Risa




Recensione di Francesca Mogavero


Autore: Michele Ainis

Editore: La nave di Teseo

Pagine: 153

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

Sinossi. Alla notizia della morte della zia Rosa, Diego decide di tornare dalla Pianura Padana a Messina, per fare visita all’ultimo parente che gli è rimasto, il fratello prete Jacopo. Durante il viaggio in treno conosce una studentessa, Camilla, con cui chiacchiera di libri e di storie siciliane. All’arrivo, però, ha una brutta sorpresa: la chiesa del fratello è sparita – anzi, nessuno ricorda che sia mai esistita! Anche la casa di famiglia si presenta sconvolta, del tutto cambiata rispetto a come la ricordava. A poco a poco, tutti i fuochi salienti della memoria di Diego – persone, luoghi, monumenti, immagini – scompaiono, come risucchiati da un collasso storico ed emotivo. Diego si metterà allora alla ricerca di Jacopo, con l’aiuto della studentessa conosciuta in treno e del bibliotecario Tano, anche loro interessati alla misteriosa scomparsa delle cose e della loro memoria. Ma questo è solo il principio di un enigma che inghiottirà Jacopo, Tano, Camilla, e uno dopo l’altro tutti i punti di riferimento di Diego. Con una scrittura lirica e leggera, con atmosfere sospese fra la terra e il mito, Risa ci trasporta in un viaggio nella memoria intermittente di noi stessi, di ciò che siamo stati.

 

 

Recensione

Che cosa sta capitando a Messina?

Diego, giudice metodico, preciso, che odia le imperfezioni, lascia il nord Italia e parte per la città natia dopo aver appreso la notizia della morte di zia Rosa, uno degli ultimi fili che lo teneva legato alla terra d’origine.

Un’assenza, quella della parente, che ben presto si sovrappone a quella, che dura ormai da sei anni, della madre e poi a quella del fratello minore Jacopo, vivo ma “virtuale”.

Una decisione, quella di Diego, d’impulso, per far fronte a questioni morali e burocratiche, ma soprattutto a un bisogno a cui non si può opporre un rifiuto.

La spinosa faccenda del nostos, del ritorno a casa, ci punge fin dalle origini e ci fa dimenticare guerre decennali e liaisons semidivine, lo sa bene Odisseo.

Certo sarebbe bello e comodo se, tornati al nido dopo aver sconfitto mostri e fatto sempre nuove esperienze, tutto fosse rimasto esattamente così come lo avevamo lasciato (o come ricordavamo), età anagrafica di amici, parenti e consorte compresa, come in un comodo albergo sospeso nel tempo, sempre pronto a soddisfare le nostre richieste e i nostri capricci. Un desiderio ingenuo, anche questo Odisseo lo sa bene.

Diego è un po’ meno preparato di lui: giunto a Messina, non trova una moglie e un trono insidiati dai Proci, ma… non trova affatto: edifici e monumenti che aveva stampati nella mente non ci sono più, inghiottiti nel tessuto urbano senza soluzione di continuità.

“Ma forse ciò che più deforma le cose è la memoria” è la prima spiegazione del nostro protagonista. Certo, plausibile: alcuni ricordi, velati di malinconia e di dolcezza, non brillano quanto a definizione e precisione topografica, così può capitare che la casa stregata che ci terrorizzava da piccoli non sia, oggi, in realtà, che un capanno degli attrezzi, e che quella gelateria, che eravamo convinti si trovasse proprio in quella via, sorga in una parallela poco distante.

Ma non è questo il caso, e non si tratta nemmeno di opere pubbliche e lavori stradali particolarmente solerti e rivoluzionari: di quelle costruzioni non c’è traccia nemmeno nella testa dei messinesi. E quando la dissolvenza tocca Diego da vicino, portandogli via vecchi amori e l’abitazione in cui aveva messo piede solo un attimo prima, dare la colpa allo scirocco che spettina le chiome e le meningi è troppo semplice e insensato.

Magari allora gli affetti e le cose svanite “ci sono però altrove, in altra forma, ecco perché Diego non sa più riconoscerle, perché le cerca nel loro vecchio aspetto”. Complesso, ma non impossibile, del resto la morte, anche se talvolta è difficile crederlo, non è una rottura definitiva, ma un passaggio su un altro piano, sotto un’altra forma che non si può abbracciare con facilità o scorgere al primo sguardo.

L’incontro, ripetuto e non sempre casuale, con due irruenti dottorande di psicosismologia, con un bibliotecario appassionato di tesori e leggende e la sua conturbante figlia e con un pescivendolo amico dei giganti spalanca davanti agli occhi, sempre più disorientati ma disposti a credere, del nostro giudice un ventaglio di possibilità: l’effetto dei terremoti sui sopravvissuti e i loro discendenti (e viceversa), gli scherzi della Fata Morgana, la tettonica delle zolle, il tributo richiesto da Risa, antichissima città sommersa, Atlantide sicula che reclama mattoni, vita ed energia…

E intanto sorge un’altra questione da affrontare, diversa e parallela: la difficoltà dell’agnizione, nella triplice accezione di riconoscere, riconoscersi ed essere riconosciuto.

Diego vacilla e traballa in una città che potrebbe cambiare aspetto nell’istante successivo, vaga invisibile agli occhi degli altri – qualcuno lo nota, lo chiama, ma poi confonde il suo nome e il suo vissuto con quelli di Jacopo, anche lui finito chissà dove – dubita perfino di se stesso. Camminare lungo tracciati vicini ma impenetrabili, perdere l’essenza, il nome, la coscienza e non specchiarci più negli occhi di chi amiamo: una fobia che Odisseo, approdato a Itaca sotto mentite spoglie, ma sotto sotto sperando che qualcuno lo veda davvero, nonostante tutto, conosce bene (avevamo dubbi?) e che conosciamo tutti noi da sempre – non è forse di questo, in fondo, che parla Tears in Heaven di Eric Clapton, della paura che tra vivi (o, per meglio dire, appena morti) e morti (quelli morti da un po’) non ci si riconosca più, malgrado i legami terreni?

Che fare allora? Fuggire o restare? Interrogare o seguire la corrente imprevedibile dello Stretto, a dorso di Scilla e Cariddi?

Una cosa è sicura:

“Certi viaggi sono come certi libri: ti lasciano sottosopra, non sai più da dove eri partito, dove stai arrivando” e “Cu’ cunta mette ’a junta”, chi narra vi mette del suo, cucendo la propria voce a un canto che esiste dall’alba del mondo, polifonico, sorprendente e senza fine.

Tra enigmi atavici e realismo magico, Michele Ainis cattura con uno stile schietto e fluido come olio d’oliva, originale e inconsueto come alici e uva passa, stratificato e verace come una teglia di anelletti al forno: scavi e scavi, affondi la forchetta e trovi sempre e solo una vulcanica bontà, che sa di nonni, di terra, di sugo e di casa.

 

 

 

Michele Ainis


Michele Ainis è fra i più noti costituzionalisti italiani. Scrive su “Repubblica” e su “L’Espresso”. Ha pubblicato una ventina di volumi su temi politici e istituzionali: tra gli ultimi La legge oscura (2010), L’assedio (2011), Privilegium (2012), Le parole della Costituzione (2014), La piccola eguaglianza (2015), L’umor nero (2015). Il suo primo romanzo, Doppio riflesso, è del 2012. Per La nave di Teseo ha pubblicato il saggio La Costituzione e la Bellezza (con Vittorio Sgarbi, 2016)