Primo venne Caino






(Recensione di Giusy Giulianini)

Giusy Giulianini è nata e vive a Bologna. Legge, molto e da sempre, e scrive un po’: recensioni e interviste agli autori di narrativa giallo-noir, sua passione inveterata, e qualche riflessione personale, in veste di racconto o di romanzo. Quest’ultimo, un thriller emotivo, è fermo al Capitolo XVII e chissà se si muoverà da lì? Se si dovesse descrivere con una frase, questa sarebbe ‘I libri sono il mio peccato e i noir il mio peccato mortale”.


Autore: Mariano Sabatini

Editore: Salani

Genere: thriller

Pagina: 308

Data pubblicazione: 25 Gennaio 2018

 

 

A poco meno di due anni dal suo esordio narrativo con L’inganno dell’ippocastano (Salani, 2016), Mariano Sabatini firma Primo venne Caino (Salani, 2018, pag. 308), il suo secondo thriller giornalistico. La definizione, non mia purtroppo, è quanto mai azzeccata: non solo per un protagonista che è un cronista di razza – Leonardo Malinverno, già conosciuto nell’opera precedente – ma soprattutto a motivo di una complessa vicenda narrata con il passo e la credibilità del miglior giornalismo d’inchiesta. Professione peraltro che Sabatini ben conosce, avendo collaborato alle più importanti testate giornalistiche, in parallelo a una non meno significativa attività di autore e critico, televisivo e radiofonico.

 

In una torrida estate romana, Leonardo Malinverno giornalista de Il globo, viene messo in contatto, dall’amico e vicequestore Jacopo Guerci, con il maggiore dei Carabinieri Walter Sgrò, alle prese con un efferato omicidio che sospetta opera di un assassino seriale. E’ proprio il modus operandi con cui è stato ucciso lo studente Simone Intrieri – soffocato con un sacchetto di plastica e scorticato in corrispondenza di un artistico tatuaggio – a istillargli il dubbio che si tratti della seconda vittima di un serial killer con prontezza ribattezzato il Tatuatore. I suoi superiori sono scettici, anzi ostili per il timore di diffondere il panico in città, e Sgrò si vede costretto a condividere le informazioni con Malinverno, contando sulla sua capacità di sollevare un polverone mediatico e di sensibilizzare così le alte sfere. Il giornalista non si fa pregare, sfida anzi il parere contrario del direttore ad interim de Il globo e viene licenziato. Per lui è il deflagrante inizio di un’inchiesta da battitore libero in cui, non più costretto dalle pastoie di redazione, lancia nel web rivelazioni esclusive dalle pagine virtuali di un blog creato per l’occasione. La stampa riprende all’infinito le sue anteprime e le emittenti televisive si contendono la sua presenza: il circo dell’horrortainment, come argutamente lo definisce Sabatini, si è messo in moto e “il dolore palpitante si è trasformato in intrattenimento televisivo”. Mentre il Tatuatore prosegue implacabile la sua collezione di macabri ornamenti tatuati, Malinverno lo insegue con pari accanimento, sorretto dalla vasta dottrina dell’antropologo Paolo Marziale, in grado di sondare l’arte e la simbologia del tatuaggio fin dai suoi esordi biblici. Lo contrastano invece la fragilità dei suoi rapporti personali, in primis con il suo improbabile padre e con la splendente ma troppo giovane fidanzata. Sullo sfondo di una capitale sudicia e corrotta, trionfale solo agli occhi superficiali dei turisti, Malinverno conduce la sua inchiesta, sempre più consapevole che solo in quei “frammenti d’anima condivisi”, tra tatuatore e tatuato, si svela in questo caso un’inclinazione che appartiene al dominio del Male ben più che a quello dell’Arte.

 

Un thriller impeccabile per la solidità dell’intreccio narrativo, e non a caso Sabatini si autodefinisce un tramista, che nelle oltre trecento pagine non conosce sbavature né errori procedurali. Poco importa l’eventuale obiezione, che l’Italia non è patria di serial killer.

A prescindere dall’evidenza che i nostri bravi esempi li abbiamo avuti, eccome, – basti pensare alle diciassette vittime di Donato Bilancia, o alle sedici del Mostro di Firenze o ancora alle quindici di Ludwig – resta comunque insostituibile il fascino narrativo di chi uccide a ripetizione per inseguire il cosiddetto orgasmo emotivo, consapevoli come siamo che spesso è fin troppo sottile e incerto il confine tra il controllo delle pulsioni e i comportamenti illeciti.

Ben oltre la trama avvincente e i felici plot point, l’autore dà vita a caratteri di solido spessore psicologico, a cominciare da Leonardo Malinverno, questo suo protagonista di statura assoluta e folgoranti contrasti: intelletto vivace e robusto fiuto investigativo da un lato, inadeguatezza sentimentale e tendenza alla negazione di sé dall’altro, all’irragiungibilità “da tutto e da tutti, come in una pausa tra una nota musicale e l’altra”.

Onesto, però, e consapevole all’estremo dei limiti di una professione che spesso alimenta “l’attrazione del pubblico per i particolari sanguinolenti” e “trasforma gli studi televisivi in telecamere ardenti”.

Non da meno i personaggi di contorno, comprimari o figure secondarie, che l’autore descrive con pochi tratti di un abile pennello impressionista. Ecco, quindi, che la fidanzata Eimì splende della “consapevolezza di secoli e secoli di letteratura, di mitologia, di gesta eroiche”; il padre Arrigo si palesa “nel modo improvviso, fastidioso e invasivo di un raffreddore”; il direttore ad interim Tommaso Lembo si staglia “piccolo in tutti i sensi, rincalcato, di un’asciuttezza malsana, e sembra sempre volersi scusare d’essere nato”; tale Luigia Citran che  a dispetto di “una figura gracile domina lo spazio al pari di una sovrana, prodiga di fierezza e sprezzo”.

Altrettanto felice è la penna di Sabatini nel disegnare atmosfere e suggestioni. I suoi ‘luoghi del delitto’ spaziano dai colori vividi del quartiere San Lorenzo, equamente diviso tra sporcizia e sballo notturno, attraverso un’Isola Tiberina “alveo liquido” della capitale percosso dal vociare incessante dei suoi dehor, alla Borgata di Montespaccato cresciuta nel disordine edilizio conseguente “alla brama di guadagni facili dei palazzinari senza scrupoli.

La quiete non appartiene neppure ai sentieri di Villa Ada animati dalle “beghe del vento con le foglie”, forse solo al rifugio di Tarpasso dove “in primavera sembra che un bambino si diverta a sciogliere i colori del suo astuccio”.

Se in Primo venne Caino pare prevalere l’analisi psicologica dei caratteri e dei moventi rispetto all’attualità politica e sociale, che dominava invece L’inganno dell’ippocastano, rapide ma puntuali annotazioni rivelano il giornalista attento all’attualità e non risparmiano condanne severe all’uso improprio dell’informazione o alla ricerca sconsiderata dell’audience.

Lo stile dell’autore, sobrio ma affilato, supporta magistralmente una narrazione fluida, mai autocompiaciuta eppure ricercata, dove termini non banali (bellurie, resilienza) nulla tolgono alla spontaneità di dialoghi e descrizioni, dimostrando, se mai ve ne fosse bisogno, che si può diffondere cultura senza nulla togliere all’efficacia dell’intrattenimento.

 

Mariano Sabatini su thrillernord

Mariano Sabatini, nato a Roma nel 1971, è giornalista e scrittore.