Revolutionary Road






(recensione di Katiuscia Ducci)

 

Autore: Richard Yates

Traduttore: A. Dell’Orto

Curatore: A. Lombardi Bom

Editore: Minimum Fax

Collana: I Quindici

Anno edizione: 2009

Pagine: 457 p., Rilegato

 

 

 

La storia è ambientata nel 1955 e i protagonisti sono i coniugi Wheeler, una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York, che si è trincerata nella convinzione errata di essere anticonformista per il semplice fatto di desiderare (senza metterla in pratica) una nuova vita oltre oceano, mollando un lavoro sicuro, certezze economiche e una mentalità che impone all’uomo, al capo famiglia, di essere colui che porta a casa lo stipendio.

Mentre i sogni di Frank e April Wheeler trovano realizzazione più nelle parole che nei fatti e la loro ipocrisia inizia pian piano a emergere anche davanti ai loro stessi occhi, la storia si sussegue tra un lavoro di routine ben pagato, incontri con i vicini che detestano ma fingono di adorare e una passione per il teatro, in cui April tenta di avere successo in qualità di protagonista.

Ma ad andare in scena, in questo romanzo che supera la perfezione, è l’America ipocrita e conformista del dopoguerra, quella che ha venduto ideali e passioni in cambio di una casetta con giardino e tutte le comodità che il capitalismo può offrire. È un’America che non fa i conti con se stessa, che ha creato codici di linguaggio e di gestione dei rapporti personali talmente stilizzati da far divenire superfluo guardarsi dentro e chiedere se ciò che stiamo facendo ci renda davvero felice, se chi stiamo criticando non sia in realtà qualcuno tale e quale a noi, ipocrita quanto basta e anestetizzato da comodità irrinunciabili.

Qualcosa sopraggiungerà, però, a svegliare April da quel torpore, un qualcosa che non aveva previsto e che la metterà davanti all’evidenza: i suoi sogni resteranno sogni, ma non solo; ciò che la devasterà con la potenza che solo una verità inattesa può avere è la consapevolezza che sono sempre stati tali e che lei è arida di ambizioni e sentimenti tanto quanto lo sono gli altri.

 

 

Revolutionary Road, la strada in cui gli Wheeler e i loro vicini vivono, porta nel nome il riassunto di un intero romanzo. Di rivoluzionario, alla fine, ci sarà solo la triste consapevolezza di vedere ciò che si è, senza raccontarsi più bugie. Ma sarà un lusso (e una condanna) concesso a pochi, perché il resto della gente che uscirà immune da questa consapevolezza continuerà a vivere a braccetto con finzione e stereotipi. Così come farà l’America, vera protagonista del romanzo, che continuerà a fornire quella coperta di sicurezze materiali ed emotive che impongono di non porsi domande, pena la perdita di tutto.

Mentre stava ancora lavorando al libro, Richard Yates dichiarò di stare scrivendo un romanzo sull’aborto e la sua dichiarazione fu presa alla lettera. In realtà, come spiegò tempo dopo, ciò che il romanzo trattava era tutta la serie di aborti possibili: una commedia teatrale fallita, una carriera sfumata, ambizioni messe a tacere, fino ad arrivare all’aborto vero e proprio, non solo di un figlio ma della propria vita.

Il tema del romanzo, può comunque riassumersi usando le parole di Yates stesso:

«La maggior parte degli esseri umani è ineluttabilmente sola e la tragedia della loro vita è nascosta in loro stessi.»

Romanzo pubblicato agli inizi degli anni settanta, aspettò trent’anni per ottenere il meritato successo e occupare un posto di rilievo nella storia della letteratura mondiale e americana, e costituire un esempio di scrittura e capacità introspettiva in dote a pochissimi autori. Consigliatissimo.

 

 

 

 

L’AUTORE –  Richard Yates nasce da Vincent, aspirante tenore diventato rappresentante della General Electric, e da Ruth, detta Dookie, scultrice sempre sul punto di sfiorare il successo. Dopo l’abbandono del marito, pur senza un soldo Dookie cerca di far frequentare ai figli scuole e ambienti che li rendano persone raffinate.

Nel 1944, subito dopo il diploma, Richard viene arruolato e spedito in Francia. Comincia a leggere scoprendo Wolfe, Hemingway, Eliot e soprattutto Il grande Gatsby, che riterrà sempre, con Madame Bovary, il libro-chiave della tecnica narrativa.

Congedatosi nel 1946, si sposa a New York; nel 1951 grazie a una piccola pensione assegnatagli per la lieve forma di tubercolosi contratta in servizio può tornare in Europa e dedicarsi per due anni e mezzo alla scrittura a tempo pieno.

Rientrato in America nel 1954, lavora per la United Press, scrive comunicati pubblicitari per la Remington Rand e tiene il suo primo corso universitario alla New School, dove diventa amico di Kurt Vonnegut.

Nel 1961, Yates comincia a farsi valere sulla scena letteraria: il suo primo romanzo, Revolutionary Road, accolto con entusiasmo dalla critica, è finalista al National Book Award. L’anno seguente esce Undici solitudini, un volume di racconti che ottiene critiche favorevoli. Intanto Yates, che beve senza ritegno e fuma quattro pacchetti di sigarette al giorno, inizia a soffrire di crisi depressive.

Nel 1963 parte per Hollywood, dove gli propongono di sceneggiare un film (mai realizzato) dal romanzo Un letto di tenebre di William Styron. Lavora anche per il Governo, scrivendo i discorsi del ministro della giustizia Robert Kennedy. Dopo i fatti di Dallas, torna a tenere corsi universitari e, sebbene intimamente convinto che la scrittura non si possa insegnare, avrà come allievi futuri scrittori del calibro di Andre Dubus, Mary Robison, Tony Earley e John Casey.

Dopo il divorzio dalla prima moglie, Yates si risposa nel 1968, ma i problemi fisici e mentali, il suo carattere testardo e irascibile gli renderanno sempre impossibile mantenere sia una relazione stabile che l’amicizia di chi gli è accanto.

Nel 1969 appare A Special Providence. «Immagino che si trattasse della sindrome del secondo romanzo», dirà in seguito. «Per quel libro mi ci sono voluti sette anni, e alla fine hanno dovuto strapparmelo da dentro». I protagonisti, Robert Prentice, un ghost writer insoddisfatto, e sua madre Alice, artista più illusa che delusa, ricordano i Wheeler di Revolutionary Road, ma anche Richard e Dookie Yates. Gli elogi sono blandi, le vendite modeste.

Nella metà degli anni Settanta, l’editore Seymour Lawrence accetta di corrispondergli uno stipendio mensile, grazie al quale Yates scriverà sei libri in poco più di un decennio, nonostante l’alcolismo e la depressione peggiorassero.

Alla pubblicazione nel 1975 di Disturbing the Peace, molti critici danno per conclusa la carriera letteraria di Yates, che invece l’anno dopo stupisce tutti con The Easter Parade, una delle sue prove migliori. In seguito, Yates confesserà di essere riuscito a descrivere così bene le sorelle Grimes e il loro mondo perché lui stesso è una delle sorelle (tra l’altro, il soprannome della loro madre è Pookie). Due anni dopo esce A Good School, la cui inusuale delicatezza viene tuttavia frettolosamente scambiata per inconsistenza. Il testo è ispirato, come sempre, alla vita dell’autore: per Yates come per i suoi personaggi la famiglia è il fulcro dell’esistenza. A Elizabeth Cox che, da lui aiutata nell’editing del suo primo romanzo Familiar Ground, gli dice quasi a scusarsi: «Non scrivo altro che della famiglia», lui risponde: «Non c’è altro di cui scrivere».

Nel 1981 la raccolta Liars in Love esce quasi insieme a Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Carver: le affinità di stile e di temi appaiono così evidenti, che è ormai chiaro che Yates è un maestro, alla cui scrittura “seminale” cominciano a ispirarsi gli scrittori americani moderni. Il libro vende abbastanza bene (per gli standard di Yates, che non aveva mai superato il tetto delle 12.000 copie), grazie anche al crescente successo della “short story”.

Nel 1984 viene pubblicato Young Hearts Crying, ma le vendite sono scarse. Esquire definisce Yates «uno dei grandi scrittori meno famosi d’America».

Quando nel 1986 esce Cold Spring Harbor, Yates sta già lavorando a Uncertain Times, ispirato al periodo in cui scriveva per Robert Kennedy. Le critiche a Cold Spring Harbor sono contrastanti: la recensione apparsa sul quotidiano «New York Times» e quella pubblicata nel suo supplemento domenicale giungono a conclusioni opposte. Eppure le sue opere conoscono un momento di rivalutazione: nel 1989 la Vintage ripubblica Revolutionary Road, Undici solitudini e The Easter Parade. In questo periodo Yates insegna alla University of Southern California, soffre di enfisema ed è costretto ad assumere una gran quantità di farmaci, ma continua a fumare come prima.

Nel 1991 si stabilisce a Tuscaloosa per insegnare alla University of Alabama, ma soprattutto per dedicarsi completamente a Uncertain Times; il lavoro è però rallentato dalla malattia, che gli permette di scrivere solo una o due ore al giorno.

Nel 1992, ricoverato per un piccolo intervento chirurgico, muore per complicazioni post-operatorie, lasciando Uncertain Times incompiuto. Il manoscritto rimane inedito (tranne che per un frammento pubblicato dalla rivista newyorkese «Open City»), e a tutt’oggi non si sa se esista ancora.

Nel 2001, il silenzio sull’opera di Richard Yates è rotto dal «New Yorker», che pubblica due suoi racconti. L’aspettativa dei lettori è stimolata, e il successo di The Complete Stories of Richard Yates, che riunisce Eleven Kinds of Loneliness e Liars in Love, è tale che altri editori si affrettano a ripubblicare i suoi romanzi fuori catalogo da tempo. Alcuni scrittori (tra cui “yatesiani di ferro” come Michael Chabon e Tobias Wolff) ne promuovono le opere con una serie di letture pubbliche in giro per gli Stati Uniti, cercando di esaudire, sia pure in maniera postuma, un desiderio espresso un giorno da Yates ad Andre Dubus: «non voglio il successo, voglio lettori».

Nel 2008 il suo capolavoro, Revolutionary Road (minimum fax 2003, con introduzione di Richard Ford), è diventato un film nel 2009 (diretto da Sam Mendes e interpretato da Leonardo DiCaprio e Kate Winslet).

(Nota biografica a cura di Andreina Lombardi Bom)

 

 

Recensione a cura di Kate Ducci (Radix)

Kate Radix è autrice dei thriller “Le conseguenze” “Le apparenze” e “Le identità” e dell’antologia “La verità è una bugia”, una raccolta di quattro racconti di generi che spaziano dal thriller al fantastico.

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