Scrivere per non morire




Scrivere per non morire. Memorie tragicomiche di un’ex ricercatrice

Recensione di Valentina Cavo


Autore: Elisabetta Violani

Editore: Giovanelli Edizioni

Collana: Taima

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2016

 

 

 

 

 

 

 

Sinossi. “Il mio romanzo è il racconto di ciò che ho visto e vissuto in tanti anni di studio e di attività di ricerca. Scriverlo è stato facile, difficile è stato sopportare il peso di ciò che a mano a mano usciva dalla mia penna. Per riuscirci ho dovuto riderci sopra. Prometto a tutti coloro che si degneranno di leggerlo che ne vedranno delle belle: più una vita è squallida più è degna di stampa, perché per scriverla ci vuole tanto coraggio. Ricordo ai gentili lettori che i proventi della mia opera sia in veste cartacea che come ebook saranno interamente devoluti alla realizzazione di qualche progetto utile al quartiere genovese di Marassi, devastato dalle alluvioni del 2011 e del 2014.”

 

Recensione

Scrivere per non morire racconta le vicende autobiografiche dell’autrice, Elisabetta Violani, nel periodo in cui frequentava l’università e le peripezie che ha voluto riportare sono descritte in un modo tale da far strappare un sorriso al lettore, malgrado – occorre precisare –  alcune di esse siano assai gravi. Si parla infatti di come i sogni di una giovane studentessa possano, in un certo senso, venire alla luce malgrado le molte difficoltà ed i costanti sacrifici.

L’ambiente universitario raccontato in queste pagine non è affatto facile da frequentare, non solo a causa delle persone che ci sono dentro, ma anche e soprattutto per i moltissimi spostamenti che si devono fare nel corso della giornata, in quanto non tutti i laboratori o le aule si trovano nello stesso edificio: alle volte si trovano a distanze non percorribili a piedi tra l’uno e l’altro, rendendo vano ogni tentativo d’arrivare in orario o frequentare lezioni consecutive.

Non mancano però anche le figure positive, quelle che, anche se tutto va male, ti stanno sempre vicino e che cercano nel loro piccolo di aiutare (anche solo strappando un sorriso): in tale luce, la lettura ci aiuta e fa capire che a volte le persone che pensiamo ci detestino di più sono quelle con le quali riusciremo ad instaurare i rapporti migliori.

Elisabetta Violani riesce a tirare fuori un sorriso (anche se amaro) al lettore, creando un rapporto di empatia e complicità, raccontando fatti realmente accaduti che sembrano invece usciti da un libro di storie strampalate e impossibili come d’altronde lo sono la maggior parte degli eventi tragicomici che si vivono nella vita, anche da studenti universitari.

 

 


INTERVISTA

Elisabetta Violani da ricercatrice a scrittrice…. Raccontaci un po’ di te

Di me vi posso dire che sono una sopravvissuta. La vita è un tritacarne.  Sto vivendo una seconda vita, che è quella di madre e di scrittrice, e scrivere per me è stato terapeutico. Il mio libro d’esordio, “Scrivere per non morire. Memorie tragicomiche di un’ex ricercatrice”  del  2016 è un libro autobiografico che ho scritto con lo scopo di lasciare una testimonianza, far sì che tutto quello che avevo visto durante la mia giovinezza, in tanti anni di studio e di attività di ricerca  non andasse perduto per sempre. Scrivere per non morire… E’ esattamente così. Ho sentito il bisogno di raccontare. Una volta iniziato, portarlo a termine è stata questione di pochi mesi e posso dire, in tutta franchezza, che è stato facilissimo. Lo avevo in testa da tanto tempo.
Ho impiegato però dodici anni per prendere le dovute distanze, per essere in grado di dominare la materia e trovare la forza di sopportare il peso di ciò che usciva dalla mia penna. Il tempo mi ha permesso di adottare un tono tragicomico e quindi di ridere sopra quella che in realtà è stata per me una tragedia: anni e anni di studi e sofferenza spesi per realizzare il sogno di lavorare nella ricerca e poi ritrovarsi nella situazione di dover abbandonare tutto. Quello che ho vissuto va ben oltre la fantasy perché, come dico sempre, la realtà supera spesso la fantasy. Dal mio racconto esce un quadro spietato del mondo della ricerca in Italia, e non solo,  un quadro spietato di un ambiente dove la corruzione e l’amoralità sono la regola. Ma il mio libro non è solo denuncia. I temi che affronta o sfiora sono tanti.  Direi che uno dei temi centrali è senz’altro quello dell’amicizia. Il mio libro è infatti dedicato ad una grande ricercatrice e cara amica che purtroppo non c’è più e che è stata per me un punto di riferimento importantissimo.
I personaggi sono tanti, tutti realmente esistiti, ovviamenti ritratti con quell’inventiva che chi scrive deve avere. Diciamo che c’è qualche licenza “poetica”, ma giusto qualcuna e piccola piccola … Altro tema importante del libro, che viene appena sfiorato ma che il lettore attento percepisce, è la solitudine del ricercatore, solitudine davanti al mare dei dati che spesso schiacciano il ricercatore facendogli sentire lontani gli obiettivi per il cui raggiungimento sta faticando, solitudine che spesso non viene colmata da rapporti di amicizia con colleghi solidali o da capi che ti stimano.

 

 

In Scrivere per non morire racconti fatti, anche gravi, sulla tua vita in università ma sempre con un piglio ironico e divertito. Credi che i sorrisi potranno cambiare il mondo?

Sì, se dietro ai sorrisi vi è la volontà di fare qualcosa di concreto. Il sorriso dovrebbe trasmettere al prossimo l’amore per la vita e quindi per tutto il creato: per il genere umano, nel bene e nel male, e per tutto il pianeta, aggiungerei. Purtroppo in questo momento le cose non vanno bene. Lo dico nel mio libro: se non ci diamo una regolata e continuiamo a non rispettare il pianeta Terra non può esistere un futuro. Nel profondo mi sento sempre biologa e le cose continuo a vederle da scienziata, oltre che da mamma. Ho una figlia adolescente e sono molto preoccupata per il futuro incerto che la attende. Vorrei che le generazioni future ereditassero da noi un pianeta non inquinato e in pace, ma questo  sembra essere sempre di più un’utopia. O forse sto invecchiando e sto diventando maledettamente pessimista, forse le nuove generazioni riusciranno a fare molto meglio di quanto abbiamo fatto noi e saranno in grado di dare una svolta: mai sottovalutare i giovani, hanno delle forze e delle  potenzialità  enormi.

 

 

Scrivere per non morire è un libro molto coraggioso, anche se ironico, perchè non è semplice per gli ex studenti riportare le loro disavventure su carta. Hai un consiglio per le nuove generazioni di universitari?

Non è semplice per nessuno raccontare le proprie disavventure, soprattutto se si tratta di sconfitte. Bisogna avere il coraggio di mettere a nudo la propria anima. Nel mio libro racconto una sconfitta, perché alla fine io decido di abbandonare la ricerca. Si potrebbe anche parlare di “una partita non giocata fino in fondo”, viste le condizioni in cui mi sono  ritrovata. Io e i miei colleghi eravamo tutti assunti come precari. La situazione di precarietà implicava uno spreco di energie enormi, perché se non sai come arrivare a fine mese è difficile essere concentrati sulla ricerca che stai svolgendo. La ricerca scientifica è un’attività che dovrebbe essere eseguita in serenità: se vogliamo può essere paragonata a un’indagine poliziesca e ti prende completamente, assorbe tutte le tue energie mentali… Per questo nel libro dico che la mia generazione di precari avrebbe dovuto insorgere, ribellarsi. Solo che l’abbiamo capito tardi. Quando io ero intenta a guardare nel microscopio, le ore volavano senza che me ne rendessi conto. E così volavano i mesi e gli anni. La situazione di indigenza in cui versavamo sia io che i miei colleghi era in fondo, per tutti noi, di secondaria importanza. Tendevamo a pensare solo al presente, in assenza totale di senso pratico. Forse per nostra natura eravamo portati ad estraniarci dalla realtà quotidiana.  Essere sempre al verde per noi ricercatori era “normale”. E’ una forma mentis che può  sembrare assurda, ma per noi era così. Poi ad un certo punto è avvenuto il” risveglio”, ma ormai eravamo“vecchi” e la nostra vita ce l’eravamo giocata. Durante una presentazione del mio libro, una giovane collega venuta per ascoltarmi mi ha detto una cosa che per me è stata come una pugnalata: -Tu sei stata fortunata, perché da studentessa sei partita con speranza e durante la tua avventura universitaria hai incontrato anche persone che ti hanno voluto bene. Io sono partita già senza speranza e ogni giorno sul posto di lavoro, ovviamente precario, sono circondata solo da nemici. Questa affermazione mi ha fatto veramente male perché credevo di aver visto il peggio, invece a quanto pare non è così. Cosa posso consigliare a un giovane che si avvicina al mondo della ricerca? Certamente di seguire i propri sogni, il che significa perseguire la realizzazione di se stesso.  Il lettore attento avrà capito che il mio racconto è quello di una sconfitta solo apparente, perché nel mio percorso io realizzo me stessa. La realizzazione di se stessi è lo scopo della vita. Esiste un percorso “obbligato” per ognuno di noi e non affrontarlo significa morire, rinunciare a vivere. Per cui se volete diventare scienziati cercate di fare tutto il possibile per diventarlo, ma senza mai perdere di vista la realtà che vi circonda. Se l’Italia in questo momento non è in grado di darvi quello che desiderate per la vostra realizzazione personale, cercate altre realtà, andate all’estero. Lo dico col pianto nel cuore come italiana, ma la vita è una sola, non esiste una seconda possibilità.

 

 

Ho letto che i proventi di Scrivere per non morire sono devoluti al quartiere di Marassi a Genova. Sei legata a questo quartiere?

Tantissimo. Sono nata a Marassi e dopo tanti anni sono tornata a Marassi, dove attualmente vivo.
E’ un quartiere disastrato, ma qui ho le mie radici. Il mio legame con l’ex “Città giardino” l’ho raccontato nel libro “Cronache dal quartiere galleggiante” pubblicato nel 2018, e viene citato anche nei miei “Racconti per fuori di testa”.

 

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Hai già pronto qualche altro libro?

Certo. Quando si comincia a scrivere non ci si ferma. Ho un libro che ho appena finito di scrivere e che spero di poter pubblicare nel 2020. Nel frattempo ne ho iniziato un altro.

 

 

Quali sono gli scrittori che più ti ispirano e che ti hanno dato lo spirito giusto per iniziare a scrivere?

Ho sempre coltivato la passione per la lettura, e la mia passione per la scrittura nasce da qui.
Sono diplomata in lingue e da ragazza mi piaceva tutto. Adoravo le lettere, le lingue straniere, ma anche le scienze e alla fine ho deciso di studiare Biologia. Ho iniziato a leggere a sei anni e da allora non ho più smesso. Come dico in un mio libro: “a casa mia si risparmiava su tutto tranne che sui libri”. Leggo molto, anche due o tre libri contemporaneamente e sono, direi, una lettrice “onnivora”. Sicuramente gli autori russi e francesi sono stati quelli che più hanno influenzato la mia formazione, quindi Dostoevskij, Gor’kij, Zola, Balzac, Pennac, per non dimenticare i contemporanei. Ma forse dico una bugia. Come potrei vivere senza Hesse o Wilde? E Calvino, Pasolini, Fo? Adoro Dario Fo…

 

 

Leggi i thriller nordici e, se si, quali sono i tuoi scrittori preferiti in questo genere?

Leggo di tutto, anche i thriller nordici. Amo il romanzo giallo in tutte le sue forme. Come ho già detto l’attività di ricerca è una sorta di indagine e io il laboratorio lo sogno ancora di notte… Il genere thriller è per me fonte di divertimento intellettuale, per cui il piacere che provo leggendo la Christie o Simenon lo provo anche leggendo Larsson e Nesbo.

 

 

 

Elisabetta Violani


Elisabetta Violani nasce nel 1966, si diploma in Lingue e si laurea in Scienze Biologiche. Dopo aver conseguito il titolo di Dottore di Ricerca nel campo delle Neuroscienze, lavora a lungo come ricercatrice.
 Da quando si è ritirata a vita privata pratica mille attività, dedicandosi in modo particolare al campo del sociale. Ovviamente trova anche il tempo per coltivare le sue passioni: la scrittura, la lettura e la musica.

 

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