu. Lì si viveva a ritmi slabbrati come elastici di vecchie mutande. Se Calafat fosse stato un pugile, sarebbe stato stretto alle corde (il Danubio) dal suo avversario (i Rom); sarebbe finito al tappeto malamente; e l’arbitro (lo Stato) non avrebbe iniziato la conta. Solo i secondi al suo angolo (i soldati della Missione) avrebbero potuto salvarlo, gettando la spugna. Calafat era destinato a vivere una vita senza vittorie. Come Dana, Adrian, Florin, Agatha, Magda e Whiter: vite senza vittorie, le cui figure sono ben tratteggiate dalla penna dell’autore, che ben s’immerge, con grande forza e resa emotiva nella situazione del tempo, così anche raccontando la vita, il lavoro, i rischi dei soldati in missione all’estero, lontano da casa. Lo fa a tutti noi, che non ne sappiamo niente.

 

 

Recensione

È questo il male che attanaglia l’uomo in questo secolo: l’ignoranza. Sempre più spesso si parla di ciò di cui non si sa, o di cui non si vuole sapere. Per comodità o perché i nostri preconcetti ci chiudono di fronte alla conoscenza.

Questo è proprio ciò di cui l’autore, Ernesto Berretti, ci parla nel suo romanzo, intitolato Non Ne Sapevo Niente. Quando mi sono ritrovata tra le mani questo libro, ammetto mio malgrado, di aver pensato realmente di non avere nessun tipo di competenza per poter comprendere ciò che vi viene narrato. In effetti, quando la guerra nei Balcani è esplosa, io ero una giovane adolescente alle prese con studio, amici e i piccoli hobby di una tredicenne. Il resto del mondo non mi riguardava. Eppure bastava allungare lo sguardo oltre l’orizzonte del Mio mare, quello che avevo di fronte alla finestra, per poter capire quanto poco fosse lontana la guerra.

Nata sullo stesso mare, sono cresciuta con l’idea che la Croazia e la Jugoslavia fossero il risvoltopiù bello della medaglia che condividevamo: il mare Adriatico. Ed è stato proprio ciò che ho pensato la prima volta che i miei occhi hanno incontrato le coste scoscese e frastagliate della meravigliosa Croazia. Avevo diciassette anni e la guerra sembrava finita. Sembrava!

Ricordo perfettamente lo sguardo di mio padre incollato ai muri, simili a Gruviere a causa dei colpi delle mitragliatrici. Appena attraccati al molo di Dubrovnik si aveva la sensazione di entrare in una dimensione parallela, completamente diversa da quella italiana, dove l’economia fioriva e la guerra era solo un lontano boato.

Negli occhi dei croati traspariva l’alone del terrore provato in quegli anni bui, la tristezza per chi era rimasto e non aveva più nulla e per chi invece non ce l’aveva fatta. Ma se non si è mai sperimentato il dolore della guerra come se ne può parlarne, come si può sapere ciò che si prova, ciò che si sente, quando si è costantemente sotto il tiro dei bombardamenti?

Per questo il libro di Ernesto Berretti, oltre che uno spaccato di storia di cui pochi parlano, è un libro vero che parla di vita vera, quella che ha coinvolto migliaia di persone. L’autore ha avuto l’opportunità di trovarsi in mezzo a loro, per sua fortuna, dalla sponda giusta del Danubio, quello rumeno.

Nelle pagine in cui il protagonista (lo stesso autore) si siede sulle sponde di questo placido fiume ad osservare la sponda serba, si ha la sensazione di essere lì con lui. L’immagine è così chiara e lucida che si ha la sensazione di trovarsi lì, seduti sulla riva, ad osservare una nazione che inizia a respirare dopo anni di apnea: la guerra.

La scelta del titolo è quanto mai perfetta. Sono consapevole che lui, come chiunque altro al suo posto, non sapesse ciò che realmente accadeva in quei luoghi, fino a quando non ci si è trovato dentro.

Ed è quello che l’autore scopre nella sua routine lavorativa di casco blu. Una routine all’apparenza banale, ma che per gli abitanti del luogo aveva le sembianze di una boccata di aria fresca. Ma se dovessi fare Mio il titolo e il messaggio che vi è contenuto, mi verrebbe spontaneo fare una riflessione sulla parte dedicata alla vita e alle abitudini dei Rom. Questo spaccato culturale occupa una parte sostanziale del libro. L’autore dedica numerose pagine alla descrizione degli stili di vita e delle abitudini di questa etnia tanto discussa. Vediamo realmente solo ciò che ci aggrada e che ci fa comodo e così, persone scomode come i Rom che sul ciglio della strada ci chiedono l’elemosina, sono per noi solo un dettaglio sporco e fastidioso della nostra società.

Un breve intoppo, una veloce distrazione che ci distoglie dall’intento di tornare nel nostro caldo focolare domestico il prima possibile. Eppure ho sempre guardato meravigliata e allo stesso tempo intimorita queste persone variopinte che vivono intorno a noi. L’autore getta un po’ di luce su quelle che sono consuetudini a noi poco chiare e molto discutibili. I piccoli bambini impolverati che accorrono ai piedi dei protagonisti a chiedere qualche spicciolo non sono altro che vittime inconsapevoli di atteggiamenti maligni degli adulti.

Le donne dai vestiti sgargianti, anch’esse vittime di una “società” in cui gli uomini dettano legge all’interno del “clan” e in cui padri e mariti dispotici la fanno da padrone. Come la povera Agatha, vittima dei soprusi di famiglie che portano avanti faide decennali. Usata come merce di scambio per pareggiare i conti con i torti altrui. Carne da macello. È la stessa ignoranza che miete vittime tra i Rom stessi, come i piccoli bambini nati con malformazioni o con difetti genetici, uccisi appena usciti dal ventre materno perché considerati “sbagliati”!

Alla fine di questo libro, l’autore ammette di essere tornato a casa, dalla propria famiglia, arricchito della consapevolezza di aver aiutato, anche se con piccoli gesti inconsapevoli, un popolo in guerra e le sue vittime

Ideali. Parola enorme per chi non sa. Parola che maschera, che traveste la propria ignoranza con altre parole: eroismo e fedeltà.

Ecco ciò che scrive l’autore in merito a questa blasonata parola: Ideali. Quello però che forse più di tutti si è portato a casa è la conoscenza di ciò che ci circonda, la diversità umana in tutte le sue sfaccettature.

Ed è proprio così che il libro si conclude, con una frase bellissima.

Fortunatamente conobbi quella gente, la compresi, la rispettai.

 

 

 

 

 

Ernesto Berretti


Ernesto Berretti è nato a Catania nel 1968. Da maggio a dicembre del ’95 con la Guardia di Finanza è stato Basco blu nella UEO Danube Mission, a Calafat. L’operazione di polizia doganale fu istituita per favorire la pacificazione nei territori dell’ex Jugoslavia, con l’incessante controllo del traffico fluviale sul Danubio in attuazione dell’embargo disposto dall’ONU. Alcuni suoi racconti completano raccolte edite da case editrici, enti pubblici e associazioni culturali. Oggi vive e lavora a Civitavecchia e, per giocare sulla routine familiare ha pubblicato l’e-book “Marie’, se stanotte russo…”.
Questo è il suo primo romanzo.